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La Domus Aurea sorse sulle ceneri del terribile incendio del 64 d.C., che distrusse gran parte della città di Roma (dieci delle quattordici regioni augustee). La fastosa residenza del principe, affidata alle cure degli architetti Severo e Celere, venne ad occupare quasi tutto il centro di Roma, cancellando case e edifici pubblici, in un’area di circa ottanta ettari compresa tra il Palatino, l’Esquilino, l’Oppio e il Celio, includendo in essa un lago vasto "quasi come un mare" (lo stagnum Neronis) e "edifici grandi come città", sì da merita e l’appellativo di Aurea. L’impressione suscitata presso i contemporanei fu tale da oscurare il ricordo della casa precedente (ricordata dai biografi di corte come la Domus Transitoria, ad indicare la sua funzione di collegamento tra il Palatino, sede ufficiale del principe, e i possedimenti imperiali dell’Esquilino) e da ispirare i famosi versi satirici "Roma è oramai una sola casa: migrate a Veio, o Quiriti, se questa casa non occuperà anche Veio". Se il mondo romano aveva già acquisito, negli anni delle guerre di conquista, la moda ellenistica dei grandi peristili colonnati, dei regali saloni di rappresentanza e dei lussureggianti giardini esotici, introdotta a partire dalla fine del lì secolo a.C. nelle ricche case di città come nelle lussuose ville di campagna, pure del tutto innovativa risultò la concezione d’insieme della Domus Aurea, nelle proporzioni e nel lusso degli ornamenti, per questo accostabile solo alle reggie dinastiche orientali e ai palazzi di corte di Alessandria d’Egitto. Da questi modelli, e dalle ideologie che li avevano ispirati, Nerone derivò la visione assolutistica del potere imperiale, che lo spinse a raffigurare se stesso nelle sembianze del dio Sole nella famosa statua del Colosso bronzeo, alta più di trentacinque metri posta ad ornamento del vestibolo della nuova casa, sul luogo dove più tardi sorgerà ad c era di Adriano il Tempio di Venere e Roma.
Alla morte del principe, i suoi successori, desiderosi di liberarsi di un’eredità così scomoda ed impopolare, restituirono all’uso pubblico l’area occupata dalla gigantesca e irriverente reggia: distrutte le costruzioni del Palatino (inglobate nel nuovo Palazzo Imperiale dei Flavi) e della valle compresa tra l’Oppio e il Celio, iniziarono la costruzione del monumentale anfiteatro di pietra, il Colosseo, nello spazio in precedenza occupato dallo stagnum Neronis, che nel nome conserva il ricordo del Colosso dell’ultimo imperatore della famiglia Giulia. Solo il padiglione del colle Oppio sopravvisse al rinnovamento urbanistico dei Flavi: fino al 104 d.C. e all’inizio dei lavori per la realizzazione del soprastante complesso termale di Traiano, progettato dall’architetto Apollodoro di Damasco. L’ingegnosa idea di colmare di terra l’edificio neroniano, già spogliato dei marmi e delle opere d’arte, sfruttandolo come sostruzione artificiale delle nuove terme, se da un lato ha cancellato la memoria dell’edificio neroniano, dall’altro ha consentito la conservazione fino ai giorni nostri del nucleo residenziale del colle Oppio. Sulle rovine delle Terme di Traiano, cadute in abbandono dopo il taglio degli acquedotti da parte di Vitige, re degli Ostrogoti, nel 539 d.C., sorsero nel medioevo orti e vigne, a caratterizzare il nuovo paesaggio del colle che aveva ospitato la Reggia d’oro di Nerone.
La riscoperta alla fine del Quattrocento
La riscoperta della Domus Aurea avvenne casualmente alla fine del Quattrocento per opera di curiosi e di appassionati di antichità che, calandosi dall’alto nelle grotte ancora interrate, iniziarono a copiare i motivi decorativi delle volte, promuovendo nel secolo successivo la fama e la fortuna dell’arte delle "grottesche". Artisti famosissimi, come Raffaello, Pinturicchio, Ghirlandaio, Giovanni da Udine e altri, le cui firme graffite o tracciate a nerofumo sulle pareti della domus testimoniano ancora oggi il ricordo della visita, trassero ispirazione dalle pitture e dagli stucchi neroniani per decorare le logge e le stufette di cardinali e aristocratici romani, nei Palazzi Vaticani, a Castel Sant’Angelo, a Villa Madama: agli inizi del Rinascimento, la riscoperta della Domus Aurea segnò la scoperta della pittura antica, con un clamore paragonabile a quello suscitato duecentocinquanta anni più tardi dai rinvenimenti degli affreschi di Ercolano e Pompei. Nel 1506, nello scavare in una vigna del colle Oppio, venne disseppellito il gruppo del Laocoonte, una delle opere scultoree più famose dell’antichità, che divide con il Toro Farnese il privilegio di essere citato nella Storia naturale di Plinio il Vecchio, secondo il quale la scultura, raffigurante l’estremo sacrificio del sacerdote troiano e dei suoi figli, condannati dal fato ad una fine terribile per essersi opposti all’ingresso nella natia Troia del cavallo dell’inganno acheo, era posta ad ornamento della domus di Tito. La presenza del celebre gruppo nell’area della Domus Aurea non sorprende se si considera che le fonti antiche più volte sottolineano le manie collezionistiche di Nerone, che aveva compiuto razzie in tutta la Grecia per adornare i saloni della sua reggia, vero e proprio museo di capolavori classici ed ellenistici, tra i quali probabilmente le statue bronzee dei Galati vinti, più tardi trasferite, insieme al resto, nel Tempio della Pace di Vespasiano per essere restituite al pubblico godimento.
Della Domus Aurea oggi resta soprattutto il nucleo edilizio del colle Oppio, formato da circa 150 ambienti, articolati attorno alla sala a pianta ottagonale, vero e proprio fulcro di tutto il complesso, esteso sulla fronte per una lunghezza di circa 400 metri. Gli ambienti, costruiti in opera laterizia, sono per la maggior parte coperti da volte a botte di altezza variabile tra i 10 e gli 11 metri. La planimetria di quanto si conserva permette di distinguere due settori: uno occidentale, caratterizzato da un cortile-giardino a pianta rettangolare, circondato da un portico di ordine ionico, lungo i lati del quale si distribuiscono le sale che alcuni ritengono formare il settore privato della residenza neroniana. A questo settore appartengono alcuni degli ambienti più famosi: la Sala della volta delle civette, così detta dai motivi decorativi della volta, riprodotta nei disegni e nelle incisioni del Settecento; il Ninfeo di Ulisse e Polifemo, che trae il suo nome dal soggetto a mosaico riprodotto al centro della volta, conosciuto da altri ninfei di ville imperiali, a Baia, a Castel Gandolfo e a Tivoli. Assai più articolato il settore orientale della domus, centrato sulla sala a pianta ottagonale e sui due grandi cortili poligonali aperti ai lati di questa. Nella quale alcuni, senza gran fondamento, hanno voluto riconoscere il salone a pianta circolare, che ruotava continuamente come la terra, ricordato da Svetonio. In questo settore del Palazzo sono conservate la Sala della volta dorata, con la sua sfarzosa decorazione a stucchi policromi; la Sala di Achille a Sciro, dal soggetto del quadro centrale della volta, che riprende il noto episodio omerico dell’eroe acheo nascosto da Teti sull’isola di Sciro, tra le figlie del re Licomede, per sfuggire ai pericoli della guerra di Troia; la Sala di Ettore e Andromaca, anche questa ispirata dall’epos omerico, con la scena dell’addio di Ettore alla moglie e al figlio Astianatte. La mancanza di porte, di latrine, di ambienti di servizio e dei sistemi di riscaldamento farebbero escludere il carattere residenziale del padiglione del colle Oppio, riservato probabilmente solo allo svago e all’ozio dell’imperatore e dei suoi ospiti, in una cornice ricca di bellezze naturali e di opere d’arte.
La fama degli stucchi e delle pitture della Domus Aurea resta legata al nome di Fabullo, l’artista ricordato da Plinio il Vecchio per il suo stile severo, che faceva cioè uso di colori quali il cinabro, l’azzurro, il rosso scuro, l’indaco, il verde, e per la mania di dipingere in toga anche sulle impalcature di cantiere. Le decorazioni dipinte, gli stucchi e alcuni frammenti di mosaico sono quel che resta del lusso e della ricchezza originaria. Gli affreschi, che ricoprono intere pareti dei corridoi e degli ambienti di passaggio, lasciando il posto nelle sale principali ai rivestimenti in pregiati marmi di importazione, sono tutti ascrivibili al cosiddetto quarto stile pompeiano, il sistema decorativo che caratterizza l’ultima fase di vita della città vesuviana e che, ispirandosi alle scenografie teatrali, scandisce le pareti con esili e finte architetture, sovrapposte su più registri, popolate da figure e animali fantastici. I restauri compiuti hanno documentato un uso abbondante della foglia d’oro e confermano ciò che le fonti testimoniano: l’uso delle gemme e delle pietre preziose, come Seneca descrive nella frase una "casa risplendente per lo scintillio dell’oro". I soggetti figurati conservati rivelano una netta predilezione per i personaggi e gli episodi della saga troiana, forse un omaggio del principe alla città che aveva dato le origini a Roma e alla famiglia giulio-claudia.
Tutti i giorni tranne il mar 9.00-20.00 Biglietto intero: 9,5 € con archeologo, 6 € senza archeologo
ridotto: meno di 18 anni e più di 65, 4,5 € con archeologo, 1 € senza archeologo
Tel. 0639967700 Prenotazione obbligatoria
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La chiesa prende il nome da S.Prassede, sorella di S.Pudenziana e figlia del senatore romano Pudente, discepolo di S.Paolo. Un'antica leggenda narra che Prassede e Pudenziana vennero uccise perché davano sepoltura ai martiri delle persecuzioni di Antonino Pio nei pozzi situati nel vasto terreno di proprietà del padre. La chiesa, situata in via di S.Prassede, fu fondata nel IX secolo da papa Pasquale I; ma esistette un titulus Praxaedis assai prima, alla fine del V secolo, anche se la tradizioni lo fanno risalire addirittura al II secolo. E’ dubbio però se esso fosse qui: si suppone, infatti, che dovesse sorgere nel vicus Lateranus, nei pressi dell'attuale via di S.Giovanni. Pasquale I cambiò di posto alla chiesa, ricostruendola nel luogo attuale nell'822. Questa subì vari restauri nei secoli XV, XVII e XIX, che ne alterarono alquanto il primitivo carattere, anche se oggi conserva ancora la struttura medioevale con il protiro di accesso all'atrio scoperto e, quindi, alla chiesa. L'interno era costituito da tre navate divise originariamente da 12 colonne di granito a trabeazione rettilinea; quindi sei di queste furono ridotte a pilastri, cui si appoggiano archi trasversali nelle navate minori. Nel centro del rifatto pavimento cosmatesco un disco di porfido ricopre il pozzo nel quale la santa raccolse i resti ed il sangue dei martiri: si parla di diverse migliaia e proprio per questo la chiesa è una delle più venerate di Roma. Artisti bizantini decorarono la chiesa di mosaici dorati. Quelli nell'abside e nel coro raffigurano gli antenati in vesti bianche, gli eletti che guardano giù dall'alto dei cieli, agnelli dalle zampe sottili, palme dal bel ciuffo piumato e vivaci papaveri rossi. Nell'abside, S.Prassede e S.Pudenziana stanno ai lati di Cristo, circondate dal paterno abbraccio di S.Paolo e S.Pietro. A metà della navata destra, la Cappella di S.Zenone (nella foto sotto il titolo), uno dei più importanti monumenti bizantini in Roma, eretta da Pasquale I come mausoleo della madre Teodora. Le due colonne di granito nero del portale e la ricca cornice curva provengono da edifici pagani e sono sormontate da un doppio giro di mosaici: nel giro interno, Madonna col Bambino, Prassede, Pudenziana e altre Sante; nel giro esterno Cristo con gli Apostoli e 4 Santi, di cui 2 forse aggiunti nel secolo XIII. L’interno della Cappella, a volta, con colonne angolari, è interamente ricoperto da mosaici e così splendente da essere stato chiamato “il Giardino del Paradiso”. Il pavimento è un antichissimo esempio di opus sectile a marmi policromi. I mosaici rappresentano: nella volta, Cristo e 4 angeli (nella foto a destra); nella parete destra Ss.Giovanni Evangelista, Andrea e Giacomo, e, nella nicchia, Cristo tra S.Pio I e il S.Pastore; all’altare Madonna col Bambino e le sante Prassede e Pudenziana; ai lati della finestrella quadrata sopra l’altare S.Giovanni e la Madonna; alla parete sinistra S.Agnese (a destra) e le Ss.Prassede e Pudenziana a sinistra e, nella nicchia, Teodora Episcopa con il nimbo (aureola) quadrato dei viventi e 3 donne. In una nicchia a destra dell’ingresso è custodita una colonna portata da Gerusalemme nel 1223: la tradizione vuole che sia un frammento della colonna alla quale fu legato Gesù per essere flagellato. Altre tradizioni legate a questa chiesa ci dicono che la lunga tavola di marmo posta a sinistra della navata serviva da letto alla santa che vi dormiva per penitenza, mentre l'urna posta sotto l'architrave d'ingresso racchiuda le ossa di S.Valentino, protettore degli innamorati. Notevoli anche le sepolture, fra le quali quella di mons. Santoni, il cui busto dicesi opera prima del Bernini, che lo avrebbe scolpito a soli dieci anni. Due belle gradinate di rosso antico portano all'altare maggiore, gradinate che colpirono il gusto degli emissari di Napoleone, che ordinò di rimuoverle e trasportarle a Parigi per divenire i gradini del suo trono imperiale: evidentemente, e per fortuna, il progetto andò in fumo. Bellissimo anche il campanile (nella foto a sinistra) che sorge all'estremità meridionale del braccio sinistro del transetto della chiesa; la sua costruzione si colloca tra la fine dell'XI secolo e i primi decenni del secolo successivo. Di forma rettangolare, la torre campanaria si innalza con un solo piano scandito da una coppia di bifore poggianti su colonnine marmoree e capitelli a stampella. All'interno funzionano due campane del 1621.
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La basilica deve il suo nome alle catene o vincoli che, secondo la tradizione, furono utilizzate per legare S.Pietro durante la sua prigionia nel carcere Mamertino. Nel V secolo, l'imperatrice Eudossia di Teodosio ebbe in dono queste catene durante un viaggio a Costantinopoli: l'imperatrice le inviò alla figlia, Eudossia anch'essa, che le recò personalmente a papa Leone I. Questi, però, un pò dubbioso dell'autenticità delle catene, volle mostrare alla pia donna le catene già in possesso della Chiesa, ritrovate da S.Balbina, la figlia di Quirino, il carceriere battezzato da S.Pietro durante la prigionia nel carcere Mamertino. Le due catene, giunte a contatto, si fusero miracolosamente e nulla poté più disgiungerle. In memoria di questo fatto, fu edificata, nell'anno 442, la chiesa di S.Pietro in Vincoli: le catene sono ancora qui, esposte sotto l'altare (nella foto a destra). La chiesa venne più volte restaurata, da papa Adriano nel 790 circa, da Sisto IV e da Giulio II. L'ingresso della basilica è preceduto da uno splendido portico a cinque colonne del Quattrocento, opera di Meo del Caprino. L'interno è a tre navate divise da colonne a capitello dorico. La chiesa, inoltre, conserva insigni memorie artistiche: un antico mosaico nel quale S.Sebastiano è ritratto con la barba e il volto da vecchio, pitture del Domenichino, del Guercino e di altri sommi artisti, ma senza alcun dubbio il capolavoro è il famosissimo Mosè di Michelangelo, che era destinato ad ornare la tomba di Giulio II. Quando la tomba gli fu commissionata, nel 1505, Michelangelo trascorse otto mesi a Carrara alla ricerca di blocchi di marmo perfetti, ma, al suo ritorno, il papa aveva spostato il suo interesse al rifacimento di S.Pietro e, quindi, il progetto venne accantonato. Dopo la morte del papa, nel 1513, Michelangelo riprese il lavoro alla tomba, ma completò solo il Mosè e i Prigioni prima che papa Paolo III lo convincesse a lavorare al Giudizio Universale nella Cappella Sistina. La tomba fu terminata dai suoi allievi e consiste in una semplice facciata con sei nicchie per le statue, ben poca cosa rispetto all'originario progetto dell'artista che avrebbe voluto realizzare una tomba con 40 statue. I Prigioni sono ora a Parigi e a Firenze ma il Mosè è qui conservato, come possiamo apprezzare dalla foto sotto il titolo. Le curiose corna che adornano la testa di Pietro dovrebbero essere dei raggi di luce, ma in seguito ad un'errata traduzione dal testo ebraico del Vecchio Testamento si sono tramutati in corna. A fianco della chiesa si trovava il convento iniziato per volere di Nicola Cusano, cardinale titolare della basilica, verso la metà del Quattrocento. I lavori proseguirono con il cardinale Francesco Della Rovere, futuro papa Sisto IV e nel 1489 fu affidato ai Canonici Regolari del Ss.Salvatore. Ad un altro pontefice della famiglia Della Rovere, Giulio II, si devono gli ulteriori interventi che videro la definitiva sistemazione del convento e l'erezione del chiostro, attribuito tradizionalmente a Giuliano da Sangallo. Dopo il 1870, con il pericolo incombente di vedersi confiscare il convento, secondo la nuova legislazione dello Stato Italiano, i Canonici Regolari escogitarono una finta vendita con la condiscendente famiglia milanese dei Vimercati. Scoperto l'inganno, però, le autorità competenti espropriarono l'intero convento e obbligarono i Vimercati a lasciare la città. Il complesso divenne quindi proprietà dello Stato, che destinò la parte destra a regia Scuola di Ingegneria e affittò l'altra ala agli stessi Canonici. Il chiostro è situato all'interno della facoltà di Ingegneria: sui suoi lati, recentemente liberati dalle vetrate che li chiudevano per ospitare alcune aule, sono tornate a correre le arcate. Queste sono sorrette da colonne con capitelli ionici che mostrano lo stemma Della Rovere. Sotto i suoi portici non si aprono più i vari ambienti necessari alla vita monastica ma gli attrezzati istituti della facoltà. A testimoniare l'originaria funzione è rimasto il caratteristico pozzo, ancora al suo posto nel centro del cortile, inquadrato in un'edicola impostata su colonne binate ioniche che sostengono la trabeazione e il timpano. Il progetto viene attribuito ad Antonio da Sangallo, che lo realizzò con la collaborazione di Simone Mosca.
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La basilica di S.Maria Maggiore occupa la sommità del Cispio, una delle tre sommità del colle Esquilino. Scavi effettuati sotto il pavimento della basilica, negli anni '60, hanno evidenziato tratti di un edificio, costituito essenzialmente da un grande cortile porticato, lungo 37 metri e largo 30, sul quale si affacciavano alcuni ambienti. L'ingresso avveniva dal lato dell'abside della basilica. La struttura muraria, i pavimenti, le basi delle colonne ritrovate permettono di attribuire l'edificio all'età augustea. La storia della fondazione della basilica di S.Maria Maggiore, detta anche "Liberiana" dal nome del suo fondatore, viene tradizionalmente legata alla leggenda secondo la quale, nel 352, papa Liberio sognò la Madonna che gli ordinava di costruire una chiesa là dove avesse trovato la neve. Quando il mattino del 5 agosto, nel mezzo di una torrida estate romana, nevicò sull'Esquilino, il papa ubbidì. Il miracolo della neve viene ricordato ogni anno, il 5 agosto, in una funzione durante la quale petali bianchi vengono fatti cadere dal soffitto dell'edificio. Dell'antica basilica non resta traccia, se non alcuni stupendi mosaici ancora esistenti nonostante numerosi restauri.
La struttura attuale è dovuta a Sisto III (432-440), che, probabilmente, commissionò i 36 riquadri raffiguranti scene bibliche, la più interessante documentazione di arte musiva del Basso Impero. In quegli anni la basilica assunse il nome di Sancta Maria ad praesepe, per la commovente reliquia che ospita, ossia alcune parti della mangiatoia ove fu deposto il Bambino Gesù, conservata in una cappella sotterranea. I successivi cambiamenti avvennero nel XIV secolo, quando il cardinale d'Estouteville fece aprire le due porte laterali oppure quando Alessandro VI, ancora cardinale, fece completare il meraviglioso soffitto a cassettoni, opera di Giuliano da Sangallo, che dicesi dorato con il primo oro arrivato dall'America appena scoperta. Benedetto XIV, nel 1743, fece la facciata attuale con la loggia delle benedizioni, che, purtroppo, copre alla vista i bellissimi mosaici della facciata antica. Numerose le sepolture importanti che la basilica conserva: Sisto V (la sua Cappella è opera di Domenico Fontana ed i materiali utilizzati provengono dal Septizodium), Paolo V, San Pio V, Clemente VIII, Clemente IX, ma certamente la tomba più caratteristica è quella di Antonio Emanuele Funta, soprannominato "Nigrita", ambasciatore di Alvarez II, re del Congo, che nel 1604 lo inviò a Roma per ottenere l'invio di missionari nelle sue terre. Il papa Paolo V lo accolse con grandi festeggiamenti, ma il povero Nigrita morì prima di essere ricevuto dal papa; il monumento reca la testa del Nigrita in pietra nera sulla quale spiccano due bianchissimi occhi ed una falsa epigrafe: il monumento fu fatto per ordine di Paolo V, ma l'epigrafe fu fatta cambiare, più tardi, da Urbano VIII, per arrogarsi il merito di aver onorato il congolese. Il campanile, il più alto di Roma (75 metri), risale al 1370 per volontà di Gregorio XI, anche se fu portato a termine grazie ai finanziamenti del cardinale d'Estouteville quasi un secolo dopo. La copertura piramidale si deve invece a Giulio II. Nel XVI secolo vi fu collocato un orologio per le ore latine, che fu sostituito da un altro dalle dodici ore: ci pensò poi Ferdinando Fuga a toglierlo nel fare la nuova facciata nel 1741. Fino al secolo scorso il campanile conservava una campana chiamata "della Sperduta", poiché si racconta che una pellegrina, venendo a Roma a piedi, perse la strada e si raccomandò alla Vergine per essere aiutata. Subito udì i rintocchi della campana, seguendo i quali raggiunse la basilica di S.Maria Maggiore e in tal modo si salvò. In ricordo del fatto, la pellegrina lasciò una rendita affinché alle due di notte venissero perpetuamente suonati i rintocchi di questa campana, oggi sostituita da altra donata da Leone XIII, mentre l'antica, opera di Guidotto e Andrea Pisano nel 1289, si conserva in Vaticano. Sulla piazza antistante l'ingresso della basilica, in piazza S.Maria Maggiore, sorge (vedi foto a destra) l'unica colonna di marmo rinvenuta integra nella basilica costantiniana o di Massenzio, che costituiva, insieme ad altre sette, la grandiosa volta centrale. Fu fatta collocare qui da Paolo V nel 1615 per porvi una statua della Vergine con Bambino, in bronzo. Si racconta che tale opera fu compiuta in tale brevissimo tempo e senz'altro danno che la caduta, senza conseguenze, di una guardia svizzera dall'alto di un'impalcatura, che il pontefice, entusiasta, elargì grandi premi ai lavoratori che avevano preso parte ai lavori. Sul retro della basilica, in piazza Esquilino, sorge un obelisco (nella foto a sinistra), di granito, alto 14,75 metri, privo di geroglifici, quindi non databile e d'ignota provenienza. Giaceva in pezzi accanto alle rovine del Mausoleo di Augusto, dove era stato eretto (insieme all'altro obelisco che si trova oggi in piazza del Quirinale). All'inizio del 1587, Domenico Fontana cominciò i lavori per collocarlo nella sede attuale, all'inizio cioè della "strada Felice", il lungo rettifilo che congiungeva l'Esquilino a Trinità dei Monti: Felice è il nome laico di papa Sisto V Peretti, che commissionò l'opera.
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La scoperta dell'Auditorium di Mecenate avvenne casualmente nel 1874, nel corso dei lavori per l'apertura della nuova via Merulana e dell'adiacente Largo Leopardi (nella zona precedentemente occupata dalla Villa Caetani). L'aula absidata che fu allora riportata alla luce faceva parte di un complesso assai più ampio, disposto a cavallo delle Mura Serviane, che fu subito demolito.
Si conservò invece il cosiddetto auditorium, un'aula absidata lunga complessivamente m 24.20, della quale si possono distinguere quattro parti: una sorta di vestibolo a sud-est, che ha l'aspetto di una sala rettangolare larga m 13,20 e lunga m 5,70; l'aula vera e propria, larga m 10,50, lunga 13,20; l'esedra a gradini, il cui raggio è di m 5,30; infine, la doppia rampa di accesso, a sud-ovest, larga m 2,27. Il complesso, che anche in antico era semisotterraneo, è costruito interamente in reticolato di tufo di modulo piuttosto piccolo (cm 6,5) e quindi relativamente antico. Tre ingressi permettevano di accedere al vestibolo: quello a sud, ancora utilizzato, si apriva sulla rampa, mentre gli altri due (quello di fronte al primo, a est, e quello al centro della facciata, a sud-est, connesso con una scalinata), richiusi dopo lo scavo, mettevano l'aula in comunicazione con gli ambienti circostanti. La copertura doveva essere a volta, a giudicare almeno dal grande spessore dei muri (m 1,93). Forse in essa erano ricavate alcune aperture, come sembrerebbe dimostrato dai resti di vetri da finestra scoperti al momento dello scavo. All'esterno dovevano emergere solo la volta e la sommità dei muri.
Nella sala rettangolare si aprono sei profonde nicchie per parte - tra di esse si notano alcuni restauri antichi in mattoni -. La decorazione pittorica, assai ben conservata al momento della scoperta, è oggi in parte svanita. Le pareti sono dipinte in rosso; sopra le nicchie corre un fregio a fondo nero, alto 27 centimetri, con figure di animali dipinte a colori più chiari. L'interno delle nicchie era decorato con riproduzioni realistiche di giardini. Nell'angolo ovest si possono riconoscere due pavimentazioni successive: Quella originaria, realizzata in fine mosaico con due strisce rosse, e quella più tarda, in lastre di marmo giallo antico e bigio. A quest'ultimo si sovrappone un ampliamento in mattoni dell'esedra, che quindi è ancora successivo. L'esedra è occupata da sette gradini molto stretti, il più basso dei quali ha inizio a m 1,10 dal pavimento. Come si è detto, essa fu ampliata più tardi con un muro in mattoni largo 80 centimetri. I gradini erano coperti di lastre di cipollino, delle quali restano tracce. Al di sopra di essi si aprono cinque nicchie, meno profonde di quelle della navata, anch'esse decorate da pitture di giardino, sotto le quali corre un fregio a fondo nero con figure di animali e di cacce, a continuazione di quello della navata. La parte alta della navata stessa e dell'esedra era decorata con ampie campiture e sottili candelabri vegetalizzati.
L'edificio, nella sua prima fase, è databile verso la fine della Repubblica, mentre la decorazione pittorica di terzo stile (simile a quella della Villa di Livia a Prima Porta) appartiene alla seconda fase, di piena età augustea. Il complesso va certamente identificato con una parte della villa di Mecenate sull'Esquilino.
Sappiamo da Orazio e dai suoi commentatori che per la costruzione di questa villa fu ricoperto il malsano cimitero dei poveri, che allora occupava questa zona dell'Esquilino, e venne parzialmente livellato l'Agger delle Mura Serviane. Sulla facciata verso la via Leopardi sono infatti ancora incastrati alcuni blocchi di tufo di Grotta Oscura, che appartenevano alle mura repubblicane. Anche la data di costruzione dell'edificio con quella della Villa di Mecenate, che si deve porre tra il 40 e il 30 a.C. L'identificazione è definitivamente confermata dalla scoperta, accanto all'edificio, di una fistula acquaria di piombo con il nome di Cornelio Frontone; sappiamo infatti (Epistola I, 8) che questo celebre maestro di retorica dell'età adrianea era venuto in possesso degli Horti Maecenatis, evidentemente cedutigli dall'imperatore. Alla sua morte, Mecenate aveva lasciato la sua villa ad Augusto. Certamente allora furono eseguiti gli affreschi di terzo stile: forse al momento in cui Tiberio, di ritorno dal suo esilio di Rodi, nel 2 a.C., andò ad abitarvi.
Quanto alla funzione dell'ambiente, non è forse del tutto da scartare l'originaria identificazione con un auditorium o un odeon, anche se i gradini sembrano un po' piccoli per ospitare degli spettatori seduti. La presenza di un'iscrizione con i primi due versi di un epigramma di Callimaco, in cui si accenna al convito, ha fatto anche pensare che si trattasse di una cenatio, sala da pranzo estiva. L'ipotesi più comunemente accettata, considerata la situazione semisotterranea dell'edificio e il carattere della decorazione, è che si tratti di un ninfeo: si è pensato anche che le gradinate servissero per sorreggere vasi da fiori.
Gli horti di Mecenate sono i più antichi realizzati sull'Esquilino, a spese dell'antica necropoli della città: essi costituivano probabilmente un ampliamento del più antico possesso del potente "ministro" di Augusto, situato più a sud, dove più tardi furono costruite le terme di Traiano. I limiti ne erano dunque compresi tra queste ultime, la Porticus Liviae e il clivus Suburanus, mentre non è chiaro fino a che punto essi si estendessero a est delle Mura Serviane. A est degli Horti Maecenatis furono successivamente creati gli Horti amiani, probabilmente a opera del console del 3 d.C., L. Elio amia, passati in seguito a Caligola, che vi abitava sovente; adiacenti erano gli Horti aiani, poi passati a Nerone, che vi fece esporre un suo gigantesco ritratto dipinto su lino che, secondo Plinio il Vecchio (N.H., XXXV, 51), misurava ben 120 piedi (m 35). Gli Horti Lamiani si dovevano estendere a nord fino all'altezza di Piazza Vittorio Emanuele; a essi doveva appartenere la Diaeta Apollinis, conosciuta da un'iscrizione, e nella quale erano forse esposte le statue dei figli di Niobe, uccisi da Apollo e Latona, scoperte nei paraggi di Piazza Vittorio (ora conservate al Museo degli Uffizi, a Firenze). Recentemente, la PyDiaetaPy è stata identificata con un grandioso complesso, scoperto dagli scavi della fine dell'800 tra Piazza Dante e via Emanuele Filiberto e in seguito demolito.
Un cippo di limitazione, trovato al suo posto tra via Principe Umberto e la stazione Termini, permette di localizzare con precisione gli Horti Lolliani, creati forse da M. Lollio, console nel 21 a.C., o da sua figlia Lollia Paullina.
Sempre all'inizio dell'Impero si devono attribuire gli Horti Tauriani, proprietà della potente famiglia degli Statilii Tauri. Anche in questo caso, la scoperta di un cippo di confine, che segnava il limite tra i primi e gli Horti Calyclani, permette di riconoscerne nella via Mamiani il limite nord. Essi si dovevano estendere moltissimo a est, lungo la via Labicana, fino all'attuale PortaMaggiore: a giudicare almeno dalle tombe dei liberti della famiglia, trovate immediatamente all'interno della porta. Entrambi nel demanio imperiale all'epoca di Claudio, i giardini passarono successivamente ai due ricchissimi liberti di Claudio e Nerone, Pallante ed Epafrodito (e assunsero così il nome di Horti Pallantiani, più a nord, nei pressi della via Tiburtina, e Horti Epaphroditiani, da collocare immediatamente a ovest della Porta Maggiore). Nel corso del periodo giulio-claudio, quindi, tutti questi giardini finirono col passare al demanio imperiale, formando così un unico, immenso parco, che andava a collegarsi con le altre proprietà imperiali del Quirinale e del ncio. E' questo il caso, ad esempio, degli Horti Liciniani, appartenenti all'imperatore Gallieno, che dovevano occupare l'area a nord della via Labicana, compresa entro le Mura Aureliane: l'iscrizione dedicata all'imperatore, incisa sulla Porta Esquilina, indica forse che quest'ultima era divenuta una sorta d'ingresso ai giardini, di cui fa parte il grande edificio decagono, noto con il nome di "Tempio di Minerva Medica".
L'urbanizzazione dell'Esquilino alla fine del secolo scorso ha restituito una enorme quantità di opere d'arte, appartenenti a queste ville, la maggior parte delle quali è esposta nel Museo dei Conservatori, sul Campidoglio.
da mar a sab 9.00-19.00 (1 apr/30 set) 9.00-17.00 (1 ott/31 mar) dom e festivi 9.00-13.00 Tel. 066990110.
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Edificato da Augusto in travertino, sul luogo della Porta Esquilina delle Mura Serviane, nel punto in cui terminava l'Agger, fu poi dedicato, come riporta l'iscrizione nella cornice, all'imperatore Gallieno e a sua moglie Salonina da un semplice cittadino (M.Aurelius Victor) nel 262 d.C.
Di forma tendente al quadrato, affiancato da pilastri angolari corinzi, inizialmente doveva presentare tre fornici.
Nel Medio Evo, in ricordo della sottomissione di Viterbo a Roma, vi vennero appese due chiavi della città di Viterbo che vi rimasero sino al 1825.
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