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Monumenti PRINCIPALI INTORNO A CAMPO DE' FIORI
Palazzo Farnese

roma palazzo farnese vacanze viaggi turismo lazio Il Palazzo Farnese di Roma è considerato uno dei monumenti più significativi del Rinascimento italiano ed uno dei più bei Palazzi Romani. La sua mole e la sua bellezza, nonché le collezioni d’arte che lo adornavano, oggi in gran parte custodite a Napoli nel Museo Archeologico Nazionale ed in quello di Capodimonte, sono la testimonianza della grandezza e dell’influenza che i Farnese raggiunsero nel periodo del loro massimo splendore.
Tutto cominciò con il Cardinale Alessandro Farnese, futuro Papa Paolo III, che nel 1495 acquistò il palazzo Ferriz e di lì al 1512 divenne proprietario di tutta una serie di particelle limitrofe fino a raggiungere l’intera superficie su cui sorgerà l’intero corpo di fabbrica del Palazzo. Nel 1513 Antonio da Sangallo il Giovane ricevette l’incarico di progettare il nuovo palazzo. Secondo il Vasari il cardinale voleva due appartamenti per la residenza dei suoi due figli Pierluigi e Ranuccio, il primo avrebbe dovuto abitare nella parte anteriore e Ranuccio nella metà posteriore. Il Sangallo si ispirò al modello di Palazzo Pitti a Firenze, un grande cubo con un cortile al centro e sui quattro lati del cortile e sui tre livelli dell’elevazione gallerie aperte mediante arcate.
I lavori iniziarono nel 1514 e furono sicuramente interrotti durante il sacco di Roma del 1527, ripresero nel 1541 con le condizioni profondamente mutate, Alessandro non era più cardinale ma Papa Paolo III ed il figlio Ranuccio era morto e quindi la suddivisione originaria in due appartamenti non era più necessaria, poi si trattava ora di edificare la residenza di un papa e non più di un semplice cardinale.
La camera del cardinale fu la prima stanza del Palazzo ad essere affrescata, probabilmente nel 1547.E’ circondata da due fregi sovrapposti, il più alto dei quali è opera di Daniele da Volterra. Si tratta di un ciclo di affreschi aventi per tema il mito di Bacco ed il motivo dell’Unicorno, uno degli emblemi di casa Farnese, il tutto alternato ad una serie di elaborati elementi di stucco con putti, sfingi e aironi, tra drappeggi, maschere, pampini e ghirlande. Il fregio sottostante, in stucco su sfondo policromo, presenta medaglioni con bassorilievi raffiguranti le stagioni.
La Sala dei fasti Farnesiani è stata dipinta da Francesco Salviati negli anni che vanno dal 1552 al 1556 e fu terminata da Taddeo Zuccari a partire dal 1563, anno della morte del Salviati stesso. Il ciclo pittorico della sala è ispirato naturalmente a celebrare la grandezza della famiglia Farnese: dalle gesta di Paolo III, il papa del Concilio di Trento e della pace di Nizza tra l’imperatore Carlo V ed il re Francesco I, alla celebrazione di Ranuccio il Vecchio, rappresentato nelle vesti di Enea, fondatore di Roma, e di Pietro V Farnese.
Il camerino: questa piccola stanza fu la prima ad essere affidata ad Annibale Carracci per essere decorata dal Cardinale Odoardo Farnese nel 1595. Il Carracci, invece di realizzare dei normali stucchi a rilievo, come era consuetudine dell’epoca, fece degli stucchi dipinti raffigurando pampini intrecciati a ghirlande con in mezzo fauni, satiri ed amorini. Il ciclo degli affreschi è legato al mito greco di Ercole, Ulisse e Perseo con una tematica che vuole simboleggiare il trionfo della virtù sul vizio.
La Galleria, opera di Annibale Carracci, fu commissionata all’artista dal Cardinale Odoardo Farnese negli ultimi anni del XVI secolo. Gli affreschi della volta rappresentano figurazioni mitologiche di grande sensualità, che celebrano senza alcun ritegno l’onnipotenza dell’amore. Ciò sembrò quasi uno scandalo per la residenza di un Cardinale all’epoca di un papa come Clemente VIII severissimo nei confronti della sensualità. Tutte le scene celebrano la potenza dell’amore attraverso il mito: la lotta tra Eros ed Anteros, il grande e potente Ercole ridicolizzato da Onfale, l’amore tra Anchise, un mortale, e la dea Venere. Annibale Carracci lasciò i lavori del Palazzo nel 1605, per contrasti col cardinale ma anche per motivi di salute, morirà nel 1609. Gli affreschi della Galleria furono completati dai suoi allievi (Domenichino, Sisto Badalocchio e suo nipote Antonio Carracci) ma il tema cambiò in maniera radicale, tornando alla metafora moraleggiante del trionfo della virtù sul vizio ed alle imprese della famiglia Farnese.
La sala di Ercole, monumentale, alta due piani, non era prevista nel progetto originale del Sangallo, che fu costretto a rivedere la struttura interna del Palazzo a causa della morte di Ranuccio, uno dei figli di Paolo III a cui era destinata una intera ala. La scala che avrebbe dovuto condurre all'appartamento di Ranuccio fu soppressa e si liberò il vasto ambiente che fu appunto chiamato Sala di Ercole. Pregevole è il soffitto ligneo disegnato dal Vignola, con le armi del Cardinale Ranuccio.
Quando nel 1860 Francesco II di Borbone e Maria Sofia di Baviera furono spodestati e costretti ad abbandonare Napoli, si stabilirono a Roma in Palazzo Farnese. Per l'occasione fu necessario realizzare dei lavori di restauro e di abbellimento per rendere degna la residenza dell'esilio degli ex-sovrani. I lavori furono affidati all'architetto Antonio Cipolla che per gli affreschi scelse uno stile retrò che richiamava motivi figurati rinascimentali con grottesche ed amorini. Interessanti le lunette che raffigurano i possedimenti gentilizi di Caprarola, Castro, Isola Farnese, Capodimonte, Parma, Piacenza, Canino, Ronciglione e Marta.

Palazzo della cancelleria

roma palazzo della cancelleria vacanze viaggi turismo lazio Ritenuto nel passato il capolavoro del Bramante, si tende oggi ad attribuirlo, per motivi cronologici e stilistici, ad Andrea Bregno e a suo fratello Antonio da Montecavallo, lasciando al Bramante il merito del perfetto cortile e della chiesa inglobata nella costruzione.
Il palazzo va comunque considerato il capolavoro del mecenatismo della discendenza di Sisto IV della Rovere: realizzato dal nipote Cardinale Raffaele Riario, che vi profuse ogni sua risorsa - anche vincite di gioco, si dice - dovette certamente molto anche all'altro nipote, Giulio II della Rovere, il cui stemma è sul palazzo e il cui pontificato terminò contemporaneamente al completamento di esso (nel 1513; i lavori erano iniziati, pare nel 1485).
Le cose più ammirevoli sono: la pacata armonia della facciata, la cui lunghezza è equilibrata da due avancorpi appena accennati; il cortile, assoluto capolavoro del genere; lo scalone; un portale quattrocentesco che si trova nel primo loggiato; la Sala Riaria (o Aula Magna); il Salone detto "dei cento giorni" perché il Vasari, che lo decorò con illustrazioni dei "Fatti della vita di Paolo III Farnese", si vantò di aver compiuto l'opera in soli cento giorni ("e si vede", commentò Michelangelo); l'appartamento cardinalizio sempre al piano nobile.
Nell'edificio si trova anche un salone ad uso di teatrino creato dal Cardinale Pietro Ottoboni. Nella seconda metà del seicento, il palazzo era infatti divenuto un centro fervido di vita teatrale e musicale dove si esibirono i maggiori artisti dell'epoca, a cominciare da Arcangelo Corelli.
Nel 1517 il palazzo fu confiscato al Riario, per aver partecipto alla congiura contro Leone X e passò al Cardinale Giuliano de' Medici il quale vi svolse le funzioni di vice-cancelliere della Santa Chiesa. Salito questi al papato, la Cancelleria rimase nel palazzo, dove si trova tuttora, con l'avallo prima della legge delle Guarentigie (1871) e poi dei Patti Lateranensi (1929).
Ebbero transitoria sede nel palazzo, il Tribunale della Repubblica Romana (1798-99), la Corte Imperiale napoleonica (1810), il Parlamento romano (1848), l'Assemblea Costituente della Repubblica Romana (1849).
Il fianco sinistro del palazzo segue l'andamento un po' curvilineo di Via del Pellegrino, riordinata nel 1497 da Alessandro VI a continuazione dei programmi urbanistici delineati da Sisto IV. Il lato destro, con avancorpi più rilevati e nel quale sembra maggiormente di scorgere l'impronta bramantesca, è stato valorizzato dall'apertura, verso il 1880, di Corso Vittorio.

 
S. Andrea della valle

roma sant'andrea della valle vacanze viaggi turismo lazio L'esecuzione della chiesa iniziata nel 1591, su progetto di Giovanni Francesco Grimaldi e di Giacomo della Porta, fu proseguita nel 1608 dal Maderno che poi realizzo, tra il 1622 ed il 1625, la bellissima e grandiosa cupola, seconda solo a quella della Basilica di San Pietro.
La facciata, compiuta nel 1665 con il concorso finanziario del papa Alessandro VII, che nell'inverno 1658/59 aveva seguito la progettazione della nuova scalinata, a pianta arrotondata, da realizzare nella piccola piazza antistante, è di travertino, su due ordini di colonne e lesene corinzie con portale centrale ed ai lati nicchie, con statue e finestre, realizzata, modificando l'originario progetto del Maderno, da Carlo Rainaldi.
L'interno è a croce latina ed ha una grandissima navata e caratteristiche cappelle laterali, la volta a botte e la cupola è luminosa; l'abside, con affreschi e dorature, la danno un bellissimo effetto.
Di rilievo gli affreschi della cupola e quelli nell'abside e presbiterio.
Nel 1614 vi furono trasportate le tombe dei due Papi Piccolomini che si trovavano in San Pietro in Vaticano: la tomba di Papa Pio II, Enea Silvio Piccolomini, morto nel 1464, iniziata da Paolo Taccone e terminata da un allievo di Andrea Bregno e la tomba di Papa Pio III, Francesco Tedeschini-Piccolomini, morto nel 1503, eseguita dai Ferrucci (Francesco di Giovanni e Sebastiano di Francesco), imitando il sarcofago precedente.
Gli scrittori Giocosa e Illica nel realizzare il Libretto per l'opera Tosca, musicata da Puccini, in cui la protagonista Floria Tosca è l'amante del pittore Mario Cavaradossi, ambienta un loro incontro in questa chiesa dove il pittore stava, secondo gli autori del libretto, eseguendo un affresco della Madonna a cui aveva dato il volto di Tosca.

Teatro di Marcello

roma teatro di marcello vacanze viaggi turismo lazio L'edificio, iniziato da Cesare e terminato da Augusto, occupò una parte del lato curvo del Circo Flaminio, costruito, quest'ultimo, nel 221 a.C. da C.Flaminius Nepos e che si estendeva nella zona compresa tra questo edificio, il Tevere, piazza Cairoli e via del Portico di Ottavia. I lavori per la costruzione del Teatro di Marcello erano già terminati nel 17 a.C., quando l'edificio fu utilizzato per i giochi secolari, ma la dedica avvenne solo nel 13 a.C., a Marcello, figlio di Ottavia, sorella di Augusto, ma anche marito della sua unica figlia, Giulia. Nipote e genero dunque, e forse prescelto anche per la successione ma morto prematuramente. Fu il giorno dell'inaugurazione che si verificò l'incidente popolarmente noto. Mentre gli attori si presentavano sulla scena, la sella curulis, sulla quale era seduto l'imperatore, si ruppe, provocando un bel capitombolo dell'augusto personaggio. Tra l'ansia dei senatori e del popolo, Augusto si rialzò sorridente e con un gesto della mano ordinò che si riprendesse la rappresentazione. La facciata esterna della cavea, tutta in travertino, era costituita, in origine, da 41 arcate inquadrate da 42 pilastri. L'altezza originaria era di metri 32,60 circa (quella conservata è poco più di 20). Sulle chiavi dei fornici vi erano grandi maschere teatrali in marmo. Si è calcolato che la cavea potesse contenere circa 15.000 spettatori. La scena, che doveva essere monumentale e riccamente ornata, era affiancata da due aule con absidi (di quella di sinistra rimangono ancora in piedi un pilastro e una colonna) ed aveva, nella parte posteriore, una grande esedra. In esso si tennero non solo spettacoli teatrali, ma, come dettava la moda del tempo, gare di poesia e musicali. Nella Roma cristiana, soppressi gli spettacoli teatrali, anche il teatro cadde in abbandono e divenne, come molti altri monumenti antichi, cava di materiale edilizio (si narra che venne utilizzato anche per restaurare ponte Cestio). Molto del materiale demolito crollava sullo spazio antistante la riva del Tevere, formando un'altura da cui è nato il toponimo di Monte Savello. Dal XIII secolo il teatro fu trasformato in fortezza dai Fabi, dai Pierleoni e dai Savelli, che commissionarono, nel 1519, a Baldassarre Peruzzi detto il Vignola la costruzione del soprastante palazzo. Nella foto a sinistra possiamo vedere le case di proprietà dei Savelli ancora esistenti alle spalle del Teatro di Marcello, in via del Portico di Ottavia. Le arcate inferiori del teatro divennero sede di botteghe di artigiani, in prevalenza dei macellarii. Nel 1712, il palazzo fu acquistato dagli Orsini per il prezzo di 29.000 scudi dalla "Congregazione dei Baroni". Negli anni 1926-1932, nel meritevole progetto di rivalutare il Teatro, vennero demolite le abitazioni costruite dentro alle arcate inferiori ma, soprattutto, vennero demolite abitazioni e chiese medioevali, colpevoli di celare il teatro stesso agli occhi dei cittadini, "gran parte dei quali ne ignorava perfino l'esistenza". Sparirono così via della Bufola, l'arco dei Saponari, vicolo della Campana, Monte Caprino, via Tor de' Specchi, S.Maria in Vincis, una chiesa medioevale rifatta nel Seicento, S.Andrea de Vincis rifatta nel Settecento, S.Nicola de' Funari con begli stucchi settecenteschi. Purtroppo anche piazza Montanara faceva parte di quegli edifici da eliminare, uno degli ambienti popolari più famosi di Roma, dove un tempo sostavano gli scrivani pubblici e si davano convegno i contadini provenienti dalla campagna. La piazza si appoggiava quasi al Teatro e scendeva, allargandosi, verso la chiesa di S.Nicola in Carcere, dalla quale era divisa soltanto da un edificio. Al centro della piazza si trovava una graziosa fontana cinquecentesca a stelo con doppio bacile, opera di Giacomo Della Porta, trasferita nella piazzetta di S.Simeone. Durante la risistemazione del Teatro, tornarono alla luce i templi di Apollo Sosiano e di Bellona, antistanti il Teatro di Marcello. Il tempio di Apollo Sosiano (cosiddetto perché ricostruito interamente da C.Sosio nel 34 a.C.) fu costruito nel 431 a.C., in seguito ad una pestilenza e perciò dedicato ad Apollo Medico. Il tempio fu demolito ed arretrato in occasione della costruzione del teatro. L'interno della cella era un vero e proprio museo, pieno di opere d'arte che i Romani avevano portato dalla Grecia nel II secolo a.C.: pitture di Aristide Tebano, statue di Philiscos di Rodi, l'Apollo con la cetra di Timarchides ed una statua di Apollo Saettante, che, nonostante rifacimenti in età imperiale, rivela ancora la sua origine greca, databile alla metà del V secolo a.C. Sul podio del tempio rimangono le tre magnifiche colonne corinzie (nella foto a destra), alte, complessivamente, poco più di 14 metri: in origine, erano sei sulla fronte e tre sui lati. Nel tempio si svolgevano spesso riunioni del Senato, come nel vicino santuario di Bellona. Questo, costruito da Appio Claudio Cieco nel 296 a.C., mantiene le strutture del podio e quelle del portico: qui si svolgeva il rito della "lancia insanguinata", scagliata sopra la columna bellica in occasione della dichiarazione di guerra.

Portico di Ottavia

roma portico di ottavia vacanze viaggi turismo lazio La basilica fu fondata nel 336 da S.Marco, papa di quel periodo, in onore di S.Marco Evangelista. Le reliquie di papa S.Marco giacciono sotto l'altare. La chiesa fu restaurata da papa Gregorio IV nel IX secolo, epoca a cui risalgono i magnifici mosaici absidali. Un intervento più consistente avvenne nel 1455-71, quando papa Paolo II Barbo destinò la chiesa di S.Marco, insieme al palazzo Venezia, alla comunità veneziana di Roma. Il soffitto blu e dorato a cassettoni è decorato con lo stemma del papa, il leone rampante che richiama il leone di S.Marco, il santo patrono di Venezia. Arricchita da una serie di monumenti funerari nelle navate, la chiesa ha lo stile tipico del tardo barocco romano. Leon Battista Alberti, che partecipò anche alla costruzione di palazzo Venezia, potrebbe essere l'autore dell'elegante porticato in travertino e della loggia della facciata. Questa chiesa, anche se non direttamente, subì il rifacimento della zona ai tempi della costruzione del Vittoriano: il palazzetto Venezia, oggi alla sua sinistra, un tempo era alla sua destra, appoggiato alla torre di palazzo Venezia. La forma attuale della basilica è dovuta all'ambasciatore Niccolò Sagredo, su disegni del Fontana e conserva, all'interno, un antichissimo càntaro che era precedentemente posto sotto il portico antistante l'ingresso, dove ognuno poteva attingere acqua da bere. Anzi, l'ignoto parroco che l'aveva fatto costruire, volle che intorno fosse incisa, nel marmo, la dizione che l'acqua era un dono di Dio e che sarebbe stato scomunicato chi avesse fatto pagare un sorso di quell'acqua. Il portico, adorno di numerosi antichi frammenti e lapidi, ci riserba una sorpresa: l'epigrafe mortuaria di "Vanoza Cathana" (nella foto a sinistra), ovvero Vannozza Cattanei, amante di papa Alessandro VI e madre del Valentino, del duca di Gandia e di Lucrezia la bellissima. Vannozza, però, non è sepolta qui: la lapide fu trasportata dalla chiesa di S.Maria del Popolo dove Vannozza aveva la tomba, oggi scomparsa.

 
Musei in zona
Galleria e Palazzo Spada

roma galleria e palazzo spada vacanze viaggi turismo lazioLa Galleria e' allestita nel bel palazzo cinquecentesco dalla caratteristica decorazione esterna a stucchi, rilievi e statue. Le opere che custodisce sono quasi tutte dei sec. XVI-XVIII e sono ordinate non in una fredda cronologia, ma con il gusto di un collezionista privato come al tempo del Cardinale Bernardino Spada, "iniziatore" della raccolta. Spiccano i nomi del Tiziano, A. del Sarto, Reni, Rubens, Gentileschi, J. Brugel dei Velluti, Guercino, Domenichino, Basiccia. Al pianterreno si trova la cosiddetta "prospettiva del Borromini", uno scherzo d'architetto geniale, che da' l'illusione di una distanza "normale" per un tratto che e' di soli 9 metri! Questa incantevole scenografia barocca e' visibile dal bel cortile attraverso una vetrata. Per goderla piu' da vicino, ci si può' far accompagnare dal custode.
P.zza Capo di Ferro
Informazioni: Tel. +39 06 32810
Aperto tutti i giorni, dalle 9 alle 19, chiuso il lunedì, 1 gennaio, 25 dicembre, La biglietteria chiude mezz'ora prima.
Il biglietto permette di visitare anche la Prospettiva del Borromini.
Intero: Euro 5,00
Ridotto: per cittadini dell' Unione Europea tra 18 e 25 anni; per insegnati di ruolo nelle scuole statali. Euro 2,00

 
Museo Barraco

Nella sua vicenda ormai centenaria la collezione Barracco di scultura antica ha conosciuto più sedi, a partire dalla dimora stessa del collezionista, che nel suo appartamento romano di via del Corso aveva allestito quella che già alla fine dell’Ottocento veniva considerata una delle maggiori raccolte private di arte antica. Di questa casa-museo, nel tempo mèta di mercanti, studiosi di fama e aristocratici di diversa lingua e cultura, resta oggi una serie di immagini, a memoria di un singolare e irripetibile incontro di passione colta e cronaca privata, valori artistici e atmosfere intimamente legate al tempo e alla personalità del collezionista.
Alla fine dell’Ottocento maturava in Giovanni Barracco la decisione di donare la sua raccolta alla città di Roma. Nel 1902 il progetto si realizzava grazie alla concessione, da parte dell’Amministrazione capitolina, di un terreno edificabile nei pressi di San Giovanni dei Fiorentini "formante un piccolo isolato fra corso Vittorio Emanuele, via del Consolato e via Paola". Su questo terreno veniva edificato ed ultimato nel 1905 il primo Museo Barracco di Scultura Antica. Si trattava di un edificio di modeste dimensioni nello stile di un tempietto ionico, scelta ispirata dal Barracco e progetto di Gaetano Koch, uno degli architetti più noti dell’epoca e autore di alcune tra le principali opere di Roma capitale. L’architetto e il collezionista, già collaboratori per il restauro della sede del Senato in Palazzo Madama, davano vita nel nuovo edificio ad un’opera originale sia nel panorama della città contemporanea che nella stessa produzione del Koch. Variamente giudicato negli anni, il primo Museo Barracco costituisce oggi un’opera da rivalutare, inutilmente vittima di un Piano Regolatore, quello del 1931, che ne prevedeva la demolizione per il passaggio della strada che avrebbe congiunto Corso Vittorio al nuovo ponte Principe Amedeo. A nulla valsero le opposizioni di molti, tra cui i discendenti del Barracco e dell’archeologo Ludovico Pollak, che tanto aveva fatto per la collezione e che del Museo era stato il primo direttore onorario. Nel 1938 il museo del Koch veniva sacrificato alle esigenze della nuova viabilità e gli elementi architettonici recuperati venivano trasferiti presso l’Antiquarium comunale. Scompariva in questo modo un museo che aveva rappresentato un momento di modernità nel panorama romano, una realizzazione ispirata a criteri avanzati di museologia, soprattutto nella scelta di un’illuminazione pensata per esaltare le forme scultoree. Un luogo di studio accogliente, dotato di una scelta biblioteca e del primo impianto di riscaldamento mai realizzato in un museo italiano.
Demolito il tempietto del Koch, le sculture venivano trasferite nei magazzini dei Musei Capitolini, dove sarebbero rimaste durante gli anni del secondo conflitto mondiale. Nel 1947 la collezione veniva trasportata e riallestita, a cura di Carlo Pietrangeli, nei locali del Palazzetto Le Roy, per l’occasione riadattati con nuove intonacature e lo spostamento di alcuni tramezzi. Negli anni Ottanta iniziavano i lavori per un radicale adeguamento dell’edificio Le Roy alla sua nuova destinazione e per un nuovo allestimento della collezione, poi curato dall'attuale direzione. Nel 1991 il Museo Barracco veniva riaperto nella sua definitiva sistemazione.
Collezioni di arte antica
Corso Vittorio Emanuele II, 166/a
apertura 9.00-19.00 Dom. 9.00-13.00 Lun. chiuso.
Tel. 0668806848
Ingresso € 2.53

 
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