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 CREMONA  |
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La fondazione di Cremona avvenuta ad opera dei Romani nel 218 a. C. in una zona abitata dai Galli Cenomani costituì nell'area un perno fondamentale per il popolamento delle fertilissime campagne, assegnate ai coloni mediante una centuriazione le cui tracce sono ancora chiaramente leggibili sul territorio, e per la costituzione di una rete viaria e commerciale. Dopo la seconda guerra punica Cremona diventò un centro di grande sviluppo economico e commerciale raggiungendo un notevole livello culturale ed artistico. Con la guerra civile fra Vitellio e Vespasiano la città, nel 69 d.C., venne distrutta e nonostante la celere ricostruzione subì un certo ridimensionamento della sua importanza. Nei secoli successivi iniziò una lenta decadenza che si concluse nel 603 con l'invasione longobarda.
Nel 1098 la città si costituì in libero Comune, raggiungendo una notevole floridezza grazie allo sviluppo del commercio fluviale. Dopo un lungo periodo di adesione alla politica di Federico Barbarossa nel 1167 entrò a far parte della Lega lombarda partecipando alla battaglia di Legnano del 1176; tornata successivamente fedele alla causa imperiale garantì il suo appoggio a Federico II che vi risiedette a lungo con la sua corte durante la lotta con i comuni padani. Il complesso dei monumenti che compongono la piazza del Comune sono la superba testimonianza dell'importanza politica ed economica della Cremona medioevale.
Nel 1334, con la conquista da parte dei Visconti, Cremona entrò a far parte del Ducato di Milano condividendone le sorti anche durante la dominazione spagnola, austriaca, napoleonica, fino all'Unità d'Italia. |
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Riconosciute infondate le indicazioni cronologiche del 754 e del 1284, riferite dalle fonti storiche locali all'inizio dell'edificazione, si sono più correttamente distinte quattro fasi nello sviluppo della costruzione della torre: una prima, risalente al terzo decennio del XIII secolo, fino alla terza cornice marcapiano; una seconda al 1250-1267, fino al cornicione sottostante la quadrifora; una terza, verso il 1284, come raccordo per la quarta fase, rappresentata dalla guglia marmorea terminata entro il 1309.
Accanto alla derivazione dalla tipica torre della tradizione romanica lombarda, tra l'altro ben testimoniata, in versione cremonese, nel campanile di S. Agata, della seconda meta del XII sec., il Torrazzo è stato proposto come esempio di un 'tipo' architettonico nuovo per la Lombardia, la torre-guglia, che si sviluppa tra la fine del '200 e gli inizi del '300.
Essa ha come fonti d'ispirazione il romanico tiburio lombardo e la torre nolare d'origine borgognona (fine del XII sec.) armonicamente fusi; presupposti cui si potrebbero aggiungere affinità tra il monumento cremonese ed alcune torri dell'area mozarabica.
Anche il Torrazzo, come altri esempi lombardi, tra cui la facciata del duomo di Crema nella fase di inizio Trecento, rispecchia un significativo mutamento di gusto che si esprime soprattutto nella modulazione parietale, sostanzialmente pittorica, più che architettonica. In questo senso l'animazione chiaroscurale delle pareti è ottenuta attraverso l'incisione con ampie bifore e trifore archiacute e ricorrendo a sottili profilature verticali o a cornici orizzontali; elementi, tuttavia, impaginati liberamente e senza stringenti vincoli strutturali, attingendo ai più qualificati passaggi della tecnica laterizia cremonese, oltretutto secondo proporzioni spettacolari (111 metri di altezza). II coronamento marmoreo, qualificato da squisiti elementi decorativi, completa in senso luministico e cromatico il fusto in cotto a doppia canna, conferendogli uno spiccato accento ascensionale, sottolineato anche dalla guglia ottagona a due piani, dall'ampiezza digradante verso l'alto.
Costituisce il risultato di interventi successivi alla costruzione della struttura architettonica medievale il grande orologio astronomico: il quadrante esterno fu originariamente dipinto da Paolo Scazzola nel 1483 e ridipinto più volte, tra gli altri dal pittore G. Battista Natali nel 1671, fino all'attuale sistemazione risalente al 1974; il meccanismo dell'orologio è invece ancora quello originale, portato a termine da Francesco Divizioli nel 1583.
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Iniziata nel 1107, come attesta la lapide di fondazione con i profeti Enoc ed Elia, esistente nella sagrestia dei canonici, la chiesa era in fase di avanzata realizzazione quando il terremoto del 3 gennaio 1117 ne interruppe e rovinò in gran parte la fabbrica: quest'ultima presentava sostegni a sistema alternato e, a seconda delle ipotesi, volte esapartite oppure coperture a capriate senza archi trasversi. Solo nel 1129 potè essere ripresa la costruzione dell'edificio che, portato probabilmente a compimento negli anni 1160-1170, fu tuttavia oggetto di integrazioni e modifiche fino agli ultimi anni del secolo: in ogni caso, al 1196 risale la solenne consacrazione dell'altare dedicato ai patroni della Cattedrale, S. Archelao e S. Imerio, da parte del vescovo di Cremona Sicardo (Cattedrale: vista dai portici di Palazzo Comunale).
Meglio delineata appare l'immagine del duomo ricostruito dopo il 1129: doveva già trattarsi di una chiesa a tre navate, con matronei lungo l'alzato delle pareti, cripta e transetto, quest'ultimo almeno parzialmente realizzato entro i termini dello stesso XII secolo. II terremoto doveva poi, aver consigliato il prudente ritorno ad un sistema con archi trasversali e copertura piana sulla navata centrale. La cultura architettonica della fase romanica della Cattedrale cremonese, ha suggerito legami con il duomo di Modena e, attraverso rapporti con le cattedrali di Parma e Piacenza, richiami all'architettura anglonormanna e renana.
Nei medesimi cantieri del XII secolo operarono scultori di cultura e linguaggio diversi. Da una parte si distingue un cospicuo nucleo di sculture, distribuite tra i protiri occidentale e settentrionale o murate nella facciata principale, di controversa attribuzione, ma la cui alta qualità ha tra l'altro suggerito il riferimento all'ambito wiligelmico o, addirittura, ad un intervento diretto di Wiligelmo stesso. Così è per la creazione più alta, tra le più intriganti della scultura romanica occidentale, costituita dalle lastre con i Quattro Profeti del portale maggiore (Ezechiele, Daniele, Isaia, Geremia), riferibili al periodo compreso tra il 1107 ed il 1117.
Alla ricerca di Wiligelmo ricondurrebbero soprattutto l'intensità di moti e le spezzature, la concentrazione e la materia come di bronzo, nonchè la fattura delle pieghe che definiscono la forma senza distruggerla. Una diversa proposta interpretativa inserisce le quattro sculture in una vasta rete di rapporti ed assonanze con aree culturali del mondo germanico, da collegare ad opere tedesche del primo quarto del XII sec. chetrovano analoga eco nella plastica dell'Italia settentrionale, in esempi come il pulpito di S. Giulio d'Orta.
Tra le opere, sempre ricondotte al contesto wiligelmico, figurano l'architrave rappresentante Cristo e i dodici apostoli ora utilizzato sopra la porta della facciata settentrionale del transetto; le due bellissime mensole (cariatidi con Uomo barbuto e sirena, Uomo con baffi e sirena); i due episodi della Genesi, di ispirazione modenese; i simboli degli Evangelisti ed i due profeti Enoc ed Elia della lastra di fondazione, per affinità stilistiche con i Profeti; infine i vari fregi (e frammenti di fregio), di impronta classicheggiante, caratterizzati da un tralcio a nastro in cui si inseriscono figure simboliche con fisionomie di fiere e umani. Pronunciamenti critici diversi riconoscono invece nel "corpus" di sculture suddetto l'attività di almeno due maestri attivi a Cremona tra il 1107 e il 1117, debitori nei confronti delle premesse wiligelmiche e del maestro del portale dei Principi a Modena, ma anche a conoscenza della geometria rigorosa delle antiche forme aquitaniche.
Alcune sculture (ad es. Cristo e i dodici apostoli e, all'interno della Cattedrale, l'Acquasantiera nei pressi della sagrestia dei Canonici), ricondotte agli anni verso il 1130, definirebbero i connotati di una seconda 'scuola cremonese', costituita da artefici emiliani che, in alcuni casi, evidenziano chiare ascendenze nicolesche. II cosiddetto maestro della Lunetta, attivo tra il 1140 ed il 1150 nei capitelli del matroneo (Telamoni ed aquila, le Quattro cariatidi...) rivela affinità con elementi formali riconoscibili in opere di origine oltralpina e tedesca.
Già nel primo decennio del sec. XII dovette esistere un secondo edificio parallelo al duomo romanico, probabilmente con funzioni di doppia cattedrale: l'ipotesi è confortata dai resti dell'abside centrale e dai reperti musivi del 'Camposanto'.
La facciata attuale fu sostanzialmente elaborata tra gli inizi del Duecento, in rapporto con le maestranze antelamiche, ed il principio del Trecento: imprese tardoduecentesche (erezione dei protiri della testata settentrionale del transetto e della facciata, esecuzione del rosone per quest'ultimo prospetto) sono attribuibili allo stesso architetto-scultore, Giacomo Porrata, ricordato nella lapide del 1274 relativa al rosone.
La ghiera esterna di quest'ultimo è decorata a bassorilievo con un nastro di vite fogliato e carico di grappoli metafora del mondo; all'interno degli alveoli, disegnati dai meandri dei festoni vegetali, sono inseriti animali simbolici ripresi sia dal repertorio figurativo dei Bestiari derivati dal Physiologus, sia dalla simbologia cristiana elaborata dagli autori di età patristica, per essere proposti come punto di partenza di un'interpretazione morale. In questo senso l'iconografia dei vari motivi decorativi, attraverso immagini antitetiche del bene e del male, suggerisce una tematica cristocentrica ed apocalittica.
Le figure animali suddette e le statuette ricavate dai conci dello sguancio interno del rosone realizzato dal Porrata e dalla sua bottega testimoniano, oltretutto, due tendenze stilistiche differenti: in alcuni soggetti l'astrazione stilistica arcaica, di carattere "romanico", ingabbia ancora i tentativi di affrancamento da modelli più rigidi e stereotipati; altre sculture denunciano invece modi di più libera e viva impronta naturalistica, facendo intravedere un artista a conoscenza del linguaggio gotico. Nello stesso periodo maestri campionesi realizzarono il rivestimento marmoreo della facciata maggiore, l'inserimento nella stessa del doppio ordine di gallerie, l'innalzamento del protiro (i leoni sono opera di Giambono da Bissone), l'esecuzione delle protomi (gli enigmatici e solenni 'impietriti') scolpite in caduta d'arco nelle gallerie che corrono sulla facciata maggiore, sui lati esterni delle navate laterali, del transetto e delle absidi.
II nuovo assetto architettonico della Cattedrale sarà completato con la costruzione della facciata del braccio nord del transetto (1288) e di quella del braccio meridionale (1343): due prospetti nei quali la tradizione laterizia locale esprime valori di schietta sostanza pittorica.
Nei primi decenni del sec. XIII intanto erano state eseguite altre rilevanti opere scultoree: tra queste il fregio dei Mesi (1200-1210 oppure 1215-1230), collocato sotto la tribuna del protiro, e recentemente riferito al cosiddetto maestro dell'Arca di Abdon e Sennen, legato, per stile e scelte iconografiche, ai modelli antelamici; interposta ai Mesi, la stele raffigurante il vescovo Sicardo; nella facciata del transetto nord, la solenne Madonna Annunciata, di gusto francesizzante.
Il patrimonio plastico continuerà ad arricchirsi anche nel XIV sec. con opere di notevole livello qualitativo. Le tre statue nella tribuna del protiro occidentale, raffiguranti la Madonna con il Bambino, S. Omobono e S. Imerio furono eseguite, nei primissimi anni del Trecento, da Marco Romano, in rapporto all'episcopato cremonese di Ranieri del Porrina: le tre sculture testimoniano la riscoperta dell'arte classica attraverso la conoscenza della scultura monumentale delle cattedrali nordiche, soprattutto dei maestri di Reims e Bamberga.
Il Sarcofago di Folchino Schizzi, inserito nella parete di sinistra sotto il portico della facciata maggiore, è opera firmata da Bonino da Campione (1357), dove si evidenziano i contatti dell'artista con Giovanni di Balduccio ed il gusto lombardo, nella fase preveronese della sua produzione.
Quanto ad una prima fase della decorazione pittorica interna, tracce più o meno frammentarie testimoniano qua e là interventi del XIII secolo; ma dipinti che evidenziano un progetto decorativo unitario appartengono agli ultimi decenni del secolo successivo o ai primi anni del 1400 e sono riconoscibili nel ciclo con Storie dell'Antico Testamento, eseguite sulle volte delle navate minori del transetto a nord e a sud.
I trentasette episodi, realizzati ad affresco e tempera su fondo bianco steso a calce, narrano le Storie di Abramo, Isacco, Giacobbe e Giuseppe Ebreo, riprendendo brani biblici compresi tra Gn. 16,1-3 e Gn. 43,26-31. Nella decorazione pittorica, già collegata allo stile di Giovannino dè Grassi, si è individuata la presenza di più maestri ispirati a diversi orientamenti stilistici: le scene d'impronta più realistica si avvicinano alla cultura dei "Tacuina Sanitatis" di Vienna e alle miniature del "Theatrum Sanitatis" della Casanatense; altri interventi, per lo slancio delle figure, rimandano al "Tacuinum" di Parigi e al ciclo di S. Maria dei Ghirli di Campione, datato 1400 e firmato da Franco e Filippolo dè Veris. Ad aggiornare le forme architettoniche dell'interno, provvide poi la costruzione, nel 1383, delle volte costolonate, le cui vele, insieme alle pareti longitudinali, vennero dipinte con stelle rosse su fondo bianco: se ne vedono alcuni resti nella prima campata a destra, sopra i matronei.
Nel XV secolo si fecero vive nuove preoccupazioni di carattere insieme conservativo ed estetico, che culminarono nel 1491, quando si avviò una vera e propria riforma classicheggiante del prospetto principale.
In un primo tempo Alberto da Carrara e successivamente Pietro da Rho, che, nel 1498, portò a termine l'impresa, realizzarono la sopraelevazione della parte centrale, con la creazione di un attico e di un frontone; nei frattempo. tra il 1493 ed il 1497. a Lorenzo Trotti fu affidata la sistemazione del portico, di diretta ispirazione bramantesca, e l'innalzamento della loggia superiore (1515-1524) detta 'Bertazzola '.
Della plastica rinascimentale sono testimonianze altamente rappresentative i pannelli) (1482) raffiguranti le Storie dei SS. Martiri Mario e Marta, Audiface ed Abaco ed inseriti nei due pulpiti progettati e composti da Luigi Voghera (1820), nonchè il rilievo con Sant'Imerio che distribuisce l'elemosina (tra il 1481 ed il 1484): entrambe le opere scultoree furono eseguite da Giovan Antonio Amadeo, rivelando, da un lato, l'influenza dello stiacciato illusionistico donatelliano e la tipologia del corpo umano desunta da Cristoforo Mantegazza. dall'altro, soprattutto nell'Elemosina, una più sensibile attenzione alla ricerca luminista nella costruzione dello spazio e del pieno tondo delle figure. per cui si è richiamato l'accostamento al Foppa.
Si distinguono per la raffinata esecuzione l'urna dei SS. Marcellino e Pietro, in gran parte scolpita da Benedetto Briosco (1506-1513) e sistemata nella cripta, ed il Sarcofago Ala. eseguito da Gaspare Pedone (1513), ora inserito nella parete della facciata principale, a destra.
Complesso ligneo di grande rilievo è poi il coro canonicale, intarsiato da Giovanni Maria da Piadena detto il Platina(1482-1490). Alla stessa epoca risale la Grande Croce da altare in argento, ma rifinita con oro e vetri smaltati, firmata nel 1478 da Ambrogio Pozzi, e da Agostino Sacchi, fatta eccezione per la base che fu realizzata dall'argentiere Giuseppe Berselli su progetto dell'architetto e pittore Giovanni Manfredini, tra il 1774 ed il 1775: oggi la croce è esposta nella navata di destra dei braccio settentrionale del transetto. La complessità iconografica e l'eclettismo stilistico dell'imponente manufatto, suggeriscono un ventaglio composito di rapporti e citazioni: più latamente la cultura tardo-gotica settentrionale. in modo più specifico l'ambiente veneziano, la statuaria lombarda (Francesco Solari e Cristoforo Mantegazza), tipologie architettoniche reali (il duomo di Milano) o immaginarie (il Filarete), fino alle concordanze con l'ambito culturale della miniatura cremonese, da Baldassarre Coldiradi a Gerolamo da Cremona.
Il più importante ciclo figurativo della Cattedrale è costituito dalla decorazione affrescata agli inizi del secolo XVI sulle pareti laterali della navata maggiore e narra in successione la Vita di Maria e di Cristo.Per la sua esecuzione si alternarono diversi pittori: Boccaccio Boccaccino, che affresca i riquadri dall'Annuncio a Gioacchino alla Circoncisione e Gesù tra i dottori, sensibile a diverse esperienze figurative, dalla Ferrara di Ercole de Roberti, alla Milano del Bramantino, memore della pittura di Giorgione e attento al mondo nordico (le stampe di DDürer); nel 1506 lo stesso artista aveva dipinto il Redentore e i Santi Patroni di Cremona nel catino absidale. Gian Francesco Bembo (Epifania e Presentazione al tempio) e Altobello Melone (Fuga in Egitto, Strage degli innocenti ed i primi cinque riquadri della Storia della Passione a partire dall'Ultima Cena) reagiscono al classicismo del Boccaccino. dando vita ad un linguaggio eccentrico ed anticlassico.
Ad arricchire la Cattedrale hanno concorso anche i secoli successivi fino ai giorni nostri. Basti ricordare per il secolo XVII, le Storie di S. Rocco dipinte dal Genovesino per l'altare intitolato al Santo nel transetto a nord: nelle tele azione e spazio sono emotivamente uniti attraverso il sapiente ricorso ai mezzi luministici e all'efficace resa del contesto architettonico, rifacendosi alla tradizione lombarda e, in taluni passaggi, a note cromatiche squillanti "zurbaranesche".
Alla fine del '600 G. Bertesi realizzò il gruppo ligneo raffigurante la Sacra Famiglia. Accanto all'altare di S.Rocco, la Cappella delle Reliquie eseguita alla fine del sec. XVIII su progetto di G.Manfredini. I quattro affreschi di G.Diotti sulle pareti del presbiterio e del coro sono dei primi decenni del secolo XIX, mentre l'urna sepolcrale di Mons. G.Bonomelli fu realizzata in marmo e bronzo da D.Trentacoste nel 1923.
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Il primo ricordo storico di un edificio sede del potere politico comunale risale alla fine del XII secolo (1193 e 1194), quando riferimenti documentari parlano del palazzo dei consoli. Tuttavia, quanto rimane leggibile degli elementi medievali del Palazzo del Comune risale alla data di edificazione del 1206 ed al successivo ampliamento del 1245, documentato da una lapide ubicata nel cortile (Il Palazzo Comunale - Esterno dai portici della Cattedrale).
L'attuale condizione permette comunque di riconoscere alcune caratteristiche riferibili alla metà del Duecento ed almeno rintracciare, all'origine, l'adozione del modulo e del tracciato rettilinei, a pianta semplice e forme squadrate, di ascendenza cistercense.
La struttura medievale del palazzo rimase sostanzialmente inalterata fino al XV secolo, quando sono documentati interventi di ordinaria manutenzione fino alla più rilevante ristrutturazione della seconda metà del secolo.
A partire dal 1496, le modifiche più rilevanti, affidate a Bernardino de Lera, riguardarono soprattutto la facciata, proponendo moduli ed elementi di chiara impronta rinascimentale in sostituzione delle trifore medievali: del progetto iniziale furono realizzate solo quattro finestre, delle sei previste, delineate da lesene marmoree scolpite a bassorilievo con formelle a soggetto mitologico ed allegorico; solo più tardi (1507) fu costruito un nuovo arengario in marmo da Lorenzo Trotti innestandolo nel pilastro centrale della facciata, come già previsto dal progetto del De Lera.
La riforma architettonica parzialmente avviata dal De Lera ed interrotta a causa dell'incertezza del clima storico - politico italiano tra la fine del XV e l'inizio del XVI secolo, fu ripresa in modo sostanziale nel decennio 1568-1578 per opera di Francesco Dattaro detto il Pizzafuoco (un'epigrafe ricorda la conclusione dei lavori nel 1581).
A questi interventi risale tra l'altro la suddivisione dello spazio interno secondo grandi sale di riunione, funzionali alla nuova organizzazione burocratica dell'amministrazione pubblica spagnola: quella del Consiglio dei Decurioni (attuale sala della Consulta), un ambiente destinato alla Cancelleria, al Patrimonio e all'Estimo, una cappella (l'odierna saletta dei Violini) ed una galleria di accesso (il cosiddetto salone dei Quadri).
Uno scalone fu poi edificato sul lato verso via Gonfalonieri ed ulteriori modifiche riguardarono tutte le finestre della facciata ridotte in forma rettangolare: le lesene marmoree che abbellivano le finestre dovute al De Lera furono reimpiegate per due portali tuttora esistenti nella sala degli Alabardieri e in quella dei Decurioni.
L'odierna sistemazione della facciata risulta comunque dalle variazioni apportate al progetto iniziale (1838) di Luigi Voghera da parte della commissione di nomina municipale, responsabile della riforma dopo la morte dell'architetto (1840); di fatto quest'ultimo aveva eseguito la costruzione degli archi del piano terra. mentre la partizione decorativa dell'alzato introdusse significative varianti, soprattutto nel disegno delle aperture, arricchite nelle lesene da decorazioni in cotto di gusto rinascimentale.
Anche altri interventi successivi al 1840, riguardanti il corpo dell'edificio all'interno ed all'esterno, disattesero le indicazioni del Voghera: in questo clima si presentò tutt'altro che pacifica la decisione di costruire il nuovo scalone, oggi visibile, in sostituzione dei precedente cinquecentesco.
Fin dal Medioevo le pareti del Palazzo Comunale furono arricchite da interessanti complementi decorativi di carattere pittorico: alle soglie del 300 risalgono i dipinti murari, assai guasti e frammentari, ancora visibili sotto il portico, preziosa e rara testimonianza di pittura civile dell'Italia settentrionale.
L'iconografia, di controversa definizione, si presta a diverse interpretazioni comunque legate alla storia del comune cittadino: si tratterebbe della restituzione dei carrocci tra Parma e Cremona (1281); oppure di una ambasceria inviata a Parma da Cremona e latrice di un codice degli statuti cremonesi (1288); o, infine, di un episodio (1251) di cui fu protagonista Ubertino Pallavicino, signore di Cremona.
All'interno dell'edificio, nella serie d'affreschi (fine del XIII sec.) sulla parete orientale della sala degli Alabardieri, si distinguono due diversi momenti stilistici: un S. Cristoforo, una Madonna col Bambino e Santi ed i SS. Omobono ed Imerio testimoniano una maniera che, sui tradizionali schemi bizantini, innesta stilemi d'estrazione romanica; la Crocifissione rivela invece una tendenza più aggiornata, rinnovata da un descrittivismo più nervoso e da una stesura cromatica morbidamente graduata secondo cadenze di matrice goticheggiante.
Nella seconda metà del Quattrocento le volte dei portici furono decorate con motivi floreali e stemmi, tra cui quelli di Cremona, degli Sforza e di Bianca Maria Visconti; al secolo successivo risalgono le decorazioni dipinte raffiguranti, tra gli altri, gli emblemi del Leone di S. Marco ed il biscione visconteo, al di sotto delle volte suddette.
Sulle pareti del portico verso la piazza, le tre preziose lunette, con Allegoria della Giustizia, Angelo annunciante e Madonna annunciata vanno riferite agli anni 1506-1508, richiamando la cultura figurativa lombarda tra Foppa e Bramante.
Al termine dello scalone d'onore, al piano superiore, si trova un portale rinascimentale ricomposto, come già detto, utilizzando i marmi tardo-quattrocenteschi della facciata, da Francesco Dattaro nel 1575: i particolari decorativi e figurali, soprattutto le Storie di Ercole, denunciano l'influenza dell'Amadeo, unitamente a chiari riferimenti alla scultura di Cristoforo ed Antonio Mantegazza, ravvisabili nelle due figure allegoriche della Giustizia e della Temperanza. II linguaggio meno colto rispetto a questi modelli, ha suggerito l'attribuzione del portale a Pietro da Rho. Nella sala del Consiglio (o salone dei Quadri) da ricordare i quadri con la Raccolta della manna (1587) di Grazio Cossali; la Moltiplicazione dei pani (1647) del Genovesino, opera notevole, dove emergono la conoscenza dei bamboccianti e riferimenti alla lettera picaresca non disgiunti da legami con il naturalismo spagnolo; un 'Ultima Cena (intorno al 1647), sempre del Genovesino; il Sacrificio d'Isacco di Francesco Boccaccino (circa 1680-dopo il 1750). Sulla parete di fondo, una riproduzione in gesso del portale di palazzo Stanga-Rossi di San Secondo, il cui originale fu venduto al Louvre nel 1875; superata la porta si accede al salone della Consulta, dove si conservano le tele del Giudizio di Salomone (1671) di Agostino Santagostino e un'interessante Allegoria di Christoph Schwartz (1545 c. - 1592).
Nella stessa sala gli otto tondi del soffitto, raffiguranti le Virtù del Buon Governo e i quattro pannelli al di sopra dei finestroni, con episodi celebrativi delle Glorie di Cremona (La scuola dei Campi; Musicisti e liutai cremonesi; Uomini illustri di Cremona; L'agricoltura e l'industria cremonese), furono eseguite dal pittore cremonese Antonio Rizzi (1869-1940) dal 1928 al 1929; qualificandosi per il disegno raffinato ed elegante e confermando la vena simbolista, i dipinti testimoniano il progressivo passaggio dell'artista allo stile dèco, oltretutto adottando forme plastiche più addolcite rispetto alle esperienze precedenti.
La saletta dei Violini custodisce poi alcuni capolavori della liuteria cremonese: il violino detto "Il Cremonese 1715", di Antonio Stradivari; il violino detto "L'Hammerle" di Nicolò Amati, del 1658; il violino detto "Il Carlo IX di Francia" di Andrea Amati, del 1566; il violino detto "Lo Stauffer 1734" di Giuseppe Guarneri detto del Gesù; il violino detto "Il Quarestani" di Giuseppe Guarneri figlio di Andrea, del 1689; la viola detta "La Stauffer" di Antonio e Gerolamo Amati, del 1615.
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Il Battistero, iniziato nel 1167, riprende la tipica pianta ottagonale, richiamo simbolico al numero otto, all'ottavo giorno della risurrezione e quindi, per estensione, del Battesimo: una connessione tra teologia ed architettura suggerita in un carme di S. Ambrogio e legata poi al rito ambrosiano.
All'esterno, le parti dell'edificio costruito negli anni successivi al 1167 sono leggibili nei lati che presentano l'apparecchiatura muraria in cotto: pareti lisce sulla cui superficie si aprono piccole bifore o monofore, definite da contrafforti a spigolo acuto, in tre casi scandite attraverso due sottili lesene semicircolari culminanti con piccoli capitelli cubici scantonati e concluse da un fregio di archetti pensili.
A partire dal 1553 il Battistero fu interessato da interventi di adattamento e modifica che tuttavia s'inserirono con intelligente discrezione nell'originaria struttura medievale. Essi riguardarono il rivestimento marmoreo (1553-1558) delle due fronti nord e nord-est, in linea con la riforma rinascimentale della facciata della Cattedrale alla fine del XV secolo, la parte terminale, caratterizzata dalla loggia con pilastrini e da una fascia in cotto ornata da doppi oculi "post-bramanteschi" per ogni lato; infine compresero la costruzione di una nuova copertura che duplicava l'originaria medievale, ma elevando e separando il tetto ligneo, ricoperto di lastre di rame all'esterno, dall'estradosso della volta.
Le diverse opere intraprese vedono protagonisti i "magistri" Gabriele Dattaro, Francesco Dattaro e Sebastiano Nani a cui viene affidato dai massari della Fabbrica della Cattedrale il rinnovamento del pavimento, concluso alla fine del 1561. Tra l'altro, all'interno dell'edificio, già dal 1531 Lorenzo Trotti aveva terminato il complesso del nuovo fonte battesimale, ancor oggi visibile.
La "reinterpretazione" rinascimentale e manieristica dei connotati medievali coinvolge anche l'attuale ingresso, arricchito nel 1588 dal protiro di tipologia romanica, con volta a botte e colonne poggianti su leoni, realizzato da Angelo Nani, coadiuvato da Pietro Capra.
L'interno del Battistero meglio testimonia la compagine architettonica medievale: pur conservando indubbi requisiti "romanici", essa presenta precorrimenti "gotici", evidenti già nella predilezione per nitide e spoglie cortine murarie. In questo senso il monumento cremonese esprime in modo esemplare l'autentico apporto dell'architettura gotica lombarda, in ordine al procedimento di cromatica smaterializzazione della parete che diventa schermo duttile e sottile.
In questo contesto si segnala la coerenza di un sistema basato su due diversi, ma coordinati, gusci murari interamente separati da una cassa di compensazione; congegno che prepara l'impostazione della cupola a otto spicchi e si conclude nella struttura a fornici impiegata nell'intervallo tra la cupola stessa e l'estradosso piramidale.
Un sistema di copertura che porta a compimento aspetti tecnici e formali ampiamente esemplificati in Lombardia (tra l'altro, il tiburio di S. Michele a Pavia) almeno dal principio dell'XI secolo.
Offre poi più di uno spunto, l'analisi delle misure fondamentali e dei moduli che guidano i rapporti tra base ed alzato: le misure dell'ottagono, come il lato ed il raggio della circonferenza relativa, risultano riadoperate per le altezze dei singoli ordini; la dimensione del quadrato che include l'ottagono equivale al colmo dei prospetti esterni.
Sembra quindi riscontrabile nel progetto e nei passaggi strutturali maturati nel Battistero cremonese, a partecipazione alla poetica cistercense nel suo carattere più squisitamente e rigorosamente formale, in rapporto ai tracciati in pianta ed alzato che realizzano figure geometriche regolari.
Aspetto che è ulteriormente confermato da elementi di dettaglio decorativo relativi alla forma dei capitelli aniconici, a foglie polilobate, analoghi a quelli delle chiese cittadine di S. Michele e S. Lorenzo; nel caso poi dei capitelli al culmine delle colonnine nelle bifore delle gallerie, si ritrova una forma interamente determinata da quattro foglie che avvolgono la campana, salendo fin sotto un abaco rettilineo, costante della scultura architettonica cistercense, a partire dal prototipo dell'abbazia di Fontenay (1137-1147).
Tra gli arredi dell'interno, sulla parete sud è collocato l'altare di S. Giovanni, decorato da un crocifisso già datato al sec. XVI, ma recentemente riferito al 1300; alle sue spalle, un affresco ammalorato con la Maddalena e le pie donne ai piedi di Gesù in croce e, tra le nubi, Dio creatore, variamente attribuito a pittori operanti a Cremona tra la fine del XVII e la prima metà del XVIII (R. De Longe, A. Massarotti, F. Boccaccino).
La ricca ancona lignea barocca e la statua della Beata Vergine Addolorata dell'altare sul lato est, hanno richiamato lo stile di Giacomo Bertesi; vanno ancora segnalate due statue lignee, S. Filippo Neri e S. Giovanni Battista, nonchè la cantoria barocca, attribuite a Giuseppe Chiari , allievo del Bertesi.
Nell'edificio sono stati collocati i frammenti musivi del cortiletto del Torrazzo, databili alla seconda meta del IV secolo: essi si distinguono per l'eleganza del disegno compositivo, caratterizzato da una serie di ottagoni collegati ad alcuni quadrati da una treccia a due nastri e arricchito da motivi decorativi, tra cui foglie d'edera nere, fiori in boccio rosa, pelte fogliate e nodi di Salomone.
Costituivano complementi decorativi originari del Battistero i due picchiotti in bronzo con protomi leonine degli inizi del XII secolo (ora in Palazzo Vescovile), inseribili nell'ambito della produzione in metallo italo-settentrionale cui non sono estranei riferimenti formali alla tradizione mosana.
Allo stesso titolo, la statua originaria dell'arcangelo Gabriele, già sulla sommità del Battistero ed ora sostituita da una copia, è opera in bronzo, probabilmente di maestro lombardo, databile tra XII e XIII secolo. All'esterno, al di sopra di uno dei due speroni smussati, è poi immorsata una pregevole testa, ormai molto consunta, riconducibile all'ambito wiligelmico o nicolesco.
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