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 PISTOIA  |
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Collocata ai piedi dell'Appennino, presenta un gradevole mix turistico di storia, arte, folklore, monumentalità, naturalismo, gastronomia.
Fra i notissimi centri della Toscana, Pistoia mostra elementi di originale caratterizzazione e val bene una visita.
Non a caso è stata autorevolmente definita "centro d'arte minore"; laddove l'aggettivo non vuol rappresentare una diminuzione, ma significa che la città non può essere visitata e pienamente compresa nel suo specifico anche con una visita non lunga. |
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Città di fondazione romana, nota alle fonti sin dai primi del Il secolo a.C., vide consolidarsi il suo ruolo nel peculiare rapporto con la viabilità transappenninica; nell'Ager Pistoriensis fu fermato e sconffitto Catilina che, nel 62 a.C, fuggiva con i suoi seguaci verso la Gallia. Dell'età imperiale rimangono poche notizie mentre è ben nota la penetrazione delle popolazioni barbariche. La città nel V secolo subì il saccheggio dei Goti. La dominazione longobarda fu particolarmente significativa per Pistoia che, essendo prossima al confine bizantino, acquisì un rilevante ruolo strategico e fu sede di un Gastaldato direttamente dipendente dal sovrano. Una cortina difensiva cinse il centro di Pistoia il cui tessuto urbano si era nel frattempo organizzato attorno alla piazza del Duomo e alla piazza della Sala il cui toponimo longobardo indica come qui fosse il centro politico della città. Le importanti istituzioni religiose che durante I' VIII secolo sorsero fuori della cerchia urbana segnarono le direttrici del successivo sviluppo urbano di Pistoia la cui vita, a partire dal IX secolo, si organizzò attorno alla corte vescovile. La nascita del Comune, i primi Consoli sono ricordati nel 1105 mentre nel 1158 si affermò il regime podestarile, arginò il potere del Vescovo il cui munito palazzo sorgeva presso la cattedrale. L'XI e il XII secolo furono contraddistinti dall'imponente crescita economica che modificandone profondamente l'assetto conferì alla città quell'aspetto spiccatamente romanico che ancora oggi ne è la principale caratteristica. Il Duomo, S. Andrea, S. Giovanni e S. Bartolomeo con le loro facciate policrome sono il segno distintivo della Pistoia comunale la cui nuova cinta muraria inglobò i sobborghi che si erano formati oltre la cortina difensiva longobarda. La crescita della colazione urbana unitamente alla massiccia penetrazione delle popolazioni rurali provenienti dalle campagne circostanti modificò profondamente la vita di Pistoia che, solidalmente alla potente crescita economica e in conseguenza di questa, dovette assistere all'affermarsi delle opposte fazioni Guelfa e Ghibellina le cui controversie si acuirono sino ad sfociare in crudeli scontri armati dei quali furono protagoniste le potenti famiglie dei Panciatichi e dei Cancellieri prima Guelfi e Ghibellini poi, con la seconda metà del XIII secolo, Bianchi e Neri. All'imponente crescita economica non corrispose un'altrettanto vivace sviluppo politico e il XIII secolo la cui ricchezza è testimoniata dai prestigiosi edifici che ancora oggi connotano il centro cittadino fu per la città un periodo di grave crisi politica durante il quale Pistoia si trovò compressa tra le potenti Firenze e Lucca che di frequente la coinvolsero negli scontri che le opponevano. L'alleanza tra le due città procurò a Pistoia una delle pagine più dolorose della sua storia: l'assedio del 1306 che le costò lacrime e sangue. Dopo le brevi signorie di Uguccione della Faggiola, di Vinciguerra Panciatichi e di Roberto d'Angiò, nel 1322 dovette sottostare al dominio di Castruccio Castracani signore di Lucca ed esponente del ghibellinismo italiano. Cacciato Castruccio che per riavere la città l'aveva sottoposta ad un durissimo assedio Pistoia entrò nell'orbita fiorentina;
prima nel 1329 quando dovette cedere parte del suo territorio e poi, definitivamente, nel 1351. Nel 1401 Firenze, temendo la defezione dei pistoiesi, si arrogò il diritto della nomina del Podestà e le sottrasse, con l'istituzione delle Podesterie di Serravalle di Larciano, di Agliana e di Tizzana, il controllo sul contado. Il XV secolo caratterizzato dal progressivo attenuarsi delle autonomie cittadine fu funestato dai numerosi scontri tra le fazioni rivali dei Panciatichi e dei Cancellieri ai quali mise fine l'intervento diretto di Firenze che in tal modo potè aggiudicarsi le ultime cariche di rilievo della città. Sotto il dominio mediceo Pistoia visse in pace e la sua economia seppure modesta rimase sostanzialmente prospera, ne rendono testimonianza i numerosi palazzi gentilizi che nobilitano le vie e le piazze cittadine. Durante il dominio lorenese Pistoia visse anni floridi e la sua vita religiosa fu caratterizzata dalla presenza del vescovo Sci pione de' Ricci che, di concordia con il Granduca, ne riorganizzò la vita diocesana convocando poi un Sinodo celebre per le tesi di riforma giansenista delle quali il clero pistoiese si dichiarò sostenitore. Durante il dominio napoleonico la città fece parte del Dipartimento dell'Arno e dopo l'Unità d'Italia, fu unita alla Provincia di Firenze per divenire entità amministrativa autonoma soltanto nel 1927.
Durante la seconda guerra mondiale la città è stata un centro di vivace reazione antitedesca e le sue campagne oggetto di durissime rappresaglie. |
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Con tutta probabilità l'edificio è stato ricostruito nel XII secolo, non a caso nella prima metà del XII secolo il vescovo Atto consacrava al suo interno il primo altare dedicato a san Jacopo, indi ampiamente rimaneggiato subito dopo il grave incendio dei primi del secolo succesivo. Se la notizia vasariana circa l'intervento di Nicola Pisano è assolutamente priva di fondamento ciò non toglie che la cattedrale abbia assunto l'aspetto odierno proprio con la metà del XIII secolo, risultando così più che un'opera architettonica dal carattere unitario, un articolato palinsesto di interventi successivi.
Alla fine del Duecento la cattedrale, ancora priva del portico, ebbe dunque caratteristiche analoghe alle odierne, se si esclude la zona presbiteriale profondamente modificata in età moderna. I lavori proseguirono poi durante i secoli XIV e XV quando si provvide alla costruzione e alla decorazione del portico di facciata e alla copertura voltata delle navate laterali.
Con del Cinquecento la cattedrale fu ancora una volta oggetto di importanti lavori di restauro: vennero modificate le cappelle poste in testa alle navatelle laterali e l'architetto pistoiese Jacopo Lafri demolì l'antico coro mediovale per innalzare la tribuna la fine da lui stesso progettata. L'imponente volume presbiteriale, decorato dai migliori artisti fiorentini dell'epoca, modificò radicalmente lo spazio interno della chiesa dilatandone le superfici e sollevando il problema del raccordo con il corpo delle navate delle quali la centrale venne voltata per consentire un migliore rapporto tra i due volumi. Con la demolizione, alla fine del Settecento, della Cappella di sant'Jacopo, la cattedrale fu privata di un importante luogo di culto; poco dopo Giovanni Gambini procedette all'ultimo importante intervento decorativo.
Incaricato di rinnovare la zona presbiteriale, egli rimosse gli ornati tardo-manieristi del Lafri progettando, durante gli anni Trenta dell'Ottocento, una nuova decorazione di gusto neoclassico. L'aspetto conferito al Duomo da questi ultimi interventi è rimasto inalterato sino ai lavori promossi nel corso degli anni Sessanta di questo secolo volti al ripristino delle antiche strutture medioevali. I restauri provvidero innanzitutto alla rimozione delle volte della navata centrale e degli intonaci ottocenteschi dalle pareti delle navate laterali, vennero poi ripristinate le monofore, le bifore e chiuse le finestre seicentesche.
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Sul finire dell'XI secolo il Vescovo di Pistoia abbandonò l'edificio in cui abitava insieme ai canonici della cattedrale e dette inizio ad una nuova costruzione nella zona compresa tra la via Regia e la piazza antistante il Duomo. Questo palazzo si presentava come un vero e proprio fortilizio, con una possente torre angolare e la merlatura lungo tutto il suo perimetro. Il luogo prescelto, essendo di notevole prestigio simbolico in quanto uno dei più antichi della città come ancora oggi dimostrano i reperti archeologici lì rinvenuti e visibili lungo il percorso archeologico allestito al piano interrato, contribuiva a rafforzare il controllo vescovile che già da tempo si esercitava in maniera diretta sulle attività mercantili che si svolgevano nella piazza antistante.
In occasione dell'investitura de feudo imperiali del vescovo Rainaldo, l'imperatore Federico Barbarossa fu ospitato nel palazzo che qualche anno prima era stato sottoposto ad alcuni lavori di rifacimento e abbellimento.
Il maggiore dei quali fu la decorazione ad affresco della grande sala sinodale in cui vennero dipinte scene di battaglia delle quali rimangono soltanto alcuni frammenti. Fu questo il periodo in cui la residenza vescovile cominciò a trasformarsi in un vero e proprio palazzo cittadino, perdendo quei caratteri difensivi che sono ancora in parte visibili sul muro posteriore e sulla facciata successivamente nascosta dal loggiato trecentesco. Quando alla metà del XII secolo il vescovo Atto promosse il culto per san Jacopo si rese necessaria la costruzione di un nuovo ambiente, la sacrestia, dove conservare gli arredi e gli oggetti preziosi donati dai fedeli al Santo Protettore.
In epoca successiva sopra a questa fu costruita, per l'ufficio della messa in privato del Vescovo, la Capella di S. Niccolò.
Di questa cappella, prima affrescata e poi nel corso del tempo destinata a diversi ed impropri usi, rimane visibile nella retrostante via del Duomo l'insolita abside pensile in mattoni.
Nel corso del Trecento il palazzo subì profondi rimaneggamenti che ne modificarono il fronte e l'alzato.
I lavori, pur conservando le strutture romaniche, incisero profondamente sull'assetto del palazzo che fu ampliato e arricchito di un nuovo prospetto archiacuto che inglobò lo scalone di facciata.
Il palazzo da quel momento divenne oggetto soltanto di piccole variazioni fino a quando il vescovo Scipione de' Ricci, visto il cattivo stato e l'eccessiva frammentazione degli ambienti, non decise di abbandonarlo per costruirne uno nuovo. Da allora il vecchio edificio, ridotto ad abitazione privata, ha subito non poche modifiche degli ambienti interni e, in parte, della facciata principale. Un radicale restauro promosso dalla Cassa di Risparmio di Pistoia e Pescia proprietaria dell'immobile ha restituito, ripristinandone l'aspetto gotico, alla prestiogiosa residenza il decoro che essa ebbe nei secoli passati. Oggi il palazzo, oltre ad essere la sede di rappresentanza dell'istituto di credito, ospita il Museo Capitolare e la ricostruzione di un ciclo di pitture a tempera del pittore Giovanni Boldini un tempo in una stanza della villa La Falconiera a Collegiliato nei pressi di Pistoia.
Dove per secoli si sono avvicendate le botteghe oggi si trova lo sportello informativo dell'Azienda di Promozione Turistica.
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La chiesa dedicata a san Giovanni Evangelista è detta Fuorcivitas perché costruita fuori dalle mura altome-dioevali della città.
Gli storici locali ne hanno fatto risalire la costruzione ai tempi della dominazione longobarda, ma questa tesi non trova alcuna certezza documentaria. La chiesa era sicuramente già edificata ai primi del XII secolo ed era costituita da un'unica navata absidata di dimensioni minori rispetto all'attuale. Dell'impianto originario sopravvivono oggi parte del fianco settentrionale, caratterizzato dall'originale paramentro in marmi diversamente colorati, e il portale laterale, il cui architrave con scolpita l'Ultima Cena A, porta la firma di Gruamonte.
Officiata da un collegio di canonici che risiedevano presso il chiostro, la chiesa rimase soggetta alla propositura di Prato sino alla metà del XIII secolo, dopo di che riacquistò la propria autonomia. Il primitivo impianto venne modificato durante il XIV secolo, quando la navata venne ampliata in lunghezza e in larghezza. In quell'occasione venne completato il prospetto sino all'attuale via Crispi e demolito parte del chiostro romanico per far posto al nuovo fianco meridionale aperto dai finestroni gotici. Durante il Trecento S.Giovanni divenne un cantiere di prim'ordine tale da attrarre artisti di fama che la trasformarono in una delle più importanti chiese cittadine. La qualità della committenza è nota sia dalle opere sia da un importante documento della metà del secolo nel quale si legge come l'Opera di S.Giovanni intendesse rivolgersi ai migliori artisti di quel tempo. Lavorarono per S.Giovanni: Fra' Guglielmo da Pisa che scolpì i rilievi del pulpito B, forse Giovanni Pisano la cui presenza va cercata nell'Acquasantiera; il Maestro del 1310 che pro-babilmetre esordì negli affreschi del coro; Taddeo Gaddi che vi lasciò il polittico con la Madonna in Trono tra i santi Jacopo, Giovanni Evangelista, Pietro e Giovanni Battista. Giovanni Cristiani eseguì la tavola con le Storie di san Giovanni Evangelista.
La chiesa, preziosa per le insigni opere d'arte che custodisce, si fregia inoltre della Visitazione C, uno dei capolavori di Luca Della Robbia, oggi in una nicchia del fianco settentrionale, e di un raro Crocifisso duecentesco.
Ai primi del Novecento la chiesa divenne oggetto di un'importante campagna di restauro che, provvedendo tra l'altro alla rimozione degli addossamenti del fianco meridionale, riportò in luce le strutture del singolare chiostro romanico, unico esempio di tal genere sopravvissuto a Pistoia.
S.Giovanni venne riaperta al culto il 3 gennaio 1909, ma seriamente danneggiata dai bombardamenti dell'ultimo conflitto mondiale fu oggetto di una nuova campagna di lavori che provvide a consolidare il tetto e ad intervenire sulle strutture del chiostro. Recentemente sono stati intrapresi nuovi lavori di consolidamento delle coperture e si è provveduto alla pulitura del paramento marmoreo policromo.
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Con la sua grande cupola visibile da ogni angolo della città la basilica è il più importante edificio rinascimentale di Pistoia. Come è accaduto spesso per le grandi fabbriche del passato non è opera di un solo architetto. Durante l'edificazione, che durò oltre un cinquantennio, vi si alternarono infatti diversi responsabili ciascuno dei quali apportò soluzioni personali all'originario progetto. Studi recenti hanno attribuito il primo modello a Giuliano da Sangallo, uno tra i più stimati architetti della corte medicea che con grande maestria seppe rinnovare la tipologia edilizia rinascimentale guardando direttamente all'architettura antica. E' così smentita la tradizione vasariana, poi rafforzata dal campanilismo cittadino, che indicava quale unico artefice l'architetto pistoiese Ventura Vitoni al quale, comunque, resta un ruolo da protagonista essendo stato il direttore dei lavori per ben venticinque anni. La storia della basilica della Madonna ha origine il 17 luglio 1490 quando nella chiesa di
S. Maria Forisportam, edificata in età medioevale e così chiamata perché fuori della prima cerchia muraria, si verificò un evento eccezionale: l'immagine della Madonna lacrimò acqua argentea. In ricordo di questo prodigioso sudore, e a causa dell'inadeguatezza del primitivo edificio incapace ad accogliere una devozione che aveva assunto dimensioni di massa, fu decisa la costruzione di una grandiosa chiesa in cui ricollocare il muro con l'antica e miracolosa immagine.
L'ampio vestibolo di ingresso A, anomalo rispetto alla tradizione che vedeva i santuari generalmente preceduti da porticati destinati al riposo dei pellegrini, introduce all'aula ottagonale che è l'elemento caratterizzante di gran parte dei santuari mariani costruiti in età rinascimentale.
All'interno si aprono sei cappelle la più grande delle quali accoglie l'altare maggiore, opera commissionata al manierista fiorentino Pietro Tacca in sostituzione del precedente altare in legno oggi conservato nel Battistero.
Un'edicola con colonne corinzie e un frontone curvileneo racchiude l'affresco miracoloso, traslato qui alla metà del Cinquecento quando fu ultimata la grande cupola che tanti problemi aveva creato a Giorgio Vasari che ne era stato l'artefice.
Ai lati dell'altare maggiore si aprono tra le altre la Cappella dell'Annunziata B e quella dell'Assunta C in cui si possono ammirare, rispettivamente, opere attribuite a Ludovico Buti e Francesco Morandini detto il Poppi entrambi artisti di rilievo nella Firenze del primo Seicento, mentre il vestibolo venne decorato ai primi del Settecento da Giovan Domenico Piastrini, e altri artisti, con scene che illustrano il Miracolo e la costruzione della basilica.
Con la bolla papale del 1515 fu stabilito il nuovo nome della chiesa: da S. Maria Forisportam a S. Maria dell'Umiltà; da allora il nuovo tempio s'identifica con l'immagine della Vergine seduta per terra e con il figlio al seno.
In sacrestia sono custiditi preziosi arredi liturgici per lo più appartenenti al XVII secolo.
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Il prezioso edificio gotico che mantiene nella bicromia dell'esterno rapporti con la tradizione del romanico pistoiese è detto in corte per il legame con la longobarda curtis domini regis.
Fu costruito nelle forme attuali poco oltre la metà del XIV secolo. Tuttavia l'impianto originario deve essere ricondotto ad un'epoca precedente visto che già ai primi del XII secolo è documentato un S.Giovanni antistante la Cattedrale. Secondo la tradizione, fu proprio poco dopo la metà di quel secolo che vi trovò sepoltura il vescovo Atto, cui Pistoia deve l'introduzione dell'importante culto per S. Jacopo. Nonostante non se ne conosca l'originaria struttura il battistero, come vuole la più diffusa tipologia di tali edifici, ebbe presumibilmente una pianta centrale e il centro occupato dalla vasca battesimale. Lanfranco da Como realizzò nel 1226 il fonte che ancora oggi ammiriamo.
La data e la firma si leggono nella bella iscrizione in caratteri onciali che si trova all'interno della vasca. Ai primi del Trecento il Comune stabilì di rinnovare il battistero, ma l'impresa non potè nemmeno avviarsi per la guerra che i Lucchesi e i Fiorentini mossero a Pistoia.
Una volta superati il primo quarto del secolo e la crisi politica che aveva afflitto la città si dette avvio ai lavori, e, giunti al rivestimento in marmo, la direzione del cantiere fu affidata a Cellino di Nese, già capomastro del Battistero e del Camposanto di Pisa.
Da allora la fabbrica del S.Giovanni proseguì con regolarità: venne ultimata la grande copertura e nella seconda metà del XIV secolo la chiesa poté dirsi compiuta. Cellino di Nese fu quindi il principale artefice del paramento esterno il cui raffinato uso di marmi diversamente colorati offre una particolare interpretazione della tradizione romanica pistoiese; probabilmente Cellino fu anche l'autore di parte della decorazione scultorea che anima l'abbellimento marmoreo. Le sculture della lunetta del portale insieme ai bassorilievi dell'architrave sono invece opera di un artista vicino ai modi del più noto Giovanni d'Agostino. Dalla prima metà del Seicento il battistero accoglie l'altare ligneo un tempo altare maggiore della basilica della Madonna dell'Umiltà. Il battistero ha subito nel corso dei secoli più volte importanti interventi di restauro, tra i quali hanno avuto una notevole importanza quelli effettuati attorno alla metà del secolo scorso e i più recenti, che nonostante abbiano restituito al suo primitivo aspetto il fonte battesimale di Lanfranco nascosto dagli interventi tardo-barocchi dello scultore Andrea Vaccà, hanno trasformato l'antico edificio in una semplice e spoglia aula in laterizio.
Il battistero ha oggi perduto la sua funzione liturgica e talvolta ospita avvenimenti culturali.
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L'aspetto medioevale con cui oggi conosciamo il palazzo è il risultato di un rifacimento eseguito alla metà dell'Ottocento. Su progetto dell'architetto Giuseppe Faldi, l'amministrazione comunale, per lo stato di deterioramento in cui versava il vecchio edificio, decise il suo totale recupero. Inquell'occasione il palazzo fu ampliato includendo tutte le proprietà adiacenti che così furono riunite in un unico edificio. Il fronte con le sue finestre a bifora fu innalzato di un piano e la facciata fu resa omogenea con un intonaco che simula la pietra. Anche i vecchi stemmi furono ricollocati.
Si trattava di una precisa scelta culturale per rievocare, in epoca risorgimentale, quello che era stato il periodo di massimo fulgore della città.
Sicuramente dalla seconda metà del Trecento, anno in cui i documenti ci dicono che venne "rinnovato" per la prima volta l'originario edificio, il palazzo fu abitato da coloro che hanno amministrato la giustizia a Pistoia; in epoca medioevale il Podestà e, durante la dominazione medicea, i Commissari fiorentini.
Nei primi anni dell'Ottocento, dopo l'abolizione delle magistrature podestarili, il palazzo divenne sede del Tribunale Collegiale e qualche anno dopo del Regio Tribunale di Prima Istanza. Fu a seguito di questo cambiamento e delle nuove esigenze che il vecchio palazzo non riusciva più a soddisfare che fu decisa, come è stato già detto, la sua ristrutturazione e il suo ampliamento.
Nel Trecento il primitivo edificio, incentrato sulla corte a pianta quadrata e corrispondente a quello che oggi è lo spazio occupato dalle prime quattro finestre a sinistra, in asse alle quali si apre il portone d'ingresso, fu aggiunto un nuovo corpo destinato ad accogliere gli alloggi delle guardie, le prigioni e le stalle. Nella corte interna come dimostrano gli scranni in pietra dove risiedevano i magistrati, quelli oggi visibili sono stati costruiti nei primi anni del Cinquecento, si svolgevano i processi pubblici.
La decorazione a tempera o a fresco con gli stemmi dei podestà e dei commissari che adorna questo loggiato, è datata a partire dal XV secolo, ma fu completata, anch'essa in stile, nell'Ottocento da Bartolomeo Valiani, Ferdinado Marini ed Aurelio Machol che, proprio per il profondo senso campanilistico che guidava l'operazione di restauro, aggiunsero anche alcune scene in ricordo delle epoche più gloriose della città.
Le scale presenti sulla destra dell'ingresso conducevano alla grande sala del primo piano, quella in cui ancora oggi si celebrano le udienze, e agli appartamenti privati.
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Alla fine del XIII secolo, quando la città di Pistoia conobbe un periodo di grande floridezza economica e politica, si rese necessario costruire un palazzo più ampio e dignitoso per le magistrature cittadine che sino a quel momento avevano trovato sede provvisoria prima in alcune case private e poi in un più vecchio palazzo di cui oggi non rimane alcuna traccia.
Una tradizione diffusa nel secolo scorso, ma non confermata da alcun documento, vuole che il palazzo che ancora oggi è sede dell'amministrazione comunale sia stato fatto costruire dal podestà Giano della Bella, da cui la denominazione di Palazzo di Giano che ancora oggi lo contraddistingue. In realtà già prima della reggenza di quest'ultimo il comune aveva acquistato un nucleo di abitazioni poste all'angolo tra la piazza e l'attuale Ripa del Sale, in prossimità della prima cinta di mura. Viene così a cadere, stando alla più recente storiografia, un qualsiasi ruolo attivo da parte di questo podestà.
Le vicende costruttive del palazzo sono assai complesse e ancora oggi non del tutto chiarite, ma nonostante la scarsa documentazione è possibile ricostruirne le principali fasi.
Dopo la costruzione del primo nucleo, avvenuta alla fine del Duecento intorno al cortile in cui oggi è stato posto il Miracolo dello scultore pistoiese Marino Marini, il palazzo dei Signori Anziani e del Gonfaloniere di giustizia venne ampliato durante la prima metà del secolo successivo con l'aggiunta, tra l'altro, del portico di facciata che in un primo momento si limitò a sole quattro arcate. Un ulteriore ampliamento avvenne quando furono costruiti gli ambienti confinanti con la Ripa della Comunità, oggi destinati a sede di mostre temporane, e il palazzo fu innalzato fino al secondo piano. Si provvide anche alla costruzione della quinta arcata di facciata in modo da dare omogeneità al fronte che si caratterizza per la sua originalità rispetto ai moduli dell'architettura pubblica toscana. Verso la metà del XIV secolo il palazzo assunse l'aspetto che tutt'oggi lo caratterizza; sono infatti assai limitate le integrazioni avvenute nei secoli successivi e per lo più riguardano gli ambienti interni che si sono dovuti adattare nel corso del tempo alle nuove esigenze delle amministrazioni che si sono succedute.
Della prima metà del Seicento è comunque la costruzione del ponte che unisce il palazzo alla cattedrale in modo da consentire alle Magistrature cittadine di raggiungere direttamente il coro per assistere alle funzioni religiose.
Durante la massima affermazione del regime mediceo venne apposto sulla facciata il grande stemma centrale con le armi dei Medici sormontate dalla tiara papale e da grandi chiavi in onore di Papa Leone X, illustre membro di tale famiglia. Comunque sulla facciata non mancano insegne dell'epoca medioevale, quali la testa di marmo nero sormontata da una mazza in ferro che una leggenda popolare identifica con l'effige del traditore della città Filippo Tedici, anche se presumibilmente si tratta del ritratto di Re Musetto II di Maiorca, ucciso dal capitano pistoiese Grandonio dei Ghisilieri durante la conquista delle Baleari nel XII secolo. La testa del Tedici si trova invece sul portale di Sant'Andrea e la tradizione vuole che sia nera perchè in segno di spregio vi venivano spente le torce prima di entrare in chiesa.
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E' certamente di antica origine, molti indizi ne riconducono infatti la fondazione già al periodo della dominazione longobarda. Sebbene in alcuni momenti sia stata identificata con la cattedrale paleocristiana per il particolare orientamento dell'abside, la pieve di S. Andrea risale molto probabilmente al VII secolo.
S. Andrea venne rinnovata nelle forme odierne attorno alla metà del XII secolo. Le peculiarità dell'edificio si colgono in primo luogo nel fronte la cui tessitura policroma introduce i tre portali tra cui il mediano con l'architrave istoriato. Questo fu scolpito subito dopo la metà del XII secolo da Gruamonte e raffigura il Viaggio dei Magi; un'insolita iconografia che suggerisce un particolare rapporto tra la chiesa e quel tratto urbano della via Francigena sulla quale era stata costruita. Stilisticamente sia Gruamonte che Enrico, il maestro che firmò i due capitelli che sorreggono l'architrave, appartennero alla corrente sviluppatasi all'ombra della cattedrale di Pisa, il cui capostipite fu Guglielmo.
L'interno della chiesa, articolato in tre navate con colonne ed abside semicircolare, si inserisce a pieno diritto nel generale rinnovamento che coinvolse le maggiori chiese pistoiesi alla metà del XII secolo. Il suo odierno aspetto deriva dai lavori di restauro che si sono succeduti nel tempo ed in particolare dai più recenti che, demolendo la maggior parte degli interventi aggiuntisi nei secoli, hanno restituito un edificio certamente austero e suggestivo ma diverso dal primitivo, la cui ricchezza cromatica è però ancora testimoniata dai pochi affreschi rimasti.
La chiesa è custode di opere d'arte di altissimo pregio che ne fanno uno dei luoghi più interessanti della regione. Tra queste spiccano il Pulpito A che Giovanni Pisano scolpì alla fine del XIII secolo e il Crocefisso igneo B, collocato al primo altare della parete sinistra, proveniente da Santa Maria di Ripalta ed eseguito dallo stesso Giovanni.
Il recinto presbiteriale, le cui formelle scolpite in età romanica, oggi alla parete destra C, era così descritta nelle guide locali del secolo scorso: intorno al presbiterio sono delle formelle di marmo a rosoni, con ornamenti in bassorilievo.
L'altare maggiore, voluto dalla famiglia Pappagalli dopo la metà del XVIII secolo, è stato sostituito da un altare D ottenuto impiegando una lastra tombale trecentesca rinvenuta durante alcuni scavi effettuati nelle immediate vicinanze di Pistoia. Sulla parete destra è un altro Crocefisso ligneo E entro tabernacolo rinascimentale attribuito a Giovanni Pisano mentre il catino absidale si orna di una imponente raffigurazione di Dio padre benedicente F dipinto nel 1506 dal pistoiese Bernardino del Signoraccio
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Sulla consuetudine dell'affidare le elemosine a un tronco cavo è sorta la tradizione pistoiese del sogno dei due pii coniugi, Antimo e Bendinella, ai quali sullo scorcio del Duecento apparve la Vergine Maria che ordinò loro di fondare un ospedale là dove avessero trovato un ceppo fiorito in pieno inverno. Da qui il nome e l'insegna dell'istituzione assistenziale pistoiese i cui compiti contemplavano il sostegno dei poveri e la cura degli infermi. Per il ruolo sociale rivestito, il Ceppo, come analoghe istituzioni, esercitò una funzione determinante nella città soprattutto durante le frequenti calamità che affliggevano la società medioevale.
L'ospedale si inserì nell'articolato sistema previdenziale cittadino per divenire, grazie ai lasciti e alle donazioni, soprattutto a partire dall'anno della terribile peste narrata dal Boccaccio, il più potente ente assistenziale di Pistoia.
A conferma del prestigio raggiunto, l'istituzione divenne, sullo scorcio del Quattrocento, oggetto dell'aspra lotta che oppose le fazioni capeggiate dalle nobili famiglie pistoiesi dei Panciatichi e dei Cancellieri i quali, con ferocia, se ne contesero l'amministrazione. A seguito dell'inevitabile intervento riconciliatore fiorentino l'ente fu assoggettato all'Ospedale di Santa Maria Nuova di Firenze.
Nel frattempo i modesti locali medievali si erano ampliati e con il loggiato prospiciente la piazza assunsero i caratteri architettonici dello stile brunelleschiano il cui prototipo è l'Ospedale degli Innocenti di Firenze.
Il fregio policromo che caratterizza il loggiato fu commissionato dallo Spedalingo Leonardo Buonafede allo scopo di promuovere le finalità benefiche dell'ente e di propagandare la nuova gestione fiorentina.
Il Ceppo divenne, presumibilmente nel Cinquecento, sede di una Scuola
Medica che nei secoli formò medici di valore, tra cui l'anatomista-patologo Filippo Pacini al quale è dedicata la vicina strada. Della scuola rimane oggi testimonianza nella raccolta degli antichi ferri chirurgici ordinati nel Museo dell'Accademia Medica del Ceppo.
Amministrato dagli Spedalinghi di Santa Maria Nuova crebbe fino ad assorbire altre e simili istituzioni; alla fine del Settecento divenne l'ente ospedaliero cittadino, ruolo che tutt'oggi mantiene.
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La visita al museo si rivela un interessante cammino nella storia politica, religiosa e artistica della città.
Le raccolte civiche, più volte riordinate sino all'attuale allestimento inaugurato nel 1981, rispecchiano l'attività artistica di un centro che per quanto minore -sempre su Pistoia si sentirono le esperienze della vicina Firenze- fornì il suo originale contributo alla cultura artistica del nostro paese.
Il nucleo centrale della collezione che annovera opere in pittura, scultura ed arti minori rappresentative di un arco cronologico che va dalla metà del XIII secolo sino alla metà del XIX, proviene per lo più dagli enti religiosi soppressi e da lasciti privati quali quelli Gelli e Puccini.
Se nelle sue sale è ben rappresentata l'età medioevale che ha lasciato a Pistoia alcuni rari capolavori, ancora più significativa è la presenza di tavole cinquecentesche, in gran parte raffiguranti il tema della Sacra Conversazione. Tra queste si distingue per originalità la pala detta La Madonna della Pergola di Bernardino Detti. Al Detti si uniscono rappresentanti di una scuola che può ben dirsi pistoiese: Gerino Gerini, Domenico Rossermini, Bernardino del Signoraccio, Fra' Paolino e lo Scalabrino. L'opera di questi pittori dimostra come a Pistoia si seppe in modo del tutto autonomo elaborare uno stile che, pur mostrando i suoi legami con la maniera fiorentina di Andrea del Sarto e Fra' Bartolomeo, fu in grado di conservare una propria originale impronta.
Le sale del museo propongono inoltre una ricca panoramica sulla pittura sei-settecentesca, periodo in cui la città vide all'opera artisti di primo piano impegnati sia nella realizzazione delle numerose pale d'altare di committenza nobiliare sia nelle maggiori imprese ad affresco.
Corpo a sè fanno le opere raccolte nella collezione della famiglia Puccini che, pur annoverando tele di varia epoca, conta alcune interessanti quadri ispirati alla pittura di soggetto storico del XIX secolo. |
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