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 GENOVA  |
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Il primo insediamento cittadino avviene in un territorio che vede la presenza dell'uomo fin dalle epoche più antiche. Nel I millennio a.C. la presenza dei Liguri, popolazione di origine mediterranea, è testimoniata su un ampio territorio dell'Italia nord-occidentale. La stessa posizione di Genova rispetto al mare ne determina i rapporti commerciali con Fenici e Greci. La conquista romana, soprattutto grazie alle grandi reti viarie, favorisce ulteriormente gli scambi. Il tardo impero e l'Alto Medioevo vedono Genova dominata dai Bizantini, dai Longobardi e dai Franchi; inoltre la città è soggetta alle incursioni navali saracene e normanne.
A partire dal XI secolo Genova si afferma come una delle grandi potenze marinare del Mediterraneo. I mercati genovesi penetrano fino in Cina e stabiliscono rapporti commerciali con le potenze dell'epoca. La Repubblica di Genova estende progressivamente il suo dominio su tutta la Liguria e sulla Corsica e soprattutto si impone - in competizione con le altre Repubbliche Marinare - come uno dei principali porti del mediterraneo occidentale. Dal XIV secolo la massima autorità cittadina è rappresentata dalla figura del doge, espressione del difficile equilibrio fra le varie famiglie aristocratiche che si dividono (anche urbanisticamente) la città e che talora si appoggiano - anche per lunghi periodi - ai governi stranieri con i quali intrattengono rapporti finanziari. Nel 1528 l'alleanza tra l'ammiraglio Andrea Doria e l'impero spagnolo di Carlo V apre il cosiddetto Secolo d'Oro di Genova, caratterizzato dallo straordinario slancio dei genovesi verso gli investimenti finanziari in tutta Europa e dalla costruzione, in città, di splendide ville e palazzi nobiliari. Il ritorno sotto l'influenza francese, a seguito della presa di Genova da parte di Luigi XIV, nel 1684, coinvolge la Repubblica nelle lotte della corona di Francia contro l'impero austriaco. Le truppe austriache occupano Genova nel 1746. Liberatasi grazie ad una sommossa popolare, Genova mantiene il proprio governo come Repubblica aristocratica fino al 1797 e, dopo la parentesi napoleonica, verrà annessa al Regno di Sardegna. |
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Al centro della città medievale la cattedrale di San Lorenzo è circondata da edifici di grande valore religioso e civile: il battistero, il palazzo arcivescovile, il chiostro di San Lorenzo e il Palazzo Ducale. La cattedrale, in passato stretta tra vicoli e piazzette, venne isolata nell'Ottocento con la creazione di piazza Matteotti e via San Lorenzo e l'ingrandimento di piazza San Lorenzo.
Sulla fondazione della cattedrale i pareri degli studiosi sono discordi: probabilmente la chiesa di San Lorenzo doveva essere già cattedrale dal Vl secolo come recenti studi hanno dimostrato, mentre secondo la tradizione la prima cattedrale fino al IX secolo fu la chiesa di San Siro. La chiesa fu riedificata in forme romaniche nel XII secolo, quando Genova divenne una grande potenza economica. Già nel 1118 papa Gelasio ne consacrò una prima parte. Nel Duecento venne operata una radicale trasformazione in edificio gotico: maestranze francesi, su modello delle chiese della Francia settentrionale, lavorarono alla facciata e all'atrio interno. I lavori vennero continuati nel Trecento e nel Quattrocento, insieme ad altri all'inlerno, che dilatarono lo spazio con una serie di cappcllc laterali. Nel Cinquecento il restauro delle coperture venne aftidato a Galeazzo Alessi, in quegli anni impegnato in altri importanti cantieri cittadini. Venne costruita una grandiosa cupola e sostituita, nelle navate, la copertura a capriate con quella a botte. I restauri dell'Ottocento e degli anni Trenta di questo secolo riproposero con molta cautela l'aspetto medievale senza ricreare, però, un'unità stilistica mai esistita.
Simbolo della fede e dell'opulenza della città, la cattedrale porta in sé i segni delle trasformazioni avvenute nei secoli. Dell'edificio più antico rimangono solo alcune tracce attualmente non visibili, mentre più facilmente riconoscibili sono le parti della chiesa romanica, come i fianchi con i portali laterali di San Giovanni e di San Gottardo. Della chiesa gotica, invece, è la fascia inferiore della facciata principale con una ricca decorazione scultorea: le scene di significato allegorico e morale sono ispirate ai testi sacri, alla letteratura medievale e ai bestiari. Nella lunetta del portale maggiore sono rappresentati Cristo in maestà tra i simboli degli evangelisti e il Martirio di San Lorenzo. Agli angoli della facciata si trovano la statua del Santo con meridiana, detta "dell'arrotino" e due leoni stilofori. Dell'Ottocento sono, invece, i leoni di Carlo Rubatto posti in cima alla scalinata, anch'essa opera moderna. La parte superiore della facciata principale, che continua la decorazione a fasce bianche e nere, venne edificata nelle epoche successive, come il rosone quattrocentesco. L'interno della chiesa è il risultato dei restauri che riportarono in luce buona parte delle strutture medievali. Vennero conservate, però, le quattrocentesche cappelle della navata sinistra e le absidi e il transetto del Cinquecento. Degna di: nota la cappella della famiglia De Marini, dedicata all'Annunciazione, con opere di Giovanni Gagini e quella di San Giovanni Battista costruita da Domenico e Elia Gagini con statue di Matteo Civitali e Andrea Sansovino. Di notevole valore gli affreschi all'ingresso, di cultura bizantina, e quelli seicenteschi del coro, di Lazzaro Tavarone.
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La primitiva costruzione fu cominciata nel 1125 dal monaco Martino Doria che non soddisfatto del sito, sospese i lavori, scelse una nuova area sulla quale nel 1140 inizio e condusse a termine la erezione del monumento romanico di San Matteo.
Nel 1278 la chiesa fu totalmente demolita e ne fu costruita una nuova, monumento ispirato al gotico; anche la piazza risale a questa data.
Di questa seconda costruzione oggi rimane quasi intatta la facciata e la cappella del coro; infatti trasformazioni cinquecentesche operate da Giovan Angelo Montorsoli (1543 - 1547) e da Giovan Battista Castello, il Bergamasco (1557 - 1561) e da altri artisti, ne cancellarono quasi interamente l'aspetto gotico.
Dal 1910 al 1930 ebbero corso lavori di sistemazione del chiostro, della facciata e della piazza antistante la chiesa. Restauri del 1934 intervennero a correggere in parte trasformazioni cinquecentesche poco indovinate. La scalinata d'accesso al piazzale, unica anzichè doppia, è lavoro del 1935.
E' noto che il chiostro, gioiello d'architettura, è opera di Marco Veneto, un prigioniero dei Doria, e risale al 1308.
La suggestiva piazza San Matteo, di integro carattere medievale, è chiusa dalle severe case dei Doria.
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Il palazzo fu eretto a partire dal 1565 da Domenico e Giovanni Ponsello per Niccolò Grimaldi, appellato "il Monarca" per il novero di titoli nobiliari di cui poteva vantarsi, e ai quali sommava gli innumerevoli crediti che aveva nei confronti di Filippo II, di cui era il principale banchiere. E' l'edificio più maestoso della via, unico edificato su ben tre lotti di terreno, con due ampi giardini a incorniciare il corpo centrale. Le ampie logge affacciate sulla strada vennero aggiunte nel 1597, quando il palazzo divenne proprietà di Giovanni Andrea Doria che lo acquisì per il figlio cadetto Carlo, Duca di Tursi, al quale si deve l'attuale denominazione. Dal 1848 è sede del Municipio.
La facciata è caratterizzata dall'alternarsi di materiali di diverso colore: il rosa della pietra di Finale, il grigio-nero dell'ardesia, il bianco del pregiato marmo proveniente da Carrara.
Il prospetto principale consta di due ordini sovrapposti. Il piano rialzato sopra la grande zoccolatura alterna finestre dal disegno originale con paraste rustiche aggettanti sostituite, al piano superiore, da paraste doriche. Mascheroni dalle smorfie animalesche sormontano le finestre di entrambi i piani, contribuendo alla resa plastica della facciata.
Il maestoso portale marmoreo è coronato dallo stemma della città di Genova. Particolarmente innovativa è l'inedita e geniale soluzione architettonica che con la successione degli spazi interni - atrio, scala, cortile rettangolare sopraelevato rispetto al portico e scalone a doppia rampa - crea un meraviglioso gioco di luci e prospettive. Il palazzo rappresenta il culmine del fasto residenziale dell'aristocrazia genovese.
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Già Palazzo Durazzo, grandioso edificio del XVII secolo,completato nel 1705, quando furono eretti da C. Fontana il doppio scalone e il giardino pensile aperto verso il porto. Venne nominato reale a partire dal 1815, quando fu scelta come dimora genovese dai Savoia. Offre un esempio di dimora patrizia genovese del '700, indimenticabile la Galleria degli Specchi.
La "Galleria di Palazzo Reale" è un museo-residenza: infatti di una dimora di grande prestigio conserva la natura, gli arredi, le opere d'arte, gli oggetti d'uso. La sua eccezionalità sta, oltre che nella straordinaria rilevanza di quadri ed affreschi, nell'ottimo stato conservativo dell'Appartamento, pervenuto nei primi anni venti al Demanio dello Stato senza aver subito sostanziali sottrazioni negli arredi e poi via via restaurato dalle due Soprintendenze liguri con sapienti e calibrati interventi del suo apparato decorativo e delle collezioni. E', quindi, una "casa", della quale si può ancora sentire il respiro e la vitalità, che con soddisfazione presentiamo ai visitatori sempre più numerosi ed interessati.
La principesca suite nell'ala orientale del primo piano nobile ancor oggi conserva il nome di uno dei suoi ultimi inquilini storici, Luigi Amedeo di Savoia-Aosta, duca degli Abruzzi, celebre esploratore, navigatore, alpinista, ammiraglio, nato a Madrid il 29 gennaio 1873, mentre suo padre Amedeo era re di Spagna. L'appartamento è formato oggi da dieci sale riccamente arredate, delle quali sette si aprono per la prima volta al pubblico nell'aprile del 1999. L'inizio della sua storia cade nel 1650, quando l'edificio genovese, dopo otto anni di intensi lavori fu finalmente completato. I disegni allegati al progetto seicentesco documentano l'esistenza dell'appartamento sebbene fosse allora di dimensioni sensibilmente inferiori e, soprattutto, si sviluppasse verso sud. La seconda fase della storia dell'appartamento coincide con la costruzione dell'ala di levante del palazzo. E' questo il momento in cui la facciata principale a nord raggiunge le dimensioni attuali. Rispetto alla situazione di metà Seicento, si ampliò di sole due camere l'appartamento esistente e si allestì contemporaneamente un secondo alloggio con entrata indipendente su Strada Balbi. Decorazioni settecentesche superstiti sono quelle della cosiddetta anticamera o "sala degli staffieri" e nella volta del salotto "dello stucco lucido". Le altre sale saranno completamente ridecorate a metà del secolo successivo. Sarà solo nei primi anni quaranta del 1800 che l'alloggio con entrata indipendente, già detto della duchessa del Chiablese, fu ingrandito a spese del secondo e il grande appartamento che se ne ricavò fu trasformato secondo l'allestimento visibile ancora oggi. L'appartamento sarà detto a lungo di Vittorio Emanuele II. Non è possibile stabilire con precisione quando il re lo avesse messo a disposizione di Luigi di Savoia, ma è certo che il duca degli Abruzzi, appassionato di nautica, avesse risieduto a Genova e il suo appartamento a Palazzo Reale fu certo sua residenza abituale tra un'impresa e l'altra.
Galleria degli specchi: Questo è certamente uno degli ambienti più celebri di tutto il Palazzo e ne rappresenta quasi l'emblema. In origine, nel 1650, la galleria era di dimensioni inferiori e decorata solo dai quadri e dalle statue di Giovanni Battista Balbi. figlio di Stefano, primo proprietario del Palazzo. L'assetto attuale, di straordinario impatto scenografico, si deve invece a Domenico Parodi (1668-1740) che qui realizzò una delle sue opere più felici e celebrate. Il modello è quello della galleria sei-settecentesca romana, Palazzo Colonna (1665-1675) e Doria Pamphilj e, naturalmente, la Galerie des Glaces di Versailles (1679-1686), modelli tutti, questi ultimi, ingentiliti nella versione genovese, databile attorno al 1730 dalle proporzioni contenute e dall'estrema eleganza delle soluzioni decorative. Vizi e divinità viziose (Bacco. Venere e Apollo) si contrappongono alle Virtù (Speranza. Temperanza, Fortezza e Carità) nella ricchissima decorazione a fresco commissionata con ogni probabilità da Gerolamo Durazzo: stucchi veri si mutano sotto gli occhi dell'osservatore in quelli dipinti, mentre la pittura finge la scultura, l'oro vero si confonde con quello falso, specchi e luci dilatano lo spazio, allegorie e figure del mito si mescolano a personaggi della storia antica, in una serie di espedienti illusionistici di straordinaria inventiva e varietà. Alla base di tutto, un programma didascalico-moraleggiante di autocelebrazione della famiglia Durazzo, i cui stemmi giganteggiano nella campata centrale. Nel Settecento la galleria fu utilizzata spesso come sala da pranzo di rappresentanza per rendere omaggio ad ospiti prestigiosi e in occasioni di gala.
Sala del trono: Questa sala introduce nell'ala di levante del Palazzo, quella che conserva più evidenti le tracce delle trasformazioni sabaude. Qui, in origine, i Durazzo avevano allestito un fastoso salotto, ma dell'antica decorazione sopravvive solo la volta caratterizzata da splendidi stucchi con figure di satiri ad altorilievo ridipinti e ridorati nell'Ottocento. Noto in quella fase come Salotto del Giordano per la presenza dì tre grandi tele di Luca Giordano (1635-1705), due delle quali ancora visibili, rappresentava l'analogo simmetrico del Salotto del Veronese, sul lato opposto rispetto alla Galleria della cappella.L'attuale, fastosa sistemazione fu realizzata sul modello di quella di altre residenze sabaude all'epoca di Carlo Alberto, intorno al 1842. Le pareti furono rivestite di tappezzerie di velluto rosso cremisi sulle quali risaltano i vistosi stemmi della casa reale sopra le porte di sapore neobarocco che presero il posto dei quadri ricordati qui dallo scrittore genovese Carlo Giuseppe Ratti nel 1780. Sotto l'alto baldacchino a bandinelle in velluto e frange di seta dorata è il trono in legno intagliato e dorato, forse opera dell'ebanista inglese Henry Thomas Peters (att. 1817-I 849).
Salotto del tempo: Questo salotto è affacciato sul grande terrazzo monumentale, aperto sulla vista luminosissima del porto antico della città e sull'ampio orizzontale del mare. Fu forse la posizione favorevole ad un'illuminazione abbondante il motivo primo del suo uso come quadreria.Fra i ventitré dipinti esposti si contano numerosi autori veneti, dal Tintoretto al Bassano, affiancati da alcuni dei nomi pittori prestigiosi della scuola genovese Piola, Vassallo, Grechetto. Anche in questa sala un recente restauro ha ripristinato i colori di fine Settecento, caratterizzati da grande luminosità e trasparenza. recuperando anche l'oro prezioso delle cornici. Sulla volta è l'affresco di Domenico Parodi (1668 - I 740) che ha dato fin dalle origini il nome alla sala: vi si rappresenta La Verità svelata dal Tempo, mentre in un angolo la menzogna, smascherata, fugge.
Orari: mar-mer 9.00-13-30 gio-dom 9.00-19-00
Chiuso lunedì
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L'attuale chiesa di S. Maria di Castello è stata costruita probabilmente sulle rovine di quella voluta dal re longobardo Ariperto nel 658 come segno di vittoria sull'eresia ariana: non esiste pero, su questo, documentazione storica e tanto meno sull'altra affermazione che la chiesa longobarda sarebbe stata costruita sul luogo dove furono battezzati i primi convertiti genovesi.
L'edificio di stile romanico (sec. XII) fu progettato e costruito negli anni 1100 - 1125 da "magistri antelami" provenienti dalle valli di Como e di Lugano o meglio da "maestri commacini" visti secondo l'accezione di Geza de Francovich e d'altri insigni studiosi.
In riferimento all'antichità documentata d'una chiesa e canonica a Castello, Poleggi cita un atto del 7 aprile 1049 di donazione di terre al clero addetto; non ritiene tuttavia azzardato lasciar sospesa l'ipotesi di un'origine longobarda.
Si ha notizia di lavori nel 1214.
La chiesa fu retta da una delle primissime collegiate di canonici; fu consacrata il 3 maggio 1237 da Gerardo patriarca di Gerusalemme.
Nel 1442 a Castello entrarono i Domenicani che prima del 1468 con una serie di vistosi interventi operarono un riassetto generale dell'edificio romanico, costruirono il convento e la nuova sacristia.
L'interno basilicale a tre navate risulta oggi dalla combinazione di nuclei differenti: navate e presbiterio romanici, cappelle laterali quattrocentesche, abside quattrocentesca ampliata nel secolo seguente (1589). Interventi settecenteschi deturparono la pura linea del monumento.
E' noto che durante la guerra la chiesa subì danni per spezzoni caduti all'interno il 7 novembre 1942 e dallo spostamento d'aria causato dal bombardamento sul porto il 4 settembre 1944. Una sorprendente scoperta, a partire dal 1959, fu quella, evidenziata dalla geniale intuizione del prof. Poleggi, del secondo chiostro del convento risalente al sec. XV, da tempo del tutto ignorato, che opportunamente restaurato fu inaugurato il 25 marzo 1966.
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Costruita tra il 1520 ed il 1530, la chiesa comincio a cambiare aspetto da quel 1591, per opera soprattutto di Giacomo Lomellini detto il Moro animatore e finanziatore. Fra il 1616 e il 1646 l'edificio sacro da goticheggiante si trasformo in manieristico con preludenti accentuazioni barocche.
La chiesa contiene diciotto cappelle oltre il presbiterio e il coro ricche di affreschi e di marmi policromi. P. Belloni, pittore e storiografo d'arte che della Annunziata è l'appassionato illustratore, nomina 41 artisti che nel corso dei secoli lasciarono loro opere nel tempio rivestito di marmi dagli scultori e architetti Domenico Scorticone e Giacomo o Gio.Giacomo Porta: l'Annunziata è il monumento più rappresentativo della pittura genovese del Seicento. |
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San Donato è una delle più antiche chiese di Genova, che nel sec. XII (1160 non 1109) è una delle sette chiese "de cardine" oltre la cattedrale, dotate di collegio canonicale, di quelle di più antica parrocchialità, per cui l'origine altomedioevale (sec. VI - sec. X) non è incredibile. Tuttavia nell'edificio attuale nulla resta in alzato di anteriore al sec. XII.
Tra le ipotesi enunciate dai critici d'arte intorno alle fasi costruttive dell'edificio e loro datazione la più verosimile appare quella che assegna la chiesa attuale al sec. XII; i lavori sarebbero stati eseguiti in due fasi: agli inizi del secolo e nella sua seconda metà; la chiesa fu rifatta molto allungata nella parte anteriore e alzata. Anche la torre nolare ottagona è romanica come la chiesa e costituisce un gioiello architettonico.
Chiesa e torre costruite in pietra calcarea locale tagliata in blocchi di medie dimensioni pur subendo danni rilevanti da alcuni bombardamenti, in grazia della loro solidità poterono resistere bene. Così rimasero in piedi a dispetto del bombardamento navale di Luigi XIV esploso sulla città dal 18 al 28 maggio 1684 e di quelli aerei della guerra 194O-45: del 22 ottobre e del 6 novembre 1942 e del 4 settembre 1944.
Interventi parziali di riparazioni furono resi impellenti ogni volta dai gravi danni dei bombardamenti. I restauri, le modifiche e aggiunte settecentesche si risolvettero però anche in deturpazioni della primitiva costruzione.
I lavori del dopoguerra, 1946 - 1951, restituirono quasi totalmente all'edificio le sue originarie caratteristiche romaniche. |
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La costruzione, conosciuta anche come Porta di S. Andrea, sorge sul piano omonimo, nel luogo in cui sino agli ultimi anni del secolo scorso esisteva anche un monastero col medesimo nome. La denominazione della porta (soprana o superana) deriva dalla posizione più elevata da essa occupata rispetto alla cinta muraria. I primi documenti relativi a Porta Soprana sono le due incisioni murarie, inserite nel monumento stesso e datate entrambe 1155, che ricordano il rispetto che il Barbarossa, così come ogni altro nemico, doveva portare alla potenza genovese. Con l'erezione di una nuova cinta muraria della prima metà del XIV secolo, Porta Soprana venne via via perdendo il ruolo di primo piano che deteneva nei secoli precedenti. Per prevenire la caduta di detriti, nel 1712 e nel 1759 vennero compiute delle opere di consolidamento che precedettero gli interventi di restauro vero e proprio, iniziati nel 1865 con la scoperta ed il recupero delle due epigrafi del 1155. Nel 1882 vennero rimosse le strutture che erano state addossate alla porta a partire dal XVI secolo e nel 1937 furono effettuati lavori di recupero alla torre sud, dalla base sino ad oltre il secondo piano. Le Torri con la Porta e il recuperato "percorso di ronda" costituiscono un elemento di forte rilevanza culturale e attrazione turistica.La costruzione, conosciuta anche come Porta di S. Andrea, sorge sul piano omonimo, nel luogo in cui sino agli ultimi anni del secolo scorso esisteva anche un monastero col medesimo nome. La denominazione della porta (soprana o superana) deriva dalla posizione più elevata da essa occupata rispetto alla cinta muraria. I primi documenti relativi a Porta Soprana sono le due incisioni murarie, inserite nel monumento stesso e datate entrambe 1155, che ricordano il rispetto che il Barbarossa, così come ogni altro nemico, doveva portare alla potenza genovese. Con l'erezione di una nuova cinta muraria della prima metà del XIV secolo, Porta Soprana venne via via perdendo il ruolo di primo piano che deteneva nei secoli precedenti. Per prevenire la caduta di detriti, nel 1712 e nel 1759 vennero compiute delle opere di consolidamento che precedettero gli interventi di restauro vero e proprio, iniziati nel 1865 con la scoperta ed il recupero delle due epigrafi del 1155. Nel 1882 vennero rimosse le strutture che erano state addossate alla porta a partire dal XVI secolo e nel 1937 furono effettuati lavori di recupero alla torre sud, dalla base sino ad oltre il secondo piano. Le Torri con la Porta e il recuperato "percorso di ronda" costituiscono un elemento di forte rilevanza culturale e attrazione turistica. |
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La chiesa, che fu costruita tra il 1589 e 1606 dal gesuita Giuseppe Valeriani, ( nel sito in cui sorgeva S. Ambrogio, l'antica chiesa che dal 569 al 645 fu sede dei Vescovi milanesi rifugiatisi a Genova dopo l'invasione dei Longobardi di Re Alboino) costituisce uno dei momenti significativi dell'architettura religiosa genovese di fine cinquecento. La parte superiore fu portata a termine nel 1892 secondo il disegno originario tramandatoci da Rubens e datato, come la maggior parte dei lavori dell'artista a Genova, all' anno 1622. |
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La chiesa di San Giovanni di Prè fu costruita tra il finire del sec. XII e il XIIIe si indico spesso come S.Giovanni "de Capite Arene"; il complesso edilizio che presenta due chiese sovrapposte strutturalmente collegate con l'edificio dell'ospedale e col complesso monastico, è visto oggi dalla critica come complesso unitario. La costruzione si rivela come appartenente all'ultima fase del romanico lombardo antelamico già evoluto verso il gotico.
La chiesa superiore costituisce nei secoli del Medioevo uno spazio liturgico interno forse adibito all'uso esclusivo dell'istituzione; quella inferiore era per i pellegrini e per gli abitanti della parrocchia.
La chiesa superiore, romanica, di impianto basilicale a tre navate, con quattro ampie campate, il transetto a tre absidi, secondo storici settecenteschi nella seconda metà del Trecento (1376) avrebbe avuto ristrutturazioni o quasi un rifacimento. La critica oggi ritiene che fino alla fine del Seicento la chiesa non abbia subito interventi di rilievo.
La copertura del campanile costituita da cuspide ottagona fra quattro guglie quadrangolari è attribuita al Duecento o al Trecento.
Dal 1721 vi fu un primo radicale intervento su uno spazio romanico ancora integro: la volta della chiesa contigua all'ingresso e il tetto della chiesa attuato da Gerolamo Basadonne e concluso nel 1731 con l'apertura d'una porta che capovolse l'orientamento delle navate. Nel 1746 dalla guerra subì grave danno il campanile che perdette la cuspide maggiore. |
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Prima dell'antichissima chiesa di S. Stefano, comparve sul poggio omonimo una chiesuola intitolata a S. Michele Arcangelo nell'anno 444, o nel 492 o forse in età longobarda.
La fondazione della chiesa nuova con annessa abbazia è attribuita dagli storici al vescovo di Genova Teodolfo nel 972, dopo le distruzioni compiute dai Saraceni nel 934. La chiesa fu eretta in parrocchia, secondo il Ferretto, non prima del 1054 e non più tardi del 1135, come egli deduce da una bolla di Innocenzo II dell'11 gennaio 1134; secondo altre fonti avvenne prima del sec. XIII. Una iscrizione ora perduta attribuiva la ricostruzione e la consacrazione della chiesa al Card. Ugolino Conti vescovo di Ostia e poi di Velletri il 31 maggio 1217; da altre fonti la consacrazione è attribuita al vescovo di Ostia S. Ugone benedettino cardinale legato a latere di papa Eugenio III, il 31 maggio 1157; la data 1257, che pur si trova, è evidentemente errata.
La chiesa di S. Stefano costituisce uno degli esempi più significativi dell'architettura romanica a Genova. A pianta rettangolare, ad una sola navata, ha il presbiterio sopraelevato, sotto di esso la cripta, che un'acuta ipotesi identifica con la chiesuola dedicata a S. Michele; ha cupola ottagonale in mattoni. Incerta è la cronologia della parte inferiore del campanile; ma alcuni critici d'arte ritengono che sia sorta con funzione di torre di guardia e quindi anteriormente alla chiesa.
Nel mese di agosto del 1453 si ricorda l'ampliamento della cappella nord e la costruzione d'un altare dedicato a S. Michele commissionato dai lanaioli. La cappella viene annessa alla chiesa nel 1497, epoca in cui sorge anche la cantoria marmorea.
Per la costruzione della Porta dell'Arco il monastero viene demolito (1535) e un nuovo complesso monastico sorge nel 1652. Nel corso del sec. XVII col contributo della famiglia Da Passano si compiono in chiesa lavori nuovi e restauri. |
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La costruzione del Palazzo viene avviata in un momento fortunato della storia politica della Repubblica: dopo la vittoria della Meloria contro i Pisani (1284) e quella di Curzola contro i Veneziani (1298), Genova afferma progressivamente la propria potenza economica in tutto il Mediterraneo.
I Capitani del popolo Oberto Spinola e Corrado Doria fanno edificare il Palazzo degli Abati sull'area urbana preesistente fra le chiese di S. Lorenzo e S. Matteo (1291).
Nella nuova costruzione viene inglobato anche l'attiguo Palazzo con torre di Alberto Fieschi, acquistato dalla Repubblica nel 1294. Da questo nucleo si sviluppa il Palazzo, che viene detto "Ducale" dal 1339, quando diviene sede del primo Doge genovese, Simon Boccanegra.
Parte della costruzione medievale è oggi ancora visibile. Alla prima fase edilizia dell'edificio appartiene anche la "Torre del popolo", sopraelevata poi nel 1539, che domina tuttora sul centro storico genovese.
Nel corso del XIV - XV secolo il Palazzo viene progressivamente ampliato con l'aggiunta di nuove costruzioni, fino a chiudere sui quattro lati la piazza antistante.
La struttura medievale scompare con i lavori del XVI secolo, quando viene conferita al Palazzo una nuova fisionomia, più adeguata all'importanza e al cerimoniale della nuova Repubblica oligarchica.
Nel 1591 viene affidato al ticinese Andrea Ceresola detto il Vannone l'incarico di ricostruire il Palazzo. All'intervento di questo artista si deve l'impostazione generale del nuovo edificio, caratterizzato da un grandioso atrio coperto, fiancheggiato da due cortili porticati.
Al Vannone è attibuito anche l'ampio scalone che si divide in due rampe contrapposte e collega l'atrio con le logge del piano nobile.
La rampa di ponente immette negli ambienti di rappresentanza, con le Sale del Maggiore e Minor Consiglio e gli Appartamenti del Doge.
Qui si trova anche la Cappella dogale, un semplice vano rettangolare interamente decorato da Giovanni Battista Carlone (1653-55).
Nella volta un ciclo di affreschi rappresenta la Madonna incoronata Regina di Genova.
L'intento celebrativo delle glorie genovesi attraverso la pittura è evidente soprattutto negli affreschi delle pareti laterali, con episodi gloriosi della storia genovese inseriti in una cornice architettonica dipinta a trompe l'oeil.
Della fase decorativa seicentesca si conserva anche l'affresco di Domenico Fiasella sulla rampa di sinistra dello scalone, con le figure di Dio Padre con Cristo morto, della Madonna e dei Santi protettori della città.
Nel 1777 un grave incendio distrugge alcune parti del Palazzo. La decorazione del Salone del Maggior Consiglio è irrimediabilmente rovinata. Successivamente, nel 1875, Giuseppe Isola affresca nella volta una allegoria del commercio dei Liguri.
La ricostruzione del corpo centrale dell'edificio è affidata al ticinese Simone Cantoni, affermato architetto neoclassico. Il Cantoni progetta anche la decorazione interna degli ambienti di rappresentanza: il Salone del Maggior Consiglio è coperto con una enorme volta a botte con testate a padiglione, ornata di stucchi. Le pareti sono ritmate da una serie di paraste con capitelli in stucco e basi di marmo giallo.
La Sala del Minor Consiglio è ornata con lesene scanalate in stucco dorato e gli affreschi sono affidati al Ratti, pittore che utilizza bozzetti di Domenico Piola.
Gli interventi effettuati nel XIX e agli inizi del XX secolo hanno contribuito a falsare l'originaria fisionomia del Palazzo, che viene avulso anche dal suo contesto urbanistico. Con la costruzione della nuova Piazza De Ferrari, prospiciente il lato est del Palazzo, Orlando Grosso vi realizza appositamente una facciata con decorazioni pittoriche.
Alla sua riapertura (14 maggio 1992) il Palazzo Ducale di Genova, con 38.000 mq. di superficie e 300.000 mc. di volume, costituiva il più esteso intervento di restauro realizzato in Europa.
Il progetto di Giovanni Spalla ha portato al recupero dell'architettura tardo cinquecentesca del Vannone, senza tuttavia distruggere le testimonianze della vita del Palazzo attraverso i secoli (strutture medievali, intervento del Cantoni, facciata del 1935).
Come elemento legante del sistema Spalla ha ideato la grande "strada appesa", rampa elicoidale in struttura d'acciaio che si sviluppa dai piani terra sino ai terrazzi, occupando gli spazi delle distruzioni ed evitando le strutture storiche
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Palazzo Bianco si può considerare il più antico e, al contempo, il più recente tra i fastosi edifici che prospettano su via Garibaldi, la "Strada Nuova", edificata a partire dal 1550 per ospitare gli edifici degli esponenti più illustri dell'aristocrazia genovese.
Il Palazzo venne eretto fra il 1530 e il 1540 per Luca Grimaldi, membro di una delle più importanti famiglie genovesi. L'immobile sorgeva in una zona ancora suburbana, aveva forma e aspetto pittosto semplici e si affacciava sulla salita che portava alla chiesa di San Francesco di Castelletto, sulla quale prospettava anche il Palazzo della Meridiana, compiuto nel 1545 per un Gerolamo Grimaldi appartenente a un ramo diverso della famiglia. Nel 1580, alla morte di Luca, un suo omonimo acquisì la proprietà ed effettuò nuovi lavori, ma l'immobile rimase piuttosto modesto, tanto che Rubens non lo annoverò fra i palazzi da lui studiati e fatti oggetto di rilievi, confluiti nella pubblicazione dedicata a Strada Nuova nel 1622. Le due statue di Giove e Giano, opera di Pierre Franqueville (1585), sono oggi l'unico elemento visibile di quella originaria dimora. Dopo il 1658 la proprietà del palazzo passò alla famiglia De Franchi e, nel 1711, venne ceduta dagli indebitati eredi di Federico De Franchi a Maria Durazzo Brignole-Sale, loro principale creditrice.
Nel 1712 Giacomo Viano avviò la completa ricostruzione dell'edificio, orientandone la fronte su Strada Nuova, della quale costituì il compimento. La decorazione esterna in stucco fu realizzata, fra il 1714 e il 1716, da Taddeo Cantone, che eseguì anche quella dei cornicioni interni di alcuni salotti; altri quattro ambienti ebbero invece gli stucchi ad opera di Antonio Maria Muttone, fra 1715 e 1716. Come stabilito da Maria Durazzo Brignole-Sale, Palazzo Rosso, dimora di famiglia, fu ereditato, indiviso, dal nipote primogenito Gio. Francesco II , mentre il rinnovato palazzo (denominato da allora "Bianco" per contrasto con l'altro e per il colore chiaro dei paramenti esterni) andò al secondogenito Gio.Giacomo, che nel 1736 lo trasmise all'ultimo dei fratelli, Giuseppe Maria. Questi vi fece eseguire da Pietro Cantone, nel 1762, lavori di ristrutturazione interna.
Morto Giuseppe Maria nel 1769 senza eredi maschi, ebbe il Palazzo il nipote Anton Giulio III, che già possedeva il Rosso e che affittò il Bianco al marchese Carlo Cambiaso. Con quest'ultimo inizia una serie di affittuari-collezionisti, che, fra il Settecento e l'Ottocento, arricchirono Palazzo Bianco di ricche collezioni artistiche, descritte nelle guide dell'epoca poiché accessibili al pubblico degli amateurs e dei viaggiatori colti.
Maria Brignole-Sale De Ferrari, duchessa di Galliera, assegnò per testamento nel 1884 al Comune il Palazzo Bianco, unitamente a un notevole nucleo di opere antiche e moderne e a rendite immobiliari destinate a incrementarne il patrimonio artistico. La storia del Palazzo, da questo momento, si intreccia con la storia della formazione dei musei civici genovesi, di cui diviene il fulcro.
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L'edificazione del palazzo avvenne tra il 1671 e il 1677. La paternità dell'immobile è riconducibile all'architetto Pietro Antonio Corradi, mentre il cantiere e le opere furono diretti da Matteo Lagomaggiore. L'edificio è impostato su uno schema di pianta ad U, derivato dalle tipologie applicate da Bartolomeo Bianco: le due ali sono unite da logge che definiscono il cortile interno a pianta quadrata. Ciascuno dei due piani nobili presenta la consueta disposizione che prevede loggia e salone in posizione assiale, e una fila di sale ai due lati. A Ridolfo Maria, il primogenito, toccò il secondo piano nobile, a Gio.Francesco il primo, ma nel 1683 Ridolfo morì senza eredi maschi e il fratello, divenuto l'unico proprietario, si trasferì al secondo piano nobile, riscattò i ritratti dei genitori dalla nipote Paola, sposa di Carlo Spinola e avviò la decorazione ad affresco lungo le sale del secondo piano nobile, ponendo le premesse perché venisse estendendosi oltre l'ala est - terminata alla sua morte - a tutte le altre sale degli ammezzati. Gli artisti che, tra il 1679 e il 1694, parteciparono a questo primo intervento decorativo furono Domenico Piola (1627-1703) e Gregorio De Ferrari (1647-1726), e, più tardi, Paolo Gerolamo Piola (1666-1724), coadiuvati dai quadraturisti e dagli stuccatori. Risultarono decorati, a conclusione di questo primo intervento, il Salone, con le prospettive sulle pareti dei bolognesi Gio.Enrico e Antonio Haffner, e l'affresco sulla volta, capolavoro di Gregorio De Ferrari, purtroppo distrutto dai bombardamenti dell'ultima guerra; quattro sale a levante, ciascuna con soggetti ispirati ad una stagione dell'anno, ed infine la loggia, alla quale, in occasione di questi interventi, vennero chiuse le aeree arcate, trasformandola in una piccola galleria, dove il Codazzi dipinse le finte rovine e Paolo Gerolamo Piola i soggetti del mito di "Diana ed Endimione". Nella primavera del 1691 prese il via una seconda fase decorativa, che nel giro di un anno interessò le quattro sale del lato a ponente: la stanza della Vita dell'uomo e quella delle Arti Liberali furono affrescate da Gio.Andrea Carlone (1639-1697) con l'aiuto di Antonio Haffner per le quadrature che, sulle pareti della seconda, si aprono su Paesaggi di Carlo Antonio Tavella (1668-1738); l'ambiente dell'alcova - che attualmente presenta in parte una decorazione più tarda - ancora da Gio.Andrea Carlone e da suo fratello Nicolò; l'ultima sala interamente da Bartolomeo Guidobono (1654-1709), la cui Fucina di Vulcano sulla volta andò purtroppo perduta e sostituita, nel 1736, dalla Gioventù in cimento di Domenico Parodi. Gli interventi di restauro e completamento dell'apparato decorativo continuarono fino alla metà del XIX secolo e, contemporaneamente, cresceva, in qualità e numero di opere, la collezione Brignole-Sale che, pochi anni dopo la morte di Gio.Francesco, verrà arricchita da un importante apporto del suocero Giuseppe Maria Durazzo. Continuatore della committenza artistica di Gio.Francesco I fu suo nipote Gio.Francesco II (1695-1760), cui si deve l'incarico all'architetto Francesco Cantone per il decoro della facciata di Palazzo Rosso e dell'attiguo "Palazzetto", che nel 1746 assunsero l'attuale aspetto, connotato dalle caratteristiche protomi leonine che segnano gli architravi delle finestre dei due piani nobili, con preciso riferimento all'arma araldica dei Brignole, raffigurante un leone rampante sotto un albero di prugne (in dialetto genovese "brignole"). La missione diplomatica svolta a Parigi fra il 1737 e il 1739 diede a Gio.Francesco II la possibilità di apprezzare lo stile "Reggenza" allora imperante: commissionò i ritratti suo e della moglie al "pittore del re", Rigaud, e a Genova volle rinnovare ambienti e arredi secondo la nuova moda. In questo programma si collocano i lavori nel mezzanino fra il primo e il secondo piano nobile: la decorazione di Lorenzo De Ferrari, figlio di Gregorio, nella prima sala delle cosiddette "dipendenze" del palazzo. Questa politica di magnificenza artistica venne coronata nel 1746 dall'elezione di Gio.Francesco II a doge della Repubblica di Genova. Nuovi interventi, consistiti nella realizzazione di un nuovo appartamento nelle cosiddette "mezzarie superiori", ubicate sopra il secondo piano nobile, datano al 1783 circa, quando Anton Giulio II (1764-1802) si sposò con una vivace e colta esponente del patriziato senese: Anna Pieri. Purtroppo la serie di sale in questione, i cui soggetti erano ispirati a temi di contenuto vagamente illuminista e i cui motivi ornamentali erano fra lo stile "Luigi XVI" e un proto-neoclassicimo, è andata in gran parte distrutta a seguito dei bombardamenti dell'ultima guerra. Ancor prima della metà dell'Ottocento, quando il palazzo apparteneva ad Antonio Brignole-Sale, furono rifatti i pavimenti in pregiati marmi policromi, e ridipinte le quadrature ornamentali delle pareti in funzione di una disposizione della quadreria. La figlia maggiore di Antonio, Maria, più nota a Genova come "duchessa di Galliera", coerede di Palazzo Rosso alla morte del padre, ne ottenne l'intero usufrutto alla morte della sorella, e visto che il figlio Filippo, avuto dal marchese Raffaele De Ferrari, non mostrava alcuna propensione ad interessarsi del patrimonio e delle tradizioni delle due casate da cui discendeva, nel gennaio 1874 si decise a donare Palazzo Rosso alla sua città per "accrescere il decoro e l'utile" di Genova e, nel contempo, con l'evidente idea di fare dell'edificio, con le sue collezioni d'arte, un vero e proprio monumento alla stirpe dei Brignole-Sale.
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Uno dei palazzi storici più belli di Genova, ristrutturato e riaperto al pubblico di recente a opera dei proprietari, la famiglia Doria Pamphilj. Affascinante anche il giardino all'italiana, con due fontane cinquecentesche. Fu scelto come dimora da Napoleone nel suo soggiorno a Genova del 1805.
Il primo nucleo del Palazzo, delimitato dall'epigrafe marmorea che corre lungo la facciata mord, fu fatto costruire e decorare tra il 1529 ed il 1533 da Andrea Doria (1466-1560) su preesistenze tre-quattrocentesche. Tra il 1521 ed il 1529 il Doria aveva infatti acquisito nella zona di Fassolo, posta all'esterno della città murata, tre propietà contigue sulle quali sorgevano alcuni edifici, le cui strutture furono riutilizzate nella costruzione di una parte del piano terreno della nuova dimora.
Tuttavia l'assetto definitivo del complesso monumentale, quale ci appare nell'incisione del Guidotti (1769 circa), si deve all'erede del grande ammiraglio, Giovanni Andrea I (1539-1606), che aggiunse la galleria ad ovest, le logge angolari aperte, le costruzioni laterali di sevizio e la loggetta a mare, completando inoltre la sistemazione dei giardini. Questi si estendevano dal mare fino alla sommità della collina di Granarolo.
Le evidenti disorganicità architettoniche dell'edificio, quali le irregolarità delle facciate e del porticato terrazzato sul lato sud, rispecchiano i modi di questa realizzazione composita, protrattasi per circa un secolo, che rimane comunque un unicum prestigioso nell'architettura italiana del Rinascimento.
Il palazzo è caratterizzato da un atrio passante da cui parte lo scalone d'accesso alla loggia a cinque arcate, attualmente chiusa da una struttura a vetri ottocentesca, che svolge una funzione di raccordo tra i due appartamenti simmetrici del piano mobile, costruiti ex novo al tempo di Andrea e destinati rispettivamente al Principe (lato ovest) ed alla sua sposa Peretta Usodimare del Carretto (lato est).
La data 1530, che compare al centro del soffitto dell'atrio e in numeri romani sull'architrave del portale tra la loggia e lo scalone, documenta probabilmente il termine dei lavori architettonici, cui seguì immediatamente l'avvio della decorazione, terminata entro il marzo del 1533, quando l'imperatore Carlo V fu accolto trionfalmente a Genova ed ospitato per dodici giorni nella principesca dimora di Fassolo.
Allo stato attuale delle conoscenze non è possibile attribuire con certezza la responsabilità del progetto architettonico ad un singolo artista, anche se, pur in mancanza di documenti, conserva una sua validità la notizia tramandataci dalle Vite di Giorgio Vasari, secondo il quale l0intervento architettonico si deve a Pietro Buonaccorsi detto Perin del Vaga (Firenze 1501- Roma 1547), l'autore della decorazione della parte del palazzo fatta erigere da Andrea.
Perino fu chiamato a Genova nel 1528 con l'incarico di provvedere a tutte le necessità della nuova corte principesca creata dal Doria. L'artista fiorentino esordì disegnando gli archi di trionfo effimeri eretti nel 1529 per festeggiare il passaggio in città di Carlo d'Asburgo, diretto a Bologna per ricevere la corona imperiale.
Seguì la decorazione del del palazzo, che ebbe forse inizio con il riquadro del salone ad est, raffigurante Nettuno che calma la tempesta dopo il naufragio di Enea, dipinto ad olio su muro, già illeggibile nel Seicento e sostituito da uno scenografico sfondato prospettico eseguito da Annibale Angelini nel 1845. La coerenza dell'apparato decorativo interno fu favorita dalla regia di un solo artista, Perino, che eseguì buona parte degli affreschi ed organizzò il lavoro di un gruppo di collaboratorik, tra cui figurano il giovane cognato Luca Penni, Prospero Fontana e forse Domenico Zaga. Altri pittori ricordati dalle jfonti, attivi in antagonismo a Perino e solo all'esterno dell'edificio (facciata sud), furono Gerolamo da Treviso (1529), il Pordenone (1532) e Domenico Beccafuni (1536?). Più numerosi furono gli scultori ed i plasticatori, tra cui Silvio e Vincenzo Cosini, Giovanni da Fiesole, Luzio Fomano, forse Gugliemo della Porta ed altri artisti lombardi.
Nel 1844-45 Annibale Angelini, pittore accademico di Perugia attivo anche in altre nobili dimore genovesi, ricevette l'incarico di restaurare gli affreschi del palazzo. La decorazione del palazzo è inportante sia per la qualità artistica sia per il significato storico-politico dei soggetti. Nel programma glorificatorio voluto dal Doria l'inevitabilità di un destinoo di grandezza, legato sia alle ascendenze familiari sia alle capacità individuali, culmina nell'identificazione dell'ammiraglio con Nettuno, dio del mare, posto sullo stesso piano di importanza di Giove che fulmina i Giganti, affrescato nel salone ad ovest, trasparente allegoria dell'imperatore Carlo V che punisce i ribelli e gli eretici.
I Trionfi dell'atrio alludono alle vittorie doresche; gli Eroi della loggia celebrano le vitù civili degli antenati, la Carità Romana le virtù morali del committente. Gli apparamenti privati, di quattro camere ciascuno, sono decorati con temi tratti dl repertorio mitologico: soggetti eroici alludenti a virtù personali nelle stanze di Andrea e storie amorose, tratte dalle Metamorfosi ovidiane, nelle sale di Peretta.
Ornava il giardino a mare un colossale Nettuno in stucco di Giovannangelo Montorsoli (Montorsoli 1507-Firenze 1563), distrutto e forse sostituito dalla monumentale fontana marmorea con Nettuno sul carro (1599-1603) di Taddeo, Giuseppe e Battista Carlone, ancora esistente.
Al Montorsoli, attivo per il principe Doria tra il 1539 e il 1542 e poi nuovamente nel 1547, autore della statua celebrativa di Andrea poi collocata presso Palazzo Ducale nonchè della ristrutturazione interna della chiesa gentilizia interna della chiesa gentilizia di San Matteo, si attribuisce la prima organizzazione dei giardini al tempo di Andrea.
Dopo la morte del Principe nel 1560, l'erede Ciovanni Andrea ampliò il palazzo con una serie di interventi, valendosi specialmente dell'opera di Giovanni Ponzello, architetto camerale dal 1576 al 1596. Nel 1566 furono aggiunte nuove stanze ad ovest (architetto Antonio Roderio?), nel 1577 il Ponzello edificò l'ala est ed i fabbracati di sevizio che circondano il giardino.
Nel 1581 i marmorari Pier Antonio del Curto e Benedetto Matteo da Movi eseguirono il portale ad est, nello stesso anno venne realizzata la loggia a mare. Nel 1594 Battista Cantone e Luca Carlone si obbligavano a costruire, su modello "firmato de mano di Petro Serra", la Galleria a ponente, che fu impostata su un edificio preesistente, e la loggia angolare passante a colonne binate, simile a quella già edificata a levante. Le quattro stanze aggiunte a est conservano gli stucchi eseguiti nel 1599 dall'urbinate Marcello Sparzo (notizie dal 1565-post 1606).
Il Ponzello è responsabile anche della sistemazione definitiva e monumentale dei giardini a mare e a monte. All'inizio del Seicento il giardino inferiore era strutturato in forme geometriche, con aiuole quadrangolari diposte simmetricamente intorno alla Fontana del Nettuno ed ornate da vasche minori con statue. Il giardino superiore era terazzato e presentava a livello del piano nobile un grande pergolato sorretto da colonne, fontane, due casini affrescati e, in alto, un nicchione con il gigantesco Giove in stucco di Marcello Sparzo (1586).
La costruzione della linea ferroviaria Genova-Torino (1850-54) causò la totale demolizione del pergolato e lo sbancamento di una parte del giardino nord, che fu poi irrimediabilmente distrutto dalla costruzione di via Pagano Doria (1899), dell'Hotel Miramare (1913) e di altri edifici di civile abitazione. A sud l'edificazione della stazione marittima (1930) e l'ampliamento di via Adua (1935) hanno definitivamente interrotto il rapporto del palazzo con il mare, circondando l'edificio con una fascia viaria di intenso traffico. Gli eventi bellici (bombardamento del 1944) hanno recato gravi danni al complesso.
Attualmente i Principi Doria Pamphilj, proprietari del palazzo, hanno aperto al pubblico la loro dimora, dopo importanti interventi di restauro in parte ancora in corso.
Gli ambienti attualmente visitabili sono l'atrio, la loggia degli Eroi, la sala della Carità Romana, il salone della Caduta dei Giganti e le quattro stanze dell'ala ovest che costituivano l'appartamento privato di Andrea Doria: la camera dei Sacrifici, la camera dello Zodiaco, la camera di Perseo e la camera di Cadmo.
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Già Palazzo del Mare, delimita il lato sud di Caricamento; eretto nella parte medievale nel 1260, fu palazzo della Dogana sino al secolo XV. La costruzione cinquecentesca, affrescata nel prospetto affacciato sul Porto (Lazzaro Tavarone e Lodovico Pogliaghi) incorporò l'edificio medievale. Straordinari alcuni interni, tra cui il Salone delle compere e la Sala dei Protettori.
Via Frate Oliverio
Visite gratuite tutti i giorni, esclusi i festivi, dalle h.13 alle 18.
Per informazioni rivolgersi alle Autorita' Portuali, Via della Mercanzia 2
INFOTEL: 010 2412714
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Il palazzo,nel cuore della vecchia Genova, con facciata a stucchi, è un esempio di dimora patrizia genovese dei sec. XVI-XVIII, arredato con mobili e suppellettili. Interessante per immergersi nell'atmosfera dell' epoca. Il palazzo, costruito alla fine del Cinquecento dai Grimaldi, è appartenuto a diverse famiglie dell’aristocrazia genovese. Il patrimonio conservato è il risultato delle stratificazioni degli interventi voluti da Grimaldi e Pallavicino prima e Doria e Spinola poi, cui si deve l’acquisizione dei dipinti della quadreria storica. Parte dei dipinti e degli arredi è rimasta nella sede originaria. La straordinarietà del palazzo consiste nella possibilità di ammirare una dimora aristocratica genovese e di apprezzare la cultura artistica e abitativa che la città seppe esprimere tra la fine del XVI e la prima metà del XVIII secolo. Dal 1992 ospita agli ultimi due piani la Galleria Nazionale della Liguria che conserva, tra gli altri, dipinti di Antonello da Messina, Peter Paul Rubens e interessanti collezioni di arti decorative. |
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L'Acquario di Genova, costruito nell'area del Porto Antico in occasione di Expo '92, fu progettato per la parte esterna dall'architetto genovese Renzo Piano e per gli interni dallo statunitense Peter Chermayeff. Il complesso è aperto al pubblico dal 15 ottobre 1993 e ogni anno accoglie circa 1.200.000 visitatori: con i suoi 10.000 metri quadrati e le sue 71 vasche è il più grande acquario d'Europa e uno dei luoghi culturali più frequentati d'Italia. Le vasche, rinnovate costantemente, riproducono gli habitat del Mediterraneo e degli oceani, del polo e dei tropici, per consentire la vita e la riproduzione a più di cinquecento specie ittiche. Il percorso espositivo consente di osservare da vicino le abitudini segrete di pesci, molluschi, squali, delfini, meduse, ma anche di molti altri animali quali coccodrilli, rane, serpenti, pinguini e foche. L'attività dell'acquario mira a sensibilizzare il pubblico alla conservazione e gestione razionale degli ambienti acquatici. Particolare attenzione viene dedicata al mondo della scuola, con attività didattiche e itinerari guidati adatti alle scolaresche di tutti i livelli. Il continuo aggiornamento scientifico si avvale di studi, collegamenti e confronti con le maggiori università italiane e straniere e con i più importanti centri di ricerca sugli ambienti e sulla vita marina di tutto il mondo.

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Maria Brignole-Sale De Ferrari, duchessa di Galliera, assegnò per testamento, nel 1884, al Comune di Genova Palazzo Bianco "per la formazione di una pubblica galleria", di cui la città era ancora priva. La duchessaaveva già donato al Municipio, nel 1874, Palazzo Rosso, ma con uno scopo differente: perché mantenesse le caratteristiche di dimora patrizia, sorta di monumento alla famiglia Brignole-Sale, dotato di collezioni non incrementabili.
Un nucleo di opere antiche e moderne (fra cui alcune di alto rilievo), trasferite di recente dalla dimora parigina a quella genovese dei Galliera, fu destinato a divenire il fulcro del costituendo museo civico; vennero inoltre assegnate dalla munifica duchessa alla Città di Genova alcune rendite immobiliari, i cui frutti dovevano essere utilizzati per incrementare il patrimonio storico-artistico.
Una serie di lasciti e donazioni accrebbe le collezioni. Ricordiamo i momenti più significativi: nel 1887 Antonio Samengo destinò, con un legato, la propria collezione al Comune; altrettanto fece, nel 1892 il senatore Giovanni Ricci. Le collezioni si accrebbero ancora nel 1913, con il legato della quadreria di "Casa Piola", fatto da Carlotta Ageno De Simoni, e nel 1926, con il legato di Enrico L. Peirano. Il Municipio in prima persona attuò, differenziata a seconda delle differenti circostanze storiche, una oculata politica di acquisti.
Il patrimonio d'arte di proprietà civica era ovviamente già cospicuo, anche prima degli avvenimenti qui descritti: le leggi soppressive di età rivoluzionaria e napoleonica, insieme ad altre promulgate nell'Ottocento, portarono un gran numero di beni artistici, già appartenuti alle corporazioni religiose, in mano "civica". Inoltre due importantissimi nuclei di opere furono legati al Comune nel 1866 e nel 1875, ovvero le raccolte del principe Odone di Savoia, quartogenito di Vittorio Emanuele II, e di Giovanni Battista Assarotti.
Palazzo Bianco, individuato, a partire dagli ultimi decenni dell'ottocento, come "museo civico" di arte e storia, diede successive e differenti sistemazioni al cospicuo e complesso patrimonio civico così formato, diventando il fulcro del sistema dei musei civici genovesi.
via Garibaldi 11 - Genova GENOVA
tel.: 010/5572013/203 fax: 010/2475357
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La splendida quadreria che, unitamente agli arredi e a Palazzo Rosso, la duchessa di Galliera donò al Comune di Genova nel 1874 era stata consapevolemente formata dalla famiglia Brignole-Sale attraverso una sapiente politica di acquisizioni e commissioni, dispiegatasi per oltre due secoli, a suggello dell'ascesa sociale, economica e politica.
Nella prima metà del Seicento, la commissione di alcuni grandi ritratti ad Anton Van Dyck da parte di Gio. Francesco Brignole, aveva rappresentato il primo, significativo segno della potenza economica raggiunta dalla famiglia.
Gio. Francesco I (1643-1694), rimasto l'unico erede e proprietario di Palazzo Rosso, continuò l'opera di accrescimento delle collezioni e di ingrandimento e arricchimento del palazzo.
Sua moglie, Maria Durazzo, non solo sostenne questa lungimirante e munifica politica, ma, rimasta vedova, diede un apporto assai significativo alle collezioni della famiglia, ampliando le ricche collezioni d'arte ricevute per eredità dal padre, Giuseppe Maria Durazzo. Beneficiario di queste scelte fu Gio. Francesco II Brignole-Sale (1695-1760) che si ritrovò unico proprietario di Palazzo Rosso e delle collezioni di quadri costituite, a questo punto, sia da opere provenienti dalla famiglia Brignole-Sale ( fra le quali erano, oltre i citati grandi ritratti di Van Dyck, dipinti di Guido Reni, di Guercino, di Mattia Preti, di Bernardo Strozzi) sia da dipinti pervenuti dalla famiglia Durazzo, il cui nucleo più consistente comprendeva tavole e tele d'ambito veneto del XVI secolo (fra le quali meritano d'essere ricordate le opere di Palma il vecchio e di Veronese).
Gio. Francesco II procedette ad altri significativi acquisti, tra i quali ricordiamo i Quattro Apostoli di Giulio Cesare Procaccini, il Ritratto di giovane di Van Dyck, La carità di Bernardo Strozzi. Agli anni della missione diplomatica a Parigi di Gio. Francesco II (intorno agli anni 1737-1739) si devono far risalire le commissioni fatte a Hyacinthe Rigaud, pittore ufficiale dell'aristocrazia del tempo, relative al ritratto suo e della moglie. La quadreria venne ulteriormente arricchita per via ereditaria, a causa della mancanza di discendenza dei fratelli Carlo Emanuele e Francesco Maria Durazzo. Pur nel mutato contesto storico e politico, i Brignole-Sale continuarono tra la fine del XVIII e il XIX secolo ad attuare una politica di arricchimento del Palazzo e delle sue raccolte, entrambe destinati infine a dare "decoro e utilità", "lustro e vantaggio" non solo alla famiglia, ma alla città tutta.
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La Villetta Di Negro, sede del Museo Chiossone, rappresenta un interessante nodo di congiunzione e trasformazione nel contesto del territorio di Genova e del suo sviluppo in epoca moderna. Il sempreverde giardino, che domina la piazza Corvetto e si trova perciò nel cuore della città ottocentesca, occupa tuttavia una posizione appartata e magnificamente panoramica.
Dalla grande terrazza prospiciente il Museo sul lato sud-ovest, si gode l’incantevole veduta della città antica, con la grigia, luminosa distesa dei tetti d’ardesia, i campanili e le torri medievali stagliati sullo sfondo del Mar Ligure. Questo parco oggi così centrale, legato allo sviluppo residenziale e monumentale della città risorgimentale, è situato sullo scosceso Baluardo di Santa Caterina, uno dei bastioni edificati nel 1537 da Giovanni Maria Olgiati. Nel tardo secolo XVIII il patrizio Ippolito Durazzo lo prese in affitto dal Demanio e lo adibì a orto botanico. Ma fu nel 1802 che il sito, fino a quel momento suburbano e periferico, cambiò destinazione e significato, quando il marchese Gian Carlo Di Negro (1769-1857) lo acquistò dal Governo della Repubblica per eleggerlo a propria residenza, impegnandosi al contempo a fondarvi una scuola di botanica e a finanziarla per sei anni. Nel medesimo anno Di Negro iniziò la costruzione di un “casino” e di una “villetta” su disegno di Carlo Barabino.
Nel 1863, trascorso qualche anno dalla morte di Di Negro, il Comune acquistò la Villetta e attese ad alcune sostanziali modifiche, allo scopo di valorizzarne l’utilizzo come verde pubblico.
Dal 1873 al 1942 la villa del marchese fu trasformata, seguendo i modelli positivisti dell’epoca, per ospitare il Museo di Storia Naturale (1873-1912), con annesso zoo, quindi il Museo Geologico (1912-28) e, dal 1929, il Museo Archeologico, al quale furono annesse le collezioni di Etnografia e del Costume (1935-40). Il bombardamento navale anglo-americano del 1942, è vero, distrusse l’edificio, ma non poté cancellare dalla memoria storica di Genova quella preziosa e quieta immagine intellettuale, quel privilegiato carattere di “asilo delle Muse” che il luogo aveva ormai indelebilmente acquistato grazie a Di Negro. Fu così che nel 1948, dopo la fine della seconda guerra mondiale, il Comune di Genova deliberò la progettazione e costruzione dell’attuale edificio, da destinare a sede stabile e definitiva del Museo Chiossone: questa circostanza fa del Chiossone il primo museo italiano appositamente realizzato nel periodo postbellico a cura e spese di una pubblica amministrazione. L’area della costruzione fu individuata proprio nel sito della distrutta villa del marchese Di Negro. Così, la quantità di storia maturata nel luogo e quella testimoniata dall’appassionata attività collezionistica svolta da Edoardo Chiossone in Giappone furono congiunte idealmente, grazie ad una scelta politica nutrita di intellettualità e lungimiranza. Affidata la progettazione all’architetto Mario Labò (m. 1961), la fase costruttiva del Museo Chiossone iniziò nel 1953. L’edificio museale, inaugurato il 7 maggio 1971, è una straordinaria pièce di architettura razionalista in cemento armato. È costituito da un avancorpo con tetto a terrazza (atrio), addossato al corpo principale: quest’ultimo è un volume unico che, con la grande sala rettangolare al piano terreno e cinque gallerie a sbalzo sulle due pareti lunghe, riecheggia la struttura interna dei musei precedenti. Le gallerie, sistemate due sul lato sud-ovest prospiciente il mare e tre sul lato nord-est verso monte, sono collegate da rampe di scale formanti un percorso continuo. Nel 1967 l’allestimento espositivo fu affidato all’ingegnere Luciano Grossi Bianchi, che lo progettò e lo realizzò in collaborazione con Caterina Marcenaro, direttore del Settore Belle Arti del Comune di Genova. L’esposizione permanente è stata completamente rinnovata nel 1998. Rilevanti opere di innovazione impiantistica ed espositiva, realizzate nel 2001 grazie al sostegno finanziario dello Stato e della Fondazione Cassa di Risparmio di Genova e Imperia, consentono lo svolgimento di mostre temporanee e l’avvicendamento espositivo delle collezioni. L’intero patrimonio artistico del Museo è frutto dell’attività collezionistica svolta dall’incisore genovese Edoardo Chiossone (Arenzano 1833-To¯kyo¯ 1898) durante 23 anni di permanenza in Giappone (1875-1898). Trasferitosi a To¯kyo¯ dietro invito del Governo Imperiale del Giappone Meiji per dirigere la nuova Officina Carte e Valori del Ministero delle Finanze (O¯kurasho¯ Insatsu Kyoku), Chiossone disegnò e incise circa cinquecento lastre relative a francobolli e banconote, bolli di monopolio, obbligazioni e titoli di stato. A lui è unanimemente riconosciuto il merito di avere plasmato l’imagerie della finanza pubblica giapponese dell’epoca moderna. Chiossone creò inoltre la ritrattistica ufficiale in stile occidentale di significato e uso politico e diplomatico e, infine, contribuì a fondare una concezione aggiornata del patrimonio culturale giapponese e della sua rappresentazione per immagini. Vissuto in Giappone nel più fervido e fecondo periodo formativo della Restaurazione imperiale Meiji, Chiossone fu uno degli artefici della modernizzazione e contribuì all’internazionalizzazione della cultura nipponica. Le condizioni nelle quali egli attese alla propria opera collezionistica erano estremamente vantaggiose: il mercato antiquariale traboccava di beni e opere provenienti dalla dismissione dei grandi patrimoni feudali e Chiossone, artista colto e uomo di vedute cosmopolite, comprendeva perfettamente le opere e i loro contesti d’arte e storia. Egli faceva parte di un ambiente sociale e culturale elevato e godeva di amicizie influenti sia nelle sfere alte della politica, della grande burocrazia di stato e della nobiltà giapponese, sia negli ambienti internazionali della diplomazia e della finanza. Fu insignito di due Ordini Imperiali al Merito: il Sol Levante (Kyokujitsusho¯, quarta classe, 1880) e il Sacro Tesoro (Zuiho¯sho¯, terza classe, 1891). In quel medesimo periodo altri residenti e viaggiatori occidentali - tra cui Edward Sylvester Morse, Ernest Francisco Fenollosa, Frank Brinkley, Arthur Morrison, William Atkinson, Erwin von Baelz, Émile Guimet - formarono le prime grandi collezioni d’arte giapponese, oggi custodite rispettivamente a Salem, Boston, New York, Londra, Stoccarda, Parigi. Fu anche grazie all’opera di mediazione culturale di tutti questi collezionisti, tra i quali Chiossone occupa una posizione singolare, culturalmente complessa e ancora scarsamente compresa, che un nuovo, potente afflusso di immagini e idee figurative orientali raggiunse l’Occidente, determinando conseguenze d’importanza incalcolabile sulla creatività e le vedute degli artisti europei e americani di fine secolo. Dunque, il Museo Chiossone nacque in un contesto mondiale di aperture e mediazioni culturali, in una straordinaria temperie di rinnovamento internazionale. Non si può tacere della qualità artistica e del significato storico delle collezioni, che rappresentano l’intera gamma delle tradizioni classiche e moderne dell’arte giapponese: dipinti, stampe policrome e libri illustrati, sculture e suppellettili liturgiche buddhiste, oggetti archeologici, bronzistica, monete, lacche, porcellane, smalti cloisonné, maschere teatrali, armature e armi, strumenti musicali, costumi e tessuti, complementi dell’abbigliamento maschile e femminile. Il Museo custodisce inoltre svariati capolavori assoluti, che in Giappone sarebbero stimati degni della qualifica di “tesori nazionali” (kokuho¯). Portatore di elevati valori e contenuti artistici e storici, questo patrimonio costituisce un caso rilevante nel panorama internazionale del collezionismo d’arte giapponese del secolo XIX, anche a motivo della sua varietà e consistenza (circa 20.000 opere). Esso rappresenta pertanto una grande potenzialità per la crescita culturale della comunità, per gli scambi culturali col Giappone e con tutti gli ambienti che nel mondo sono attivi nello studio, nella ricerca e nella conoscenza dell’arte e della cultura nipponiche.
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