La basilica di S.Maria in Trastevere, che sorge sulla omonima piazza, fu probabilmente il primo luogo ufficiale di culto cristiano edificato a Roma e sicuramente il primo dedicato al culto della Vergine. Secondo la leggenda, la chiesa fu fondata da papa Callisto I nel III secolo, quando il Cristianesimo non si era ancora diffuso, ma più verosimilmente da Giulio I nel 340. Un fatto antico e mistico la contraddistingue dalle altre chiese: S.Maria sorge sul luogo dove, nel 38 a.C., dal terreno fuoriuscì uno zampillo di olio minerale, la divina fons olei, poiché i cristiani vi videro il segno premonitore della venuta di Cristo, l'Unto del Signore (il punto dove sgorgò è ancora indicato su un gradino dell'altare maggiore). Fu ricostruita quasi del tutto da Innocenzo II nel XII secolo, in gran parte con i travertini ed i marmi tolti alle Terme di Caracalla. Notevoli i mosaici di Pietro Cavallini: all'interno, con le sei storie della vita di Maria, ma, in particolare, all'esterno, sulla facciata, dove è raffigurata Maria con il Bambino e dieci donne recanti lampade: otto accese a simboleggiare la verginità e due spente, tra le mani di donne velate, forse vedove. L'interno, oltre ai mosaici già ricordati, è ricchissimo di opere d'arte e conserva sepolture illustri: i cardinali Pietro Stefaneschi, Osio e d'Alençon, parente di Carlo V, Altemps di Gallese e Armellini. Degna di menzione è la Cappella Avila (nella foto a destra), la quinta a sinistra dell'ingresso, che, seppure è stata definita "uno dei più complessi e singolari monumenti romani" viene a malapena menzionata nelle guide della città. Pietro Paolo Avila affidò, nel 1678, il compito di restaurare la Cappella di famiglia al pittore reatino Antonio Gherardi, il quale, chissà per quale motivo, decise di improvvisarsi architetto. Sfruttando la conoscenza dei due principali protagonisti del barocco romano, Bernini e Borromini, realizzò qualcosa di straordinario: una sorta di "teatrino sacro" liberamente ispirato alle opere dei suoi maestri. Al centro della parete di fondo collocò una specie di piccola galleria prospettica a mo' di presbiterio, che ingigantisce il quadro di S.Girolamo, il santo a cui è dedicata la cappella, dipinto da lui stesso nel 1686. Le nicchie poste ai lati contengono gli eleganti sepolcri dei membri della famiglia, inseriti in edicole dalla struttura fortemente plastica, composte da coppie di colonne dai capitelli ionici. In cima, al centro del timpano, si trova un'aquila che tiene tra gli artigli due rami di palma incrociati, emblema degli Avila. Ma l'invenzione più incredibile è costituita dalla cupoletta al centro della volta (nella foto a sinistra), dalla quale fuoriescono quattro angeli che sembrano portare in volo una lanterna, composta da sottili colonnine di stucco, su cui posa un secondo cupolino, più alto, con al centro la colomba dello Spirito Santo. Questa volta ha la funzione di ottenere un effetto luminoso straordinario, creato dal contrasto tra la penombra della cappella e la luce naturale proveniente dall'esterno. Le 22 colonne in granito della navata della chiesa provengono da antichi edifici romani e, nelle volute dei capitelli, sono raffigurate figure di Iside, Serapide e Arpocrate. In una nicchia sono conservate catene e pesi di ferro che la tradizione vuole siano stati strumenti di morte e di tortura per numerosi martiri. Il portico fu rimodellato da Carlo Fontana, per volere di Clemente XI, nel 1702 ed è sormontato da una balaustra con statue di papi. Nel portico, fino alla fine dell'800, si potevano vedere, a lato del Crocifisso del Cavallini, coltelli e spiedi (un'arma antica, poco più corta di una lancia) poiché quando un "bullo" decideva di cambiare vita, appendeva l'arma del mestiere in S.Maria in Trastevere. Bellissimo il campanile, costruito nel XII secolo, con un'antica campana e, sulla sommità, un piccolo mosaico della Vergine. Intorno al 1870, Virginio Vespignani restaurò la chiesa, ricreando sul pavimento interno i mosaici pavimentali cosmateschi caratteristici del XIII secolo. Accanto alla chiesa sussiste ancora, benché da tempo sconsacrato, il piccolissimo cimitero con l'annesso oratorio, che rievoca le sacre rappresentazioni che si svolgevano nell'ottavario dei morti, abbellite dall'arte del Pinelli. Al centro della piazza sorge una fontana che, secondo la tradizione, è la più antica di Roma, risalente, nella forma originaria, all'epoca di Augusto I (I secolo a.C.) e qui sistemata per volere di Niccolò V per il Giubileo del 1450. Presenta una tipologia quattrocentesca tipica del viterbese e diffusa a Roma nel '500 (come anche la fontana di piazza Nicosia); il bordo della vasca è arricchito con quattro teste di lupo in bronzo (attribuite ad un intervento di Bramante del '500) e da un'iscrizione attestante che la vasca, nel 1604, fu rifornita dall'Acquedotto Felice. La fontana originaria però non si trovava nella posizione attuale, bensì all'estremità della piazza opposta alla chiesa: autore dello spostamento fu Gian Lorenzo Bernini nel 1658. La fontana attuale è la conseguenza di una ricostruzione nel 1692 su disegno di Carlo Fontana e di un ulteriore rifacimento nell'Ottocento, eccettuata la vasca superiore che è rimasta quella secentesca.
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