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Napoli, città d'arte, si apre a forma di anfiteatro anfiteatro sul mare ed è delimitata dal Vesuvio, dai Monti della costa e dalle isole di Capri, di Ischia e di Procida e dal Capo Miseno.
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Monumenti
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duomo

napoli duomo cattedrale Sorta nel nucleo di origine romana alla fine del duecento su una precedente basilica paleocristiana, la Cattedrale di Napoli è ubicata tra il Decumano Centrale, il Decumano Superiore e due cardini del tracciato greco-romano. Nella zona vi era stato un tempio dedicato ad Apollo, ed essa era stata poi utilizzata per il culto cristiano con le Basiliche di Santa Restituta del IV secolo, il Battistero di San Giovanni, la Basilica di Santa Stefania del IV secolo e il Battistero Vincenziano.
La costruzione del Duomo fu voluta da Carlo I d'Angiò, proseguì durante il regno di Carlo II (1285-1309) e fu completata nel primo ventennio del trecento da Roberto d'Angiò. La Chiesa, danneggiata da vari eventi sismici, fu spesso restaurata e rimaneggiata e presenta quindi notevoli sovrapposizioni di stili. L'intervento che più di ogni altro trasformò l'impianto originario, fu quello del seicento che sovrappose decorazioni barocche alle forme gotiche.
L'attuale facciata pseudo neogotica, rifatta da Enrico Alvino alla fine dell'ottocento, conserva il portale gotico del 1407 fatto da Tino di Camaino; i due portali laterali sono anch'essi tardo gotico come l'altissima guglia con l'incoronazione della Vergine, interessanti sono solo i portali in "gotico-fiorito" opera dell'abate Antonio Baboccio da Piperno che operò a Napoli negli ultimissimi anni del Trecento e il primo decennio del Quattrocento.
La Cattedrale è a tre navate con transetto ed abside poligonale, con copertura a capriate lignee nella navata centrale e a crociera nelle laterali. Il suo aspetto spaziale cambiò per la costruzione di un soffitto a cassettoni dipinti da Vincenzo Forlì e Fabrizio Santafede. Col passare degli anni si sono operate molte sovrapposizioni secondo della moda dell'epoca travisando completamente lo stile originale della chiesa.
Di grosso interesse è il fonte battesimale che presenta su un gambo di porfido una preziosa vasca di basalto egiziano, di provenienza pagana, con tirsi e maschere bacchiche di pura fattura greca. Il fonte tutto è del Seicento.
Lungo le pareti della navata centrale vi sono tele di Luca Giordano; nelle Cappelle laterali, oltre ad opere di Vaccaro, Perugino, Falcone e Solimena, vi sono pregevoli sepolcri tra cui ricordiamo quello al Cardinale Sersale di San Martino. Ai lati della tribuna vi sono la Cappella Minutolo, con pavimenti a mosaico e affreschi duecenteschi, e la Cappella Tocco, con un affresco di Pietro Cavallini. Un vero gioiello rinascimentale è il cosiddetto Succorpo di San Gennaro o cappella della confessione in purissime forme quattrocentesche voluta dal cardinale Oliviero Carafa.
La Cappella del Tesoro è opera barocca dell'architetto Grimaldi. L'accesso alla Cappella è chiuso da un bellissimo cancello dorato di Cosimo Fanzago, le sbarre a "balaustra", se percosse, emettono un suono musicale gradevolissimo ed in toni diversi.
La Cappella è a pianta centrale ed è coperta da una cupola con affresco del Lanfranco. L'interno della cappella è un compendio del migliore Seicento napoletano, i marmi preziosi connessi con quella abilità che fece la Scuola di pietre dure barocca napoletana pari a quella, eccelsa, fiorentina. Dietro l'altare troneggia la grande statua di San Gennaro, un bronzo del Finelli; ai lati dell'altare maggiore si trovano due enormi candelabri d'argento del 1744. Altro particolare di grande interesse sono le 51 statue d'argento rappresentanti i compatroni di Napoli e che il primo sabato di maggio vengono da sempre portate in processione per Napoli come "sacra scorta" a quella di S. Gennaro . Il tesoro di S. Gennaro conserva i preziosissimi doni fatti da molti regnanti europei e la famosa mitra d'argento di Matteo Treglia del 1713 tempestata di diamanti, smeraldi e rubini
In questa Cappella si conservano le ampolle con il sangue coagulato di San Gennaro e il suo cranio. Fu eretta nel 1608 su progetto di Francesco Grimaldi per adempiere a un voto dei napoletani fatto al santo patrono per essere scampati alla peste del 1526. Il sangue si scioglie due volte all'anno, in maggio e in settembre, rinnovando un prodigio di cui si sono occupati scienziati di tutto il mondo (un prodigio che si verifica anche nel santuario di San Gennaro alla Solfatara di Pozzuoli, dove si ravvivano le macchie di sangue su una pietra su cui il santo fu decapitato. Dalla navata sinistra si scende nella basilica paleocristiana di Santa Restituta. Essa fu edificata nel quarto secolo, ma in seguito assai trasformata, in onore dei Santi Apostoli e Martiri. Nell'ottavo secolo fu consacrata a Santa Restituta. La Chiesa, al tempo degli Angioini, divenne Cappella laterale del Duomo. Nel settecento, Arcangelo Guglielmelli progettò un inconsueto boccascena absidale e in corrispondenza dell'ingresso sistemò un organo con forte effetto prospettico. Sul soffitto vi è un dipinto di Luca Giordano sulla vita di Santa Restituta. Annesso alla basilica è il più antico Battistero paleocristiano dell'Occidente perché quello del Laterano è posteriore di circa trent'anni, quello di San Giovanni in Fonte. La costruzione fu voluta da dal vescovo Severo tra il febbraio del 363 e l'aprile del 409.

certosa di s. martino

vacanze turismo viaggi Campania I lavori di questo edificio, tra i maggiori monumenti di Napoli, iniziarono nel 1325 con Carlo d'Angiò e furono ultimati nel 1368, con la regina Giovanna I d'Angiò. Tra il Cinquecento e il Settecento fu oggetto di numerosi lavori, soprattutto per quanto riguarda le decorazioni, sicché costituisce un riferimento sia dell'Itinerario Medioevale e sia di quello Barocco. L'impianto generale è di chiara ispirazione Angioina, così come è Gotica la navata centrale della chiesa. Dal piazzale antistante la chiesa si può ammirare un eccezionale panorama di Napoli nel quale si distingue nettamente il grande rettilineo di Spaccanapoli. Tra gli ambienti si segnalano la Chiesetta delle Donne, il Refettorio, il Chiostro dei Procuratori, il Chiostro Grande, il Giardino e il cimiterino dei monaci.

s. giovanni a carbonara

vacanze turismo viaggi Campania La trecentesca chiesa di San Giovanni a Carbonara è una delle chiese napoletane più importanti, sia per il profilo artistico che per quello religioso.
Essa sovrasta la chiesa di Santa Sofia, di epoca barocca, che contiene un altare dalle belle forme ornate dal Sanfelice del 1746 ed alcuni interessanti bassorilievi cinquecenteschi raffiguranti scene tratte dal Nuovo e Vecchio Testamento.
Salendo la bella scala troviamo il portale quattrocentesco, ricco di intagli e statue, della cappella di Santa Monica che contiene il sepolcro di Ruggero Sanseverino opera di Andrea da Firenze dei primi decenni del Quattrocento.
A sinistra si apre il recinto quattrocentesco della nostra chiesa, che è un interessantissimo sepolcreto di personaggi di grosso spicco per la storia del rinascimento napoletano: re, dignitari, patrizi, giureconsulti, prelati, militari che orbitarono intorno a Ladislao e Giovanna II di Durazzo d'Angiò.
L'origine della chiesa è trecentesca ed è dovuta alla munificenza di un nobile napoletano, Gualtiero Galeota, che donò un suo orto ed alcune case all'abate del piccolo romitorio degli agostiniani esistente in quella zona, frà Giovanni d'Alessandro, perché vi costruisse un convento dedicato a San Giovanni, protettore della famiglia Galeota.A questa donazione del 1339 se ne aggiunse una seconda di altri due giardini nel 1343. Frà Dionigi dette inizio alla costruzione del nuovo convento e della chiesa prima di essere nominato dal papa Benedetto XII vescovo di Monopoli, in Puglia.
Il progetto iniziale venne attribuito ad un Masuccio II e l'esecuzione ad Angelo Criscuolo.
Il complesso si avvarrà, poi, di ampliamenti ed abbellimenti, voluti dal re Ladislao (1386 - 1414), sotto la guida di Giosuè Rocco.
Oggi si accede alla chiesa dalla bella scalinata barocca del Sanfelice e passando davanti all'ingresso della "cappella di Santa Monica". All'interno numerose testimonianze del gotico durazzesco napoletano, nonché rinascimentali e molti sepolcri di uomini importanti.
Subito dietro l'altare maggiore è il possente monumento funebre di re Ladislao dal quale si accede alla cappella Caracciolo del Sole, restaurata nel 1699 e nel 1753.
Ancora una cappella Caracciolo ma del ramo di Vico, troviamo a sinistra del presbiterio, bella opera rinascimentale attribuita ai Malvito e voluta nel 1517 da Galeazzo Caracciolo. Infatti, tutta la cappella è un piccolo museo di sculture dal rinascimento al rococò con opere di Giovanni da Nola, Annibale Caccavello, Santacroce, Finelli, Sammartino.

S. lorenzo maggiore

vacanze turismo viaggi Campania Questa chiesa vanta un'imponente torre campanaria, detta anche torre di Masaniello perché coinvolta in quei moti seicenteschi, che fu con successo usata come un vero fortino ed armata di cannoni. La torre di origine quattrocentesca fu terminata nel 1507 e vi furono messe in opera le campane di mastro Graffeo siciliano.La possente struttura convenientemente armata subì un primo assalto ad opera del popolo infuriato contro il viceré don Pedro de Toledo nel 1547.Dopo circa un secolo Masaniello vi combatté ed ancora nel 1701 nella "congiura di Macchia" fu conquistata dal duca di Popoli, solo allora poté divenire finalmente il tranquillo campanile della chiesa.
Sulla parte superiore spiccano gli stemmi dei quartieri napoletani ed in una nicchia si nota una piccola statua di Boccaccio che qui ebbe il suo fatale incontro con Fiammetta.
La chiesa di S. Lorenzo Maggiore vanta un'origine paleocristiana essendo stata costruita dal vescovo Giovanni su rovine romane.Quando l'ordine francescano di recentissima fondazione nel 1234 chiese una chiesa napole-
tana ottenne dal vescovo di Aversa proprio quella chiesetta paleocristiana, che si ergeva nei pressi della piazza Augustale.
Il re Carlo d'Angiò, che come tutti gli angioini provava una speciale predilezione per l'ordine, volle partecipare alla nuova costruzione e la rigorosa impostazione gotico-francese della bellissima abside a cappelle radiali lascia intuire una grande mano; forse gli stessi architetti francesi che progettarono Castel Nuovo.I lavori vennero interrotti per la parentesi dei Vespri Siciliani del 1282, ma al suo ritorno Carlo fece riprendere di buona lena i lavori di quella che prima di S. Chiara sarà sepolcreto e chiesa titolare degli angioini. La pianta della chiesetta paleocristiana del VI sec. è disegnata da un profilato di bronzo sul pavimento di quella trecentesca, facendone così leggere perfettamente l'estensione e la forma.L'attuale facciata è di anacronistico stile barocco, opera seicentesca di Dionisio Lazzari rielaborata nel 1763 dal Sanfelice. Di originale conserva il bel portale ad arco acuto ed i ben conservati battenti lignei. L'interno è stato restaurato e riportato alla forma originale abolendo le sovrastrutture ed i rifacimenti barocchi che avevano deformato le finestre originali. Resta di stile barocco il bel cappellone di S. Antonio da Padova su disegno di Cosimo Fanzago. Opera rinascimentale di grande pregio è l'ancona che sovrasta l'altare maggiore, opera di Giovanni Merliani da Nola, con tre nicchie che accolgono le statue di S. Lorenzo, S. Francesco e S. Antonio. Il paliotto presenta tre bassorilievi marmorei in uno dei quali è rappresentato un panorama urbano della Napoli rinascimentale con il teatro romano dell'Anticaglia e la facciata ancora integra del tempio dei Dioscuri. A sinistra dell'ingresso si conserva un Cristo trecentesco, a destra il sepolcro dell'ammiraglio Aldemorisco, consigliere reale, di Antonio Baboccio da Piperno. E' l'unico monumento medievale con iscrizione gotica in francese di Napoli. La terza cappella conserva testimonianze barocche del Fanzago e della sua scuola di espertissimi marmorari. Nella stupenda abside francese le tombe angioine di Caterina d'Austria, moglie di Carlo I di Calabria, opera di Tino di Camaino. Ancora tombe angioine nel transetto a sinistra: quella di Carlo di Durazzo, di Roberto d'Arteis e di Giovanna di Durazzo del 1399.
Nella sesta cappella è possibile ammirare il sepolcro di Maria di Durazzo, figlia del duca Carlo.
La sacrestia è rinascimentale con affreschi, una natività e armadi cinquecenteschi.
Nel chiostro troviamo un bel portale gotico, tra due guardifore, della importantissima sala capitolare, l'antico refettorio adibito poi a sede del parlamento del regno di Napoli. In questa sala, nel 1443, Alfonso d'Aragona nominò suo erede e successore il figlio naturale Ferrante e lo nominò duca di Calabria e Carlo V d'Asburgo vi riunì i suoi baroni per ricevere quel milione di ducati che avrebbero dovuto assicurare la pace della città. Si ricorda che Francesco Petrarca dimorò per alcuni giorni nel convento e la notte del 4 novembre 1343, terrorizzato da un eremita che aveva predetto una spaventosa tempesta, discese dalla sua cella per unire le sue preghiere a quelle dei monaci.

S.maria donna-regina

vacanze turismo viaggi Campania Fra il 1283 ed il 1324 i Domenicani, i quali qui si erano stabiliti occupando un convento che era stato prima dei Basiliani e poi dei Benedettini, ricostruirono la loro casa madre demolendo le vecchie strutture delle quali conservarono soltanto la precedente chiesa di S. Angelo incorporandola nella nuova costruzione. L'appoggio degli Angioini prima e via via delle varie dinastie regnanti, permise ai Domenicani di realizzare, con un continuo programma di rifacimenti, uno dei complessi monastici più vasti e più ricchi della città, sede della prima università napoletana. Questa stratificazione secolare è evidenziata già nella facciata, nella cui impaginazione si individuano i vari momenti costruttivi della fabbrica. Il bel portale trecentesco, formato da fasce marmoree policrome, è chiuso, infatti, fra due cappelle rinascimentali sporgenti sulla facciata ed è coperto da un pronao costruito nel '700 nel tentativo di riorganizzare spazialmente questa commistione di forme. Nella parete superiore della facciata il Travaglini nell'Ottocento aprì una bifora durante il suo discutibile restauro, interrompendo la muratura di tufo giallo. L'interno - tre navate con transetto ed abside poligonale - recupera una tipologia gotica presente in altre chiese angioine a Napoli. Ma la spazialità originaria, in cui anche le coperture (capriate lignee sul transetto e sulla navata centrale ed archi ad ogiva su quelle laterali) contribuiscono a creare un modello architettonico (notare la sostanziale somiglianza con il Duomo), risulta compromessa non tanto dagli interventi barocchi quanto dal restauro ottocentesco operato da Federico Travaglini (1850-53) il quale qui propose un gusto neogotico molto diffuso in quegli anni in Europa. Alla trasformazione delle coperture seguì un rivestimento delle pareti con stucchi colorati (fasce grigie e rosa) ed una doratura degli archi acuti e dei capitelli dei pilastri, ottenendo un cromatismo violento e lontano da ogni suggestione gotica. Precedentemente (1640-46) Cosimo Fanzago aveva realizzato l'altare (restaurato nel 1695), la balaustra e le cattedre marmoree addossate ai pilastri ai lati dell'altare; tutto lo spazio absidale, dopo la sistemazione dell'organo (1751) e del coro ligneo in radica di noce (1752) presenta, ormai, un'impronta decisamente barocca. Ma, riprendendo la visita dall'ingresso, alla destra di questo ammiriamo la bella cappella Carafa (opera rinascimentale di Romolo Balsimelli) mentre, lungo la navata di destra, la prima cappella conserva una tela di Francesco Solimena (Vergine circondata da santi domenicani, 1730), ma è quella successiva (cappella Brancaccio) che merita particolare attenzione. Completamente affrescata da Pietro Cavallini (1309) la cappella dà l'idea di come si presentava la chiesa nel Trecento. Nelle cappelle successive ammiriamo opere di Pacecco de Rosa, Marco Pino e Teodoro d'Errico (quarta cappella), mentre la cappella del Crocifisso forma un ambiente a sé stante con i dipinti di notevole importanza e monumenti funebri cinquecenteschi. Fra questi va ricordato quello di Caterinella Orsini e Placido di Sangro (opera di Tommaso Malvito) e quello di Ferdinando Carafa attribuito allo stesso autore. Nella cappellina dei Carafa di Andria esiste un bel presepe di Pietro Belverte mentre sull'altare maggiore del cappellone la tavola del Cristo in croce (opera di incerta attribuzione) è legata alla tradizione secondo la quale il Cristo raffigurato avrebbe parlato a S.Tommaso d'Aquino il quale in questo convento dimorò, insegnando in questa università dove compose la terza parte della sua Summa Theologiae. La sagrestia è uno splendido ambiente con il soffitto affrescato dal Solimena. Sopra gli armadi, su di un ballatoio, sono disposti in due ordini 45 feretri contenenti le spoglie di personaggi per lo più legati alla corte aragonese. Dal transetto destro si accede agli ambienti corrispondenti alla primitiva chiesa di S. Angelo a Morfisa della quale però, per i successivi interventi anche in epoca barocca, è difficile stabilire la struttura e la planimetria originarie. Ritornati nel transetto ecco nella cappella più vicina all'altare maggiore due tele di Luca Giordano (S. Tommaso d'Aquino e S. Vincenzo Ferreri). Dell'altare abbiamo già parlato; occorre però ricordare il celebre Candelabro pasquale con le Virtù, opera di Tino di Camaino. La cappella successiva custodiva, fino a qualche anno fa, la celebre Flagellazione del Caravaggio oggi a Capodimonte, mentre è ancora possibile vedere la copia(Vedi foto) che del celebre quadro realizzò Andrea Vaccaro nel XVII secolo. Usciamo nella vicina piazza scendendo, per una scala sotto l'altare maggiore, nella bella cripta ottagonale un tempo tutta affrescata dal Solimena. Sulla strada il paramento di mattoni dell'abside poligonale inquadra un bel portale marmoreo cinquecentesco. Sulla vicina scala, della quale abbiamo già detto, un pregevole portale marmoreo rimanda ad un analogo esempio presente sulla facciata della chiesa di S. Agostino a Montepulciano od anche al coronamento mistilineo con il quale si conclude il monumento del cardinale Brancaccio (opera di Donatello e Michelozzo) nella vicina chiesa di S. Angelo a Nilo. Un balcone marmoreo, con accesso dalla cappella del cardinale Spinelli, partecipa all'arredo di questa bella piazza le cui quinte sono formate, oltre che dall'abside della chiesa, dai Palazzi Petrucci (con scala catalana), Casacalenda (opera di Vanvitelli e Gioffredo), Corigliano e Palazzo Sangro con il bel portale di Bartolomeo Picchiatti (1621). Al centro della piazza si eleva la guglia in marmo eretta dopo la peste del 1656 su progetto di Francesco Antonio Picchiatti e terminata nel 1737 da Domenico Antonio Vaccaro.

S. Maria la nova

vacanze turismo viaggi CampaniaEssendo stata abbattuta, per far posto al Castel Nuovo, un'antica chiesa francescana che la tradizione voleva edificata dallo stesso Santo e dedicata all'Assunta dal titolo S. Maria ad Palatium, i sovrani angioini, molto legati all'ordine francescano, ne costruirono subito una nuova nel 1279 detta appunto S. Maria La Nova. La chiesa per le testimonianze rinascimentali che conserva è tra le piu importanti di Napoli. Rifatta in parte nel Cinquecento da Agnolo Franco, sube successivamente ampliamenti e restauri che non danneggiarono del tutto l'impostazione originale trecentesca. Tra le molte opere d'arte che conserva citiamo: il soffitto dorato del 1598 con dipinti del Curia, dell'Imparato, del Santafede, del Corenzio, del Rodriguez e del Malinconico; vera e propria antologia del tardo rinascimentale a Napoli. L' altare maggiore è di Cosimo Fanzago, davanti sul pavimento si trova la lapide sepolcrale di Giovanna la moglie di Ferrante (Ferdinando I) d'Aragona. Nell'abside i dipinti quattrocenteschi furono restaurati dal Corenzio, molto bello il coro ligneo del 1603. Un crocifisso ligneo della cappella a destra dell'altare maggiore è opera superba di Giovanni Merliani da Nola. Nel transetto destro notiamo una tavola con un San Michele di Marco Pino da Siena ed ancora un Ecce Homo di legno policromo di Giovanni da Nola, nella cappella seguente una Nativitr in bassorilievo di Girolamo Santacroce, nella terza e quarta cappella ancora Marco Pino e Giovanni da Nola con una Crocifissione e una mirabile ancona lignea.
Segue la magnifica cappella di S. Giacomo della Marca restaurata nel Cinquecento e nel Seicento. Di Annibale Caccavello segnaliamo due bei sepolcri del 1550, quelli di Odetto di Foix e di Pedro Navarro, mentre gli affreschi della volta sono dello Stanzione. Ancora statue di Girolamo d'Auria ed affreschi di Silvestro Buono nella prima cappella. Nella terza esplode il genio decorativo barocco e dei connessi marmorei del Fanzago e subito dopo affreschi del Giordano. Molto belli i due chiostri con tombe quattrocentesche del primo. il secondo chiostro incluso nel grande edificio monastico, ha fatto parte per molto tempo del provveditorato agli studi. Il complesso di Santa Maria La Nova ospita ancora alcuni uffici dell'amministrazione provinciale e regionale. Nella sacrestia infine vediamo un bell'affresco del Bramantino: La salita al Calvario.

chiesa del gesu' nuovo

vacanze turismo viaggi CampaniaCostruita nel XVI secolo per i gesuiti sull' area del rinascimentale Palazzo Sanseverino, di cui conserva la facciata in bugnato a punta di diamante. Progettata dal gesuita L. Valeriani, venne trasformata da Cosimo Fanzago secondo i canoni dell'architettura barocca.
La prima chiesa dei gesuiti fu dedicata, per volere del viceré, all'Immacolata Concezione e, quando nel 1767, l'ordine gesuita fu bandito dal regno, la chiesa passò ai francescani riformati, che intestarono la chiesa alla Trinità Maggiore. Finalmente nel 1821 fu restituita all'ordine formatore. L'interno si presenta molto fastoso per il rivestimento in marmi policromi delle pareti e per la ricca decorazione degli altari e delle cappelle. L'altare maggiore, opera monumentale ma di scarso valore artistico, contiene intarsi di agata nera, giallo fiorito, porfido, diaspro, ametista, malachite, serpentina e lapislazzuli. Sulla parete d'ingresso vi è l'affresco di F. Solimena con la "Cacciata di Eliodoro" dal tempio (1725)vedi foto. Sul soffitto della navata centrale affreschi di B. Corenzio e P. De Matteis. L'abside è dominata da una scenografica composizione in marmo con al centro la statua dell'Immacolata ed ai lati i Santi Pietro e Paolo. Nella cappella Di San Francesco Geronimo (a sinistra) sono conservati due suggestivi reliquiari in legno intagliato e dorato del XVII secolo. Tra le varie reliquie presenti anche quelle, veneratissime, di S. Ciro che furono poi spostate sotto l'altare della seconda cappella con quelle di S. Giovanni di Edessa che fu compagno di martirio del santo medico.
Il cappellone che segue è intitolato al fondatore della compagnia di Gesù S. Ignazio da Lojola; fu eretto dal principe Gesualdo da Venosa, celebre madrigalista che fece uccidere la propria moglie e l'amante nel palazzo di S. Severo; dopo i restauri per i danni del terremoto del 1688 e del bombardamento del 1943 ha ripreso il suo aspetto sontuoso accentuato anche dalle statue del Fanzago . Molto bella ed imponente è la sacrestia alla quale si accede attraverso un importante portale di Cosimo Fanzago; rivestita da armadi lignei del XVII secolo venne affrescata nella volta barocca da Aniello Falcone.

Ss. annunziata

vacanze turismo viaggi CampaniaL'edificio religioso fu realizzato in epoca Angioina, ma numerosi interventi, soprattutto quelli seguiti a terremoti e incendi, ne hanno modificato l'aspetto originario. Particolarmente interessante fu l'intervento di Luigi Vanvitelli e del figlio Carlo alla fine del Settecento, rilevabili nella facciata e le colonne. All'interno toveremo cose interessanti, come le 44 colonne Corinzie che raccordano la navata alle cappelle laterali e le numerose opere d'arte.

S. francesco di paola

vacanze turismo viaggi CampaniaGelida interpretazione del Pantheon di Roma, fu fatta erigere da Ferdinando I di Borbone per celebrare il recupero del regno nel 1816.
La facciata è preceduta da un pronao su sei colonne e due pilastri ionici.
Di prassi il "timpano" classicheggiante che ospita la statua della "Religione" tra quelle di "S. Francesco di Paola" a sinistra e quella di "S. Ferdinando" sulla destra in omaggio al re. La grande rotonda centrale di 34 m. di diametro è coperta da un'immensa cupola alta 53 m., sorretta da 34 colonne corinzie e 34 pilastri, tutto in marmo pregiato di Mondragone. l'altare maggiore è preziosamente intarsiato con porfido, agate, diaspri siciliani e lapislazzuli; è l'unica opera d'arte di sicuro valore essendo opera del 1641 di Anselmo Cangiano e "prelevato" per disposizione sovrana, dalla bella chiesa dei SS. Apostoli.Le statue e le pitture sono opere d'epoca, raggelate dallo stile anodino del neoclassico ottocentesco. Citeremo tra gli scultori Gennaro ed Antonio Calì, che collaboravano con il Canova, Tito Angelini, il Finelli, Tommaso Arnaud e il Solari autore anche delle statue sul porticato.
Altro pezzo di pregio, nella cappella a sinistra dell'atrio, è un "S. Onofrio" in preghiera di Luca Giordano.
Al centro della piazza campeggiano le due statue equestri di Carlo III di Borbone e del figlio Ferdinando IV; la statua di Ferdinando ed il bel cavallo sono del Canova, come lo è anche l'altro cavallo che avrebbe dovuto far parte di un monumento equestre dedicato a Napoleone I secondo la committenza, al Canova, di re Giuseppe Bonaparte; mentre la statua di Carlo è del Calì.

chiostri di s. pietro a maiella

Due sono i chiostri dell'antico convento di San Pietro a Maiella, oggi Conservatorio di Musica: il "chiostro grande", realizzato nel 1684, è circondato da pilastri che poggiano su pilastri di piperno e che racchiudono splendide aiuole. Il "chiostro piccolo" si distingue da quello grande per l'elevata altezza dei pilastri. Al centro del chiostro piccolo sorge una vasca.

chiostri dei girolamini

La casa dei padri oratoriani, detti Girolamini, sorse nell'antico palazzo di Serripando. Due sono i chiostri presenti: il "chiostro maiolicato" detto così per il pavimento in cui si alternano mattonelle in cotto e in maiolica e realizzato sul finire del XVI secolo e il "chiostro degli Aranci" edificato nel Seicento su progetto di Dionisio di Bartolomeo e Dionisio Lazzari e che viene considerato un vero e proprio giardino.

Ss. apostoli

In origine si trattava di un piccola chiesa voluta dal Vescovo Sotero ma soltanto nel Cinquecento venne notevolmente ingrandita dai frati Teatini mentre il campanile fu realizzato nel Seicento ad opera di Bartolomeo Picchiatti. Il monastero è stato negli anni destinato a vari usi: archivio notarile, caserma, manifattura dei tabacchi e scuola; la chiesa, a navata unica con quattro cappelle laterali, custodisce importanti opere d'arte, a tal proposito citeremo la Tomba del letterato Giovan Battista Marino, gli affreschi di Giovanni Lanfranco, l'Altare Pignatelli, tele di Luca Giordano, l'Altare Filomarino e dipinti di Francesco Solimena.

S. antonio abate

L'edificio di culto, che si trova in una zona molto caratteristica di Napoli, il Borgo Sant'Antonio Abate, sorse alla fine del Quattordicesimo secolo ma in seguito ha subito cosi numerosi interventi tanto da non conservare quasi nulla dell'originaria struttura. Alcuni lavori svolti durante il Seicento e del Settecento aggiunsero numerosi caratteri Barocchi ed eliminarono l'ospedale annesso, specializzato nella cura degli ustionati e delle persone afflitte dall'herpes (chiamato "fuoco di Sant'Antonio). Molto bella è la facciata Barocca, dietro la quale si eleva una massiccia torre quadrata, eretta forse con funzioni difensive. Il prònao e il portale risalgono al Trecento mentre all'interno, a navata unica con ricche decorazioni barocche, sono conservate tracce di affreschi originari e la statua della Madonna col Bambino.

S. Maria del suffragio

I lavori della chiesa furono iniziati da ben 3 architetti su progetto di Carlo Buratti (allievo del Fontana) Si pensò di innalzare una facciata in pietra bianca di Poggio Picenze (AQ), riccamente ornata di bassorilievi e statue. Essa fu realizzata dall'aquilano Giovanfrancesco Leomporri fra il 1770 ed il 1775. Egli ideò una facciata scenografica imponente, il cui aspetto è reso caratteristico dalla colorazione scura assunta dalla pietra con il tempo.

 
Castel nuovo (maschio angioino)

vacanze turismo viaggi Campania Occupata Napoli, nel 1266, Carlo d'Angiò non trovò adeguata la residenza reale di Castel Capuano, che pure era stata resa fastosa ed accogliente da Federico II, e volle costruirsi una reggia fortificata, preferibilmente prossima al mare. Scelse una zona fuori le mura, conosciuta col nome di Campus oppidi, nel cui centro sorgeva una chiesetta francescana. Il tempietto fu demolito e ricostruito altrove a spese del sovrano e i lavori della nuova residenza, denominata Castel Nuovo, furono affidati, secondo i registri angioini, agli architetti francesi Pierre de Chaulnes e Pierre d'Angicourt anche se il Vasari assegna il progetto a Giovanni Pisano. Di schietta architettura gotica, il maniero fu iniziato nel 1279 e finito nel 1282. Aveva una pianta quadrilatera irregolare, quattro torri di difesa, alte mura merlate dalle strettissime feritoie, un profondo fossato che lo circondava interamente e un ampio portale d'ingresso con ponte levatoio. Carlo d'Angiò, però, non vi abitò mai mentre vi si stabilì il figlio Carlo II, che ordinò radicali lavori di ampliamento. Altri lavori di ristrutturazione e di abbellimento furono fatti eseguire da Roberto d'Angiò detto il Saggio, che si servì anche dell'opera di Giotto che lavorò a Napoli dal 1328 al 1333 affrescando, fra l'altro anche la Cappella Palatina con" Scene del Nuovo e del Vecchio Testamento", opere che oggi non esistono più, forse distrutte da uno degli innumerevoli terremoti.
Nel 1442 Alfonso d'Aragona ordinò una radicale ristrutturazione della sua residenza all'architetto aragonese Guglielmo Sagrera che diede alla costruzione l'aspetto che oggi conserva quasi integralmente. Ancora oggi si può ammirare la conformazione della sala maggiore, un miracolo di statica architettonica, alta una trentina di metri, presenta una copertura a costoloni che, partendo dal centro, si congiungono elegantemente alle solide mura perimetrali. Questa sala è detta "dei Baroni" perché nel 1486 Ferrante d'Aragona, figlio di Alfonso, vi riunì tutti i baroni del regno per arrestarli in massa. Alfonso fece inoltre erigere il magnifico arco di trionfo collocato all'ingresso del castello e ritenuto dagli esperti una delle più belle opere del Rinascimento italiano. Esistono ben quattro nomi di suoi possibili autori: Guglielmo da Majano, Luciano Laurana, il Pisanello e Pietro da Milano.
Nel corso degli avvenimenti bellici che videro i Francesi contrapposti agli Spagnoli il castello fu più volte saccheggiato e privato di ogni ricchezza quindi sopravvisse in un clima di ordinato grigiore per più di due secoli e solo nel 1734, con l'incoronazione di Carlo di Borbone, riassunse una certa dignità. L'ultimo avvenimento degno di nota si registrò nel 1799, quando i Francesi vi proclamarono la costituzione della Repubblica Partenopea.

palazzo reale

vacanze turismo viaggi Campania La splendida costruzione fu innalzata a partire dal 1600 per una delle capitali più grandi e popolose dell'impero spagnolo. Il palazzo, abitato prima dai viceré spagnoli, dagli austriaci, dai Borbone ed infine dai Savoia, è stato centro e immagine del potere, nonché snodo delle vicende storiche di Napoli e del Mezzogiorno per quasi quattro secoli.
Il progetto fu affidato dal viceré, Fernando Ruiz de Castro, all'architetto Domenico Fontana, tra i più famosi architetti del tempo, disegnatore della Roma di Sisto V. L'originario corpo quadrato fu ampliato un secolo dopo con il "Braccio Nuovo" voluto da Carlo di Borbone. Nell'Ottocento, dopo un incendio, Ferdinando II di Borbone comandò radicali lavori di sistemazione del Palazzo. I restauri, condotti dall'architetto Gaetano Genovese, ampliarono e regolarizzarono, senza stravolgerla, l'antica fabbrica, conferendole un'impronta architettonica unitaria e coerente. Nacque in quegli anni l'"Ala delle Feste" e una nuova facciata verso il mare solennizzata da un alto basamento di bugnato e da una svelta torre-belvedere.
E' interamente del Fontana la lunghissima facciata manierista. A fine Ottocento le nicchie esterne furono occupate da gigantesche statue dei Re di Napoli, i primi delle rispettive dinastie (Ruggero il Normanno,Federico II di Svevia, Carlo I d'Angiò, Alfonso I d'Aragona, Carlo V d'Asburgo, Carlo III di Borbone, Gioacchino Murat, Vittorio Emanuele II di Savoia). Al centro della facciata risaltano gli stemmi reali e vicereali; sotto il balcone di parata è invece lo stemma dei Savoia.
Entrati nel Palazzo si accede al Cortile d'Onore che conserva intatta l'impronta architettonica fontaniana. Di fronte è una fontana ottocentesca con statua di Fortuna. A sinistra si va verso i Giardini, a destra verso il Cortile delle Carrozze ed il Cortile del Belvedere.
L'appartamento storico
Appartamento reale- offre alla visita le stanze reali di etichetta al Piano nobile, come ci sono state consegnate dalla storia, con gli arredi dell'epoca sapientemente distribuiti. Negli anni settanta alcune stanze sono state sistemate a galleria di opere d'arte con ordinamento di tipo tematico e storico-stilistico. Non ci sono giunte, anche per i gravi danni e le spoliazioni sofferte dal palazzo durante l'ultima guerra, le stanze e gli arredi di uso più quotidiano (camere da letto, bagni, cucine, ecc.).
L'originaria decorazione seicentesca è oggi documentata soprattutto dagli affreschi di soggetto storico di gusto tardo-manierista che decorano le sale più antiche con cicli di pitture volti ad esaltare gloria e fortuna degli spagnoli vincitori. Nel Settecento Carlo di Borbone venne a dare a Napoli dignità di capitale di un regno autonomo. Anche Carlo ampliò e fece abbellire Palazzo Reale con capolavori pittorici di quegli anni e con i bellissimi soffitti delle Stanze della Regina (stucchi bianchi su fondo oro). Dobbiamo al gusto di Carolina Murat molti degli arredi mobili di gusto neoclassico.
Si accede all'Appartamento storico per un monumentale e luminosissimo Scalone d'onore ideato nel 1651 e poi sistemato e decorato da G. Genovese tra il 1838 e il 1858. Lo Scalone è arredato, nella zona inferiore, di marmi bianchi e rosati decorato con trofei militari e bassorilievi allegorici. Assai bella è la ricca balaustra marmorea di marmo traforato, nella zona superiore monumentali statue in gesso (la Fortezza, la Giustizia, la Clemenza e la Prudenza). Alla fine dello Scalone ci si immette nel luminosissimo Ambulacro, protetto da vetrate dell'Ottocento.
Teatrino di Corte- Fu allestito da Ferdinando Fuga nel 1768. Assai danneggiato nell'ultima guerra conserva le originarie 12 statue in cartapesta raffiguranti Apollo, Minerva, Mercurio e le nove muse. Ospitò rappresentazioni di opere buffe di Paisiello, Cimarosa e Piccinni.
Moltissime sono le Sale visitabili, ricche di pitture, affreschi, statue, arazzi e mobili d'epoca; questo ne è l'elenco senza soffermarci sulle meraviglie che possiamo ammirare:
Sala Diplomatica- Saletta Neoclassica- Fasti di Alfonso il Magnanimo- Sala del Trono- Salone degli Ambasciatori- Sala di Maria Cristina di Savoia- Sala del Gran Capitano- Sala dei Fiamminghi- Studio del Re- Sala del Seicento Napoletano- Sala della Pittura di Paesaggio- Sala di Luca Giordano- Sala della Pittura del Seicento- Sala della Pittura Emiliana- Sala delle Nature Morte- Sala Neoclassica- Salone d'Ercole- Sala XXIII- Sala di Don Chisciotte- Sala della Pittura di Paesaggio Napoletana dell'Ottocento- Affreschi di D.A. Vaccaro- Sala delle Guardie del corpo- Cappella Reale.
I Giardini Reali sorgono in un'area che è stata sempre tenuta verde dai reali regnanti a Napoli a partire della fondazione di Castelnuovo con gli Angioini, alla fine del XIII secolo. In epoca vicereale il giardino fu sistemato a parco con viali, statue e "giardini segreti". I grandi lavori di ampliamento e di restauro condotti alla metà dell'Ottocento interessarono anche i giardini dove furono insediate gran numero di piante, magnolie, lecci, piante rare di grande varietà e cromatismo.Il giardino ebbe un nuovo disegno romantico "all'inglese" con aiuole e vialetti sinuosi alla ricerca di inedite vedute sul golfo, il Vesuvio e la collina di San Martino e divenne ambita meta dei viaggiatori a Napoli nell'Ottocento. Il giardino fu cinto in quegli anni da una magnifica cancellata di ferro con lance a punta dorata, su cui si apre, proprio di fronte a Castelnuovo, un ingresso delimitato da statue in ferro di Palafrenieri (conosciute come "Cavalli di bronzo") dono dello zar Nicola I a Ferdinando II.

s. chiara

vacanze turismo viaggi Campania Opera gotico-provenzale di Gagliardo Primario .
Il possente basamento di epoca gotica della torre campanaria ci informa con un'iscrizione gotica che la chiesa fu eretta nel 1310 da Roberto e dalla regina Sancia, che fu ultimata nel 1328, e che nel 1330 il papa Giovanni XXII concesse indulgenze a chi la visitasse, che la consacrazione della chiesa avvenne nel 1340 presenti gli arcivescovi di Brindisi, di Bari, di Trani, di Amalfi, di Conca, di Castellammare, di Vico, di Bojano, di Muro e di Melfi con l'elenco di tutti i principi presenti della casa reale degli angioini.
La chiesa visse tre "epoche stilistiche": la prima, "gotica", con il bellissimo monumento funebre di Roberto d'Angiò vedi foto, opera dei fratelli Bertini dietro l'altare maggiore; le tombe reali di Tino di Camaino e della sua scuola e la grande "sala" affrescata da allievi di Giotto e Cavallini.
La seconda epoca, "barocca", per il rifacimento e il preteso "abbellimento" nel 1742 ad opera del Sanfelice, del Vaccaro e dagli aiuti Gaetano Buonocore, Giovanni del Gaudio, Giuseppe Scarola ed ancora Giuseppe Bonito, Francesco de Mura e Sebastiano Conca stravolsero tutto lo stile trecentesco chiudendo trifore e rivestendo tutto con marmi policromi e stucchi in un trionfo di teatrali linee avvolgenti che nulla aveva a spartire con la severa architettura trecentesca d'origine. La terza epoca, imposta dal bombardamento del 1943, che distrusse quasi completamente la chiesa fino a pochi metri da terra annullando non solo le sovrastrutture barocche, ma tutte le testimonianze originali sottostanti: le tele, le statue, le tombe, in un danno incalcolabile.
La ricostruzione ha riportato le linee costruttive all'originale idea francescana e le poche testimonianze che si sono salvate dall'immane rogo restano sempre di notevole interesse artistico. Nella seconda cappella a destra il sarcofago rinascimentale di Antonio Penna, nella terza cappella due sarcofagi dei Del Balzo, nella sesta cappella due bassorilievi trecenteschi con il "Martirio della moglie di Massenzio", nella settima cappella quanto è rimasto del sepolcro di Ludovico di Durazzo, opera trecentesca di Pacio Bertini.
Fa storia a sé la nona cappella che ha conservato la struttura barocca ed è attualmente il sepolcreto ufficiale dei Borboni. Settecentesco è il bel sepolcro di Filippo primogenito di Carlo di Borbone con lapide latina del Tanucci; di fronte la tomba della venerabile Maria Cristina di Savoia regina di Napoli. Nel presbiterio sempre a destra il monumento funebre di Maria di Valois seconda moglie del duca di Calabria, opera di Tino di Camaino e della sua scuola del 1338. Dietro l'altare maggiore campeggia il grande sepolcro di Roberto, che ha perduto la parte cuspidata nel bombardamento del'43. La severa figura seduta del re sovrasta la scritta "cernite Robertum regem virtute refertum" dettata dal Petrarca che molto ammirò il saggio e colto angioino. Nel monumento si riconoscono ancora nelle statue i ritratti di Maria di Durazzo, Ludovico d'Angiò, Maria di Carlo di Calabria, Giovanna I, Sancia di Maiorca, Violante d'Aragona, Carlo di Calabria, Maria di Valois, Ludovico e Martino (figlio di Carlo). Nella nona cappella di sinistra vi è il sepolcro cinquecentesco di Marco e Paride Longobardi e l'interessante formella sull'altare. Nell'ottava cappella un sarcofago greco-campano del IV sec. a.C. decorato a bassorilievo ed usato nel 1632 come lastra tombale di G.B. Sanfelice.
Nella sesta cappella trecenteschi sepolcri dei Del Balzo ed un S. Francesco di Giovan Domenico d'Auria. Poi vi è la cappella con il sepolcro di Raimondo Cabanis, gran siniscalco di Roberto d'Angiò e del figlio Perrotto; i sepolcri di Drugo e Nicola Mermoto sono attribuiti alla bottega di Tino di Camaino.Il grandioso "chiostro maiolicato" (82 m. x 79 m.) conta ben 72 pilastri ottagonali, sul lato del quale si aprono il grande refettorio (52 m.) ed una bella sala Maria Cristina, recentemente restaurata.
Il chiostro di origine gotica, fu trasformato nel 1742 da Domenico Antonio Vaccaro che si avvalse dell'opera di Donato e Giuseppe Massa della celebre famiglia dei "riggiolari" napoletani per rivestire le strutture del chiostro con stupende mattonelle policrome su disegni dello stesso Vaccaro.
Il campanile: La sua costruzione, iniziata nel 1328, fu interrotta per la morte di Roberto nel 1343. Della primitiva torre resta il possente basamento che bel resistette al terremoto del 1456; la possente costruzione fu completata nel Cinquecento e arricchita da 5 campane cadute per il bombardamento del 1943 e rimesse al loro posto nel 1949.

palazzo cuomo

vacanze turismo viaggi Campania Il palazzo fu costruito a più riprese, tra il 1464 e il 1490, per Angelo Cuomo, che godeva della protezione di Alfonso d'Aragona, duca di Calabria. La facciata principale dell'edificio, con finestre a croce guelfa e con la decorazione a bugnato rustico, si differenzia dalle laterali, opera di lapicidi locali di origine cavenze.

palazzo gravina

vacanze turismo viaggi CampaniaL'attuale sede della Facoltà di Architettura dell'Università Federico II è un monumentale edificio costruito dal Mormando (Giovan Francesco Di Palma) nel 1513 per il Conte di Gravina, Ferdinando Orsini. Lineare nella facciata, ha la prima fascia in bugnato e tondi con busti sulle finestre, separate da finte colonne corinzie. Con i lavori effettuati durante il Settecento e l'Ottocento si aggiunsero particolari Barocchi e Rococò. Nel 1848 molte decorazioni con stucchi e affreschi realizzate da G. Bonito, F.Rosi e F. Mura vennero persi a causa di un violento incendio. Palazzo Gravina rappresenta architettonicamente una fase del Rinascimento a Napoli.

teatro s. carlo

vacanze turismo viaggi CampaniaCarlo di Borbone affidò la prima costruzione del teatro all'architetto militare Carasale nel 1737 (quattro decenni prima della Scala) il quale riuscì a costruirlo e a compierlo entro il giorno della ricorrenza dell'onomastico del re, quattro novembre dello stesso anno. In quell'occasione fu rappresentata l'opera Achille in Sciro del Metastasio musicata da Domenico Sarro. Il teatro costò ben centomila ducati dei quali ventimila offerti dallo stesso re Carlo. Parte della somma necessaria fu ricavata dalla demolizione del vecchio teatro S. Bartolomeo che aveva preceduto il San Carlo e al suo posto si volle erigere una chiesa. Connessi alla rapidità della costruzione si tramandano episodi che hanno dell'incredibile. Pare che il re congratulandosi con il Carasale in occasione della serata inaugurale per la rapidità dell'esecuzione, esprimesse il desiderio di raggiungere il teatro direttamente dal Palazzo Reale. Detto fatto, nel senso che alla fine dello spettacolo il sovrano poté rientrare nei suoi appartamenti attraverso un percorso effettuato con rapidità ancor più sorprendente.
Il teatro s'impose immediatamente all'ammirazione dei napoletani e degli stranieri, per i quali divenne in breve tempo un'attrattiva giudicata senza eguali. Per la grandiosità, la magnificenza dell'architettura, le decorazioni in oro, gli addobbi sontuosi in azzurro, il colore ufficiale dei Borbone sostituito con il rosso dopo l'unità d'Italia, ma anche per l'interesse musicale degli spettacoli. La Scuola napoletana aveva, infatti, in quegli anni incontrastata gloria europea non soltanto nel campo dell'opera buffa ( che nel San Carlo non veniva rappresentata ), ma in quello dell'opera seria con Leo, Porpora, Traetta, Piccinni, Vinci, Anfossi, Durante, Iommelli, Cimarosa, Paisiello, Zingarelli. Così che anche i compositori stranieri considerarono il San Carlo come un traguardo della loro carriera: Hasse, poi stabilitosi a Napoli, Haydn, Johann Christian Bach, Gluck. Allo stesso modo i più celebri cantanti ambirono esibirsi sul palcoscenico del teatro di Napoli e molti consolidarono su di esso la loro fama, da Lucrezia Anguiari a Caterina Gabrielli, ai celeberrimi castrati Caffarelli, Farinelli, Gizziello tutti e tre provenienti dai Conservatori di Napoli sino a Gian Battista Velluti, l'ultimo della categoria.
La notte del 12 febbraio 1816 divampò un incendio che lo distrusse completamente. Fu un evento che gettò il lutto su tutta la città e che i giornali di tutta Europa raccontarono con emozione così come con meraviglia ed ammirazione dettero notizia, dieci mesi dopo, alla fine dello stesso anno, che esso era già risorto.
Il teatro fu ricostruito dopo l'incendio del 1816 dal Niccolini che lo dotò, lui esperto di acustica, di due grandi pozzi circolari ricoperti da grata della profondità di quasi settanta metri, al fine di migliorarne l'acustica.
Camillo Guerra e Gennaro Maldarelli rinnovarono le decorazioni, Giuseppe Cammarano dipinse il soffitto tuttora esistente ed il sipario, poi sostituito nel 1854 con altro di Giuseppe Mancinelli ( Il Parnaso, ancora in uso ).
Altri abbellimenti furono fatti nel corso dell'Ottocento e del Novecento.
Nel 1941, sempre con l'intento di migliorarne l'acustica, fu costruita una navicella cosiddetta acustica per rendere ancora più perfetta la sonorità della sala, che vanta la possibilità di contenere tremila spettatori.
Col tempio della lirica milanese divide il primato della più antica scuola di ballo italiana, fondata nel 1812.

castel s. elmo

vacanze turismo viaggi CampaniaNel 1329 Roberto d'Angiò ordinò la costruzione di un complesso militare sulla collina di S. Erasmo (attuale S. Martino) con lo scopo, da un lato , di controllare le strade che conducevano in città da parte delle alture che la circondavano e, dall'altro, di tenere sott'occhio l'agglomerato urbano sottostante. Nel suo disegno strategico il re angioino fu certamente preceduto dai Normanni, i quali, nel 1170, fecero erigere sulla stessa collina una torre d'osservazione che, nel tempo dovette assumere dimensioni molto più ampie. Di questa costruzione si sa poco solo che si chiamava Belforte ed era circondato da una rigogliosa vegetazione.
Più cospicue sono le notizie circa il maniero voluto da Roberto ad esempio il nome degli architetti: Francesco di Vito, Tino da Camaino e Atanasio Primario.
Nel 1348 il castello, appena finito, dovette sostenere il suo primo assedio da parte del re d'Ungheria, Ludovico, che aveva organizzato una spedizione contro il regno di Napoli per vendicare il fratello Andrea, la cui uccisione era attribuita vox populi a sua moglie, la regina Giovanna d'Angiò. Ma la permanenza del re Ludovico durò poco perché lo scoppio di una micidiale pestilenza lo indusse a far fagotto al più presto. Una seconda spedizione si ebbe nel 1350 e si concluse con una pace seguita a convulse trattative. Seguì una dura lotta tra i rami d'Angiò e Durazzo e l'altra regina Giovanna di Durazzo vendette il castello ad un suo amante per 2500 ducati.
Il nostro maniero divenne di nuovo il più ambito obiettivo militare quando, successivamente, Francesi e Spagnoli si contesero il possesso del regno di Napoli. Il re di Spagna Carlo V decise di ricostruire ex novo il castello e a promuovere l'iniziativa fu Pedro de Toledo, l'unico viceré spagnolo che, quando decideva di fare qualcosa, lo faceva con la dovuta serietà e con indiscutibile efficienza: egli, infatti lasciò a Napoli un'impronta indelebile, conferendo al centro storico parte delle soluzioni urbanistiche che ancora oggi lo caratterizzano. L'architetto fu spagnolo, Pietro Luigi Scribà, che iniziò ad operare nel 1537 effettuando una generale fortificazione dell'intera altura di S. Martino. Lo Scribà concepì il maniero a pianta stellare con sei punte comprendente le aree destinate alla difesa, alla polveriera, l'alloggio per il castellano e quelli per la guarnigione, ampi cortili e sotterranei, ambienti per la detenzione, vasti magazzini, una chiesa e una colossale piscina in grado di assicurare un abbondante rifornimento idrico. Un'opera "ciclopica" con mura in pietra tanto spesse e robuste da risultare praticamente inattaccabili.
Nel 1587, però, a causa di una terribile tempesta, un fulmine si abbatté sulla polveriera e fece esplodere parte della costruzione che cadendo sulla città recò notevoli danni a molti monumenti e chiese.
Vale la pena di visitare la chiesa di S. Erasmo del 1547 che conserva un pregevole pavimento in maiolica e cotto. Dietro l'altare vi è la tomba di Pietro de Toledo, parente del viceré e primo castellano di S. Elmo. Di fronte all'ingresso della chiesa si trovano le prigioni nelle quali furono rinchiusi, tra gli altri Giovanna di Capua, principessa di Conca, per le sue sfrenatezze erotiche che la portarono fino al delitto; Tommaso Campanella che, si racconta, qui scrisse la sua "Città del sole"; Angelo Carasale, l'architetto che progettò e realizzò il San Carlo che fu accusato di aver lucrato sui fondi dei lavori e per questo morì di crepacuore; Mario Pagano; Domenico Cirillo; Gennaro Serra di Cassano; il conte Ettore Carafa; Francesco Pignatelli; Giovanni Bausan; Luigia Sanfelice; Pietro Colletta; Carlo Poerio; Silvio Spaventa ecc.

S. Maria di costantinopoli

vacanze turismo viaggi CampaniaLa facciata, su due livelli conclusi da un timpano triangolare aperta dal caratteristico portale, è compresa tra edifici d'epoca lungo una strada che si segnala per le numerose botteghe antiquarie (vi si svolgono anche cicliche mostre di antiquariato).All'interno, che si presenta con una sola navata e cinque cappelle laterali, sono custodite numerose opere d'arte, tra le quali si citano decorazioni di Antonio Domenico Vaccaro e Cosimo Fanzago, affreschi di Belisario Corenzio, alcune statue e il settecentesco portale del convento, realizzato dal Nauclerio.

S. paolo maggiore

vacanze turismo viaggi CampaniaLe origini dell'edificio religioso risalgono all'Ottavo secolo, quando venne costruito sul tempio romano dei Dioscuri. La chiesa paleocristiana subì poi numerose e notevoli trasformazioni nei secoli successivi, i lavori furono affidati a Giovan Battista Cavagna, Francesco Grimaldi, Giovan Giacomo Conforto, Arcangelo Guglielminelli e Giuseppe Astarita. La facciata si trova al culmine di una monumentale scalinata del Seicento. L'interno della chiesa fu realizzato a croce Latina con due cappelle laterali: quella di Santa Maria della Carità e quella Firrao. Numerose le sculture e le decorazioni in marmo, mentre il soffitto conserva un ciclo di affreschi dovuti a Massimo Stanzione. Di Francesco Solimena sono gli affreschi nella sagrestia mentre Domenico Antonio Vaccaro realizzò il gruppo dell'Angelo Custode.
I Cortili del convento sono visitabili con un permesso.

S. Maria di piedigrotta

vacanze turismo viaggi CampaniaIl complesso, noto come Basilica di Santa Maria di Piedigrotta, è un importante riferimento turistico e culturale per le opere d'arte del periodo Barocco in esso custoditi. Edificata nel Trecento e intitolata a Santa Maria dell'Idria, a cui il culto era votato; culto che si riallaccia a quello pagano della Dea Hodigidria (in greco colei che conduce), molto diffuso nelle colonie della Magna Grecia e quindi anche a Napoli, devozione che rivive ogni 8 settembre con la Festa di Piedigrotta, manifestazione anche di profondo significato folkloristico se la si collega a quella "Piedigrotta" che ha coinciso a lungo con il lancio delle più note e belle canzoni napoletane. Nella facciata si notano l'immagine della Madonna di Piedigrotta tra re Alfonso d'Aragona, Papa Niccolò V e Sant'Agostino. L'interno, molto ricco e decorato, custodisce la trecentesca statua della Madonna col Bambino, affreschi di Belisario Corenzio e una tavola cinquecentesca di stile fiammingo. Il chiostro è attualmente occupato dall'Ospedale della Marina Militare.

castel capuano

vacanze turismo viaggi CampaniaIl nome è dovuto alla vicinanza con l'antica Porta detta "Capuana" perché immetteva sulla strada che conduceva a Capua. L'edificio sorse nel XII secolo ad opera del normanno Guglielmo d'Altavilla (o d'Hauteville). Un secolo dopo venne restaurato da Carlo d'Angiò. Nel 1484 gli Aragonesi lo inglobarono nella cinta muraria, trasformandolo in residenza reale. Con l'ampliamento della città, il castello perse del tutto i caratteri militari, e questa trasformazione verrà accentuata nel Settecento e nell'Ottocento. Con Don Pedro di Toledo, Vice-rè di Napoli, nel 1540 Castel Capuano diventa "Vicaria" e sede dei Tribunali, funzione che svolge ancora oggi. L'ampio cortile rettangolare, circondato dal portico con pilastri, conserva i caratteri della struttura medioevale e si ritiene che altri elementi di epoca potrebbero emergere da profondi interventi di restauro, che non appaiono impellenti e necessari perché la struttura è stata ben tenuta. L'ambiente più importante e interessante la Cappella Sommaria, con pareti decorate a stucchi e affrescate da Pietro Ruviale nel Cinquecento rappresentanti Scene Evangeliche e il Giudizio Universale. Interessante si rivela anche il Salone della Corte di Appello, con opere settecentesche di Antonio Cacciapuoti e il Salone dei Busti, dove si trovano i busti dei principi del Foro di Napoli.

S. Maria del carmine

Domina la zona che fu teatro della rivoluzione di Masaniello (1647).
Nella chiesa è venerata un'immagine della Madonna su una tavoletta di legno detta "La Bruna" che, si racconta, un tempo apparteneva a certi eremiti i quali abitavano sul Monte Carmelo, perseguitati dai Saraceni, scesero un giorno a Napoli e, ottenuto il possesso di una chiesetta che sorgeva presso la marina, vi posero dentro l'immagine della Madonna Bruna che la leggenda attribuisce all'apostolo Luca.
Tra il 1283 e il 1300 la chiesa fu rifatta per una generosa donazione di Elisabetta di Baviera, madre dell'infelice Corradino di Svevia, la quale volle in quel modo ricompensare i monaci del Carmelo per aver custodito le spoglie del figlio dopo la sua decapitazione. L'attuale tomba di Corradino fu voluta da un discendente il principe Massimiliano di Baviera, ultimo degli Hohestaufen nel 1847, su disegno del Thorwaldsen, lo scultore romantico danese che tanta fortuna ebbe in Italia nel secolo scorso. In origine il principe fu sepolto dietro l'altare maggiore. Quando nel 1646 il cardinale Filomarino fece abbassare il pavimento dietro l'altare maggiore vennero alla luce due casse di piombo con i resti dello sfortunato principe. Finalmente le spoglie vennero tumulate nella base della statua ed il 14 maggio 1847 furono anche celebrati solenni funerali commemorativi.
Non ebbero purtroppo la stessa sorte i sepolcri di Masaniello e di Aniello Falcone, dei quali non si conosce più l'ubicazione.
Sulla porta piccola si trova un antico organo del 1483 di Lorenzo di Jacopo da Prato, restaurato nel 1549 da Giovanni Tommaso de Majo. Seicentesco è invece l'altro organo di fronte.
Altre testimonianze artistiche sono rappresentate dalla cappella dell' Assunta, unica testimonianza medievale, il cappellone del SS. Crocifisso, la cappellina di S. Ciro, la cappella di S. Anna, quella delle SS. Teresa e Maddalena de'Pazzi, delle Anime del Purgatorio, quella di S. Teresa o S. Orsola, di San Gennaro e di S. Simone Stock.Nell'ultima guerra è, purtroppo, scomparso il soffitto ligneo a cassettoni, considerato tra i più belli del rinascimento napoletano.
Dentro un tabernacolo è conservato un crocifisso di legno che è veneratissimo dal popolo; si narra che il 17 ottobre 1439, durante la guerra tra Alfonso d'Aragona e Renato d'Angiò, un proiettile penetrò nella chiesa diretto verso il crocifisso, e che Gesù abbassò prodigiosamente il capo in modo che solo la corona di spine venne colpita. Il proiettile è visibile nell'ultima cappella a destra.
Si conserva inoltre il pulpito dal quale Masaniello arringò la folla poco prima di venire trucidato.
A destra della facciata un agile campanile con una singolare cuspide a mattonelle maiolicate di Frà Nuvolo, che però disegnò solo la "pera" della lanterna. Danneggiato da uno dei frequenti terremoti napoletani, fu rifatto dal Palamidessa nel 1458 e nel 1459 occorse l'opera di ben cento galeotti per issarvi le campane che vi pose fra Girolamo de Signo. Il campanile, alto 75 m., fu terminato nel 1622 da Giacomo Conforto e solo nel 1745 furono messe in opera la palla e la croce che lo chiudono in alto.
Ogni anno, il 15 luglio, ricorrenza della Madonna del Carmine, si effettua uno spettacolare "incendio" del campanile con fuochi pirotecnici.

 
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Musei
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Museo Archeologico nazionale

E' il più importante Museo Archeologico d'Europa, con una ricca collezione di monete, una Sezione Egizia e una serie di Sale che ospitano pezzi di eccezionale importanza. Tra questi vanno citati il grande mosaico che raffigura "La battaglia di Alessandro a Isso", il Toro Farnese, il gruppo dei Tirannicidi, le Tavole di Eraclea e le Sale del Tempio di Iside. Si tratta di sculture, pitture parietali, mosaici, armi, terrecotte, vasi, oggetti in osso e avorio, monili.L'edificio del Museo fu costruito nei primi anni del '600 su di un primitivo impianto della fine del '500, destinato a scuderia e mai utilizzato. La nuova costruzione, che doveva ospitare l'Università di Napoli, venne inaugurata nel 1615 e le fu dato il nome di "Palazzo dei Regi Studi". Nel 1777, trasferita l'Università, il re Ferdinando IV di Borbone destinò il Palazzo a sede del Museo Borbonico e della Real Biblioteca e diede l'incarico all'architetto F. Fuga di restaurare e modificare l'edificio. Si ebbero negli anni numerose trasformazioni architettoniche, la più sostanziale delle quali fu l'innalzamento del primo piano sulle due ali del palazzo. Tra la fine del '700 e i primi dell'800 vennero via via sistemate le ricche collezioni farnesiane - quadreria, raccolte d'antichità e biblioteca - , prima in parte collocate nel Museo di Capodimonte, e le raccolte dei vari palazzi reali. All'inizio dell'800 vennero trasportate nel Museo anche le antichità trovate a partire dalla metà del '700 a Pompei, Ercolano e Stabia ed esposte fino a quel momento nel Museo Ercolanese di Portici. Nel 1816 il Museo, così costituito intorno ai due grossi nuclei farnesiano e vesuviano, prese il nome di "Real Museo Borbonico". Nel corso del secolo scorso si susseguirono molte nuove immissioni, sia di collezioni private sia di materiali di scavo, provenienti per lo più dalla Campania e dall'Italia Meridionale. Intanto, nel 1860, con l'unità d'Italia, il Museo Borbonico diventava di proprietà dello Stato, assumendo la nuova denominazione di "Museo Nazionale" . Tra il 1863 e il 1875 I'istituto, che aveva sempre avuto problemi di affollamento e di organizzazione dell'esposizione, venne finalmente in buona parte riordinato da Giuseppe Fiorelli. Una nuova generale sistemazione venne realizzata da Ettore Pais tra il 1901 e il 1904 e ad essa seguirono riorganizzazioni di singole collezioni, rese possibili anche dalla disponibilità di nuovi spazi determinata dai trasferimenti in altre sedi, nel 1925, della Biblioteca Nazionale - l'antica Real Biblioteca - e, nel 1957, della Pinacoteca, che andò a costituire il "Museo e Gallerie Nazionali di Capodimonte". Rimasero così in questa sede soltanto le ricche collezioni di antichità, e il Museo assunse quindi la sua odierna identità di Museo Archeologico. Da vari anni l'edificio è oggetto di un restauro radicale, oggi quasi ultimato, mentre si va realizzando un globale riordinamento delle collezioni teso a documentare da un lato il collezionismo privato, dall'altro i vari contesti topografici dei materiali di scavo. A causa di questi lavori di riordino numerose raccolte, quali ad esempio quelle degli ori e della suppellettile in bronzo, sono oggi escluse dal percorso di visita.
piano seminterrato ---> Epigrafi - Collezione Egizia
piano terra ---> Sculture - Sculture Farnese - Gemme incise
piano ammezzato ---> Mosaici - Sculture - Collezione Astarita
primo piano ---> Villa dei Papiri - Collezione Vascolare - Salone della Meridiana - Sezione Topografica - Affreschi - Tempio di Iside - Plastico di Pompei - Argenti, Avori, Terrecotte - Armi - Medagliere
piazza museo n.19
telefono: 081 440166 - fax: 081 440013
www.archeona.arti.beniculturali.it/sanc_it/mann/home.html
e-mail: archeona@arti.beniculturali.it
ingresso (indicativo): euro 6,50 per i visitatori dai 18 ai 65 anni
(tariffa intera) - euro gratuito per gli altri (tariffa ridotta)
orario: 09.00-19.00 - 09.00-20.00 (festivo)
chiuso il martedì
la biglietteria chiude alle ore 18.00

Museo nazionale della ceramica

Presso Villa La Floridiana, opera dell'architetto neoclassico Antonio Nicolini, è ospitata una preziosa collezione di oggetti di arte applicata raccolta da Placido De Sangro, duca di Martina. De Sangro riunì, a partire dal 1860, vetri, coralli, avori, oggetti in cuoio, smalti, tabacchiere e soprattutto una splendida collezione di maioliche e porcellane. Inoltre sono esposti bozzetti napoletani del '700 e arredi. Al primo piano sono conservate le porcellane di manifattura europea, fra le quali spiccano le raccolte della manifattura di Meissen, di Capodimonte e di Napoli dell'epoca borbonica, del marchese Ginori a Doccia, oltre alle porcellane francesi, tedesche e viennesi. Si segnala la splendida raccolta di arti orientali con porcellane cinesi e giapponesi, bronzi, giade e smalti. Al pian terreno un'importante raccolta di maioliche rinascimentali, seicentesche e ispano-moresche.
via cimarosa n.77
telefono: 0815788418
sito web: capodimonte.selfin.net/ducamart/home.htm
e-mail: artina@arti.beniculturali.it
ingresso (indicativo): euro 2.58 (tariffa intera) - euro 1.29 (tariffa ridotta)
orario: 9.30 - 11.00 - 12.30
9.30 - 11.00 - 12.30 (festivo)
chiuso il lunedì

Museo nazionale di s. martino

Il Museo fu aperto al pubblico nel 1866, all'indomani dell'Unità d'Italia, dopo che la Certosa, inclusa tra i beni ecclesiastici soppressi, fu dichiarata Monumento Nazionale.
Per volontà dell'archeologo Giuseppe Fiorelli gli ambienti furono destinati a raccogliere in un museo testimonianze della vita di Napoli e del Regno meridionale, divise nella Sezione Storica e in varie raccolte di Pittura, Scultura, Presepi e Arti Minori.
La Sezione Storica
Nucleo fondamentale del Museo, la Sezione Storica (in riordino) annovera testimonianze della storia politica, economica e sociale del Regno di Napoli attraverso dipinti, sculture, arredi, medaglie, miniature, monete, onorificenze, armi e cimeli vari.
Di particolare interesse sono i settori dedicati alle note vicende del secolo XVII (La Rivolta di Masaniello e la Peste), al regno di Carlo di Borbone, alla rivoluzione del 1799 e alla successiva reazione guidata dal cardinale Ruffo, al breve ed intenso periodo murattiano, per finire con l'epopea risorgimentale.
La Pittura
La piccola Pinacoteca, attualmente non aperta al pubblico, raccoglie qualche esemplare del secolo XVI e, soprattutto, opere indicative della storia della pittura napoletana dei secoli XVII e XVIII (Caracciolo, Castiglione, Micco Spadaro, Pacecco de Rosa, Mattia Preti, de Mura, Traversi).
Particolarmente interessante è il piccolo settore dedicato alle "Nature morte" con dipinti di Ruoppolo, Recco, Belvedere, Lopez, a cui si aggiungono alcuni paesaggi settecenteschi.
Nella sezione dedicata all' "Ottocento napoletano", di prossima apertura, sono esposti dipinti di soggetto storico e risorgimentale, provenienti dalle principali collezioni private napoletane, e opere dei più celebrati pittori di paesaggi e di figura (Pitloo, Gigante, Vervloet, Morelli, Michetti).
La Scultura
La sezione, in corso di riordinamento, raccoglie pezzi di varia provenienza, per lo più da edifici sacri e civili danneggiati o demoliti.
Ricordiamo, tra le opere più interessanti, un Crocifisso ligneo del XIII secolo, un sarcofago del I sec. d.C. rilevatore come sepoltura nel XIV secolo, alcune belle figure scolpite da Tino di Camaino e dal suo ambito, i ritratti del Pontormo e del Fanzago, il bozzetto per il celebre Cristo velato della Cappella Sansevero. La scultura del XIX secolo è rappresentata dalle belle teste in terracotta di Vincenzo Gemito.
Variamente disposte lungo il percorso museale, sono altre testimonianze importanti come le statue lignee da presepe del '400 ed i tanti stemmi ed epigrafi prelevati dagli edifici abbattuti durante il "Risanamento" del Centro Storico di Napoli alla fine del XIX secolo.
I Presepi
Insieme ai Ricordi Storici i Presepi esposti in ambienti dove un tempo sorgeva la cucina della Certosa, sono il vanto del Museo di S.Martino e formano la raccolta pubblica più rappresentativa di questa singolare forma d'arte napoletana che toccò tra '700 e '800 i vertici della produzione e della qualità.
Il presepe più completo e universalmente noto è il presepe di Cuciniello, così chiamato dal nome del donatore che che nel 1879 donò al Museo la sua monumentale raccolta di pastori, angeli, animali, nature morte e volle esporla in una scenografica grotta appositamente costruita. Altri gruppi presepiali più piccoli, relativi alle tre scene fondamentali della Natività, dell'Annuncio ai Pastori e dell'Osteria sono conservati nei loro originali contenitori (gli "scarabattoli") mentre in ampie vetrine si possono ammirare come piccoli capolavori di scultura singole figure di pastori e di animali e tutta una serie di nature morte in miniatura.
Le Arti Minori
Grazie all'acquisto di prestigiose raccolte e a donazioni di collezionisti privati, il Museo di San Martino raccoglie un vasto campionario di prodotti di arti decorative sia di fabbriche locali sia di manifatture italiane ed europee (ceramiche, porcellane, biscuits, avori, pietre dure, ceroplastiche, coralli, tessuti, gioielli etc.). Molte sale espositive sono in corso di ristrutturazione, si possono visitare, però, le sale "Orilia" dove sono esposte poche porcellane, ma di grande qualità, della Fabbrica di Capodimonte e biscuits della Real Fabbrica di Napoli, accompagnati da esemplari di Ginori, Sévres, Meissen, Chesea nonché numerose ceramiche e terraglie delle varie fabbriche napoletane accanto ad esemplari della produzione di Castelli (Grue, Gentili etc.).
Nei locali dell'antica Farmacia, di prossima ristrutturazione, si può ammirare la prestigiosa raccolta Bonghi di vetri, databili dal XV al XIX sec., di varia fattura(Hall, Kassel, Catalogna, Façon de Venise e, in gran numero, di Murano), con una significativa presenza di specchiere e vetri dipinti.
Il "Quarto del Priore"
Gli ambienti in cui il Priore della Certosa viveva sono ricordati già dalle antiche Guide di Napoli per la posizione panoramica, la bellezza delle decorazioni, la ricchezza delle opere d'arte raccolte. Restaurato e ricomposto, il "Quarto del Priore" espone oggi dipinti e sculture rimossi dalla Chiesa al tempo del suo rifacimento ed una piccola galleria di opere del sec. XVII (Ribera, Vaccaro, Pacecco de Rosa).
Notevoli sono le volte affrescate da Micco Spadaro e le soluzioni architettoniche di Fanzago, con la scaletta elicoidale che conduce al Giardino pensile del Priore. Il percorso termina con un vestibolo decorato nel '700 a "cineserie" e con la Biblioteca dove si può ammirare, sul pavimento maiolicato del sec. XVIII, una Meridiana.
I Giardini
Al termine del percorso museale, si apre un 'belvedere' aperto verso il mare da cui si può scendere ai giardini terrazzati ricavati dal declivio della collina. Interessanti sono il percorso a pergola di viti e, più in basso, l'ariosa costruzione settecentesca detta "Caffe Haus".

 
galleria di capodimonte

L'attuale sede del Museo e delle Gallerie Nazionali di Capodimonte sorse nel 1743 per volere di Carlo di Borbone, l'incarico di costruire il Palazzo Reale fu affidato a Giovanni Antonio Medrano e Antonio Canevari, mentre a Ferdinando Sanfelice fu conferito quello di realizzare il grande Parco, con la parte botanica affidata al responsabile dell'Orto Botanico, Denhardt. Lo splendido sito, che domina la parte orientale della città dalla collina di Capodimonte, costituisce uno dei maggiori riferimenti Barocchi e Rococò a Napoli. Si compone della Palazzina dei Principi, dell'edificio della Manifattura delle Porcellane, della grandiosa Reggia circondata dal Parco, della Cappella di San Gennaro, della Faggianeria, della Casina della Regina e dall'Eremo dei Cappuccini.
La collezione Farnese
Si deve all'azione politica e alle scelte culturali di Alessandro Farnese (1468-1549) l'origine della collezione, iniziata ancor prima di diventare papa col nome di Paolo III. Nel 1545 fa infeudare al figlio Pier Luigi il Ducato di Parma e Piacenza.
Comprensiva delle maggiori opere di pittura italiane ed europee, nonché di pregevoli oggetti di arti applicate, è l'asse fondamentale delle raccolte del Museo. Ereditata da Carlo di Borbone venne collocata nel corso del Settecento nella Reggia di Capodimonte e trasferita all'inizio dell'Ottocento nel Real Museo, oggi Museo Archeologico Nazionale, solo nel 1957 venne riportata a Capodimonte. Quest'insieme di opere si era intanto arricchita nel corso di circa due secoli di importanti acquisizioni avvenute all'epoca deiBorbone
(1734-1860) e in età postunitaria, andando ad integrare il primitivo nucleo farnesiano. Le raccolte vanno così incentrandosi su due nuclei distinti: la collezione romana, comprensiva per lo più di opere di artisti legati ai Farnese da rapporti di committenza (Raffaello, Sebastiano del Piombo, Tiziano, El Greco, i Carracci, Botticelli) e conservata nel palazzo di Famiglia nei pressi di Campo dei Fiori, insieme alla grande statuaria antica, attualmente nel Museo Archeologico Nazionale; e la collezione parmense esposta a fine Seicento nel palazzo della Pilotta a Parma, con una rilevante presenza di opere di scuola emiliana, nonché un cospicuo numero di dipinti fiamminghi.
La collezione romana
Alla morte di Paolo III nel 1549 la politica di incremento delle raccolte viene continuato dai nipoti Alessandro (1520-1589) e Ranuccio (1530-1565), entrambi cardinali. In particolare, il primo conferisce ulteriore impulso alle collezioni, circondandosi di una schiera di artisti (da Michelangelo a Tiziano, da El Greco a Bertoja, da Salviati a Guglielmo Della Porta), le cui opere costituiscono oggi il nerbo della raccolta. Il cardinale Odoardo (1573-1626) effettua nuove acquisizioni, richiede opere d'arte dai possedimenti parmensi, diventa nel 1600 beneficiario della raccolta di Fulvio Orsini, bibliotecario e consigliere artistico dello zio Alessandro. Dopo la sua morte, nel 1626, il Palazzo rimane disabitato e lentamente si spoglia; vi restano la grande statuaria, le raccolte di antichità - che il cardinale Alessandro aveva indissolubilmente legato all'edificio - nonché un numero residuo di dipinti che si ritennero di minore interesse per la collezione parmense che si andava costituendo nel ducato emiliano nella seconda metà del Seicento.
La collezione parmense
Con il duca Ranuccio I il ramo parmense della collezione acquista maggiore spessore. L'inventario dei suoi beni, redatto nel 1587, elenca una quarantina di quadri, per lo più di scuola parmense fra i quali il "Galeazzo Sanvitale" del Parmigianino e la "Zingarella" del Correggio. Un decisivo incremento avviene con le requisizioni dei beni dei feudatari ribelli (1611), quando pervengono nelle raccolte di famiglia dipinti di Giulio Romano, del Correggio, e di Bruegel.Mentre continua la spoliazione della collezione romana, nel palazzo del Giardino di Parma, di recente restaurato, confluisce un considerevole patrimonio d'arte di estrema rilevanza. Nell'ultimo decennio del secolo, Ranuccio II (1646-1694) matura l'idea di trasferire i pezzi migliori di questa raccolta in una "Galleria" ideata nel cinquecentesco Palazzo della Pilotta a Parma, dove trovano sistemazione 329 dipinti. I successori di Ranuccio II, Francesco (1694-1727) e Antonio (1727-1731), incrementano le raccolte con una serie di acquisti effettuati sul territorio del Ducato. Gran parte di questo materiale, costituito da oltre 170 dipinti, confluisce nell'Appartamento dei Quadri, altro nucleo espositivo, distribuito in sei stanze. Tra i dipinti, molte tele di chiara provenieneza ecclesiastica. L'ultimo duca di Parma, Antonio, muore nel 1731. Gli succede Carlo di Borbone, figlio di Filippo V re di Spagna ed Elisabetta Farnese. Dalla madre eredita, oltre al titolo, l'immenso patrimonio artistico di famiglia. Entrato a Napoli nel 1734, dispone il trasferimento di tutte le raccolte di famiglia conservate nei palazzi del Ducato di Parma e Piacenza, nella capitale del suo nuovo Regno.
La collezione Borbone
Con il patrimonio d'arte ereditato dai Farnese non si esaurisce l'attività collezionistica di Carlo di Borbone, del figlio Ferdinando IV, e dei loro discendenti. Un collezionismo che si alimenta secondo diverse formule: o con un rapporto di committenza diretta a pittori, almeno all'origine di prevalenza non napoletani, cui si richiede il compito di arredare (con vedute, paesaggi, raffigurazioni di costumi e di vita popolare, nonché ritratti e immagini celebrative della monarchia regnante) i più importanti siti reali, fra i quali la Reggia di Capodimonte; o alimentando, soprattutto dopo il trasferimento di tutte le raccolte d'arte e di antichità nel Real Museo Borbonico, l'acquisizione di opere del passato, ad integrare quanto già si possedeva per diritto ereditario dalla famiglia Farnese. A Capodimonte, si incrementano le collezioni affidando a pittori, di preferenza non napoletani, le immagini celebrative della dinastia. Negli anni di Carlo (1734-1759) e in quelli di Ferdinando lavorano per la Corte artisti come Giovanni Paolo Pannini, Francesco Liani, Raphael Mengs, Philipp Hackert, Angelika Kauffmann ed Elisabeth Vigée Lebrun.
Oltre a recuperare a Roma il bottino d'arte depredato dai francesi nella Reggia di Capodimonte, durante le convulse vicende del 1799, i Borbone hanno modo di acquistare un discreto numero di importanti dipinti, tra i quali l'"Atalanta e Ippomene" di Guido Reni e il "Paesaggio con la ninfa Egeria" di Lorrain. Spedite a Napoli, queste opere trovano sistemazione, tra il 1801 ed il 1805, nella Galleria del Palazzo del Principe di Francavilla a Chiaia. Durante il decennio francese, riunite tutte le collezioni d'arte e di antichità nel Palazzo degli Studi, gli incrementi maggiori si hanno in seguito agli espropri del patrimonio di chiese e conventi soppressi, con prevalenza di opere di artisti di scuola meridionale.
Nel 1814 si avvia la trattativa, definita poi nel 1817, per l'acquisto delle articolate collezioni del Cardinale Stefano Borgia (il cosiddetto Museo di Velletri). Con questa acquisizione entrano nelle collezioni borboniche oggetti d'arte orientale e occidentale, manufatti archeologici e opere medioevali e moderne, come la celebre "Sant'Eufemia" del Mantegna.
Dalla seconda Restaurazione borbonica fino all'Unità continua, l'incremento delle raccolte, con una serie di acquisizioni di singole opere, per lo più di artisti napoletani o fiamminghi, e di intere raccolte. Degno di nota l'acquisto nel 1842 della collezione di Domenico Barbaja, impresario del Teatro di San Carlo, dalla quale arriva, tra gli altri, la "Sacra Conversazione" di Palma il Vecchio.
Alla data del 1799 la Galleria di Capodimonte conta ben 1783 dipinti. Al nucleo originario di provenienza Farnese si erano aggiunti, oltre a dipinti di corte, anche un consistente numero di opere di artisti napoletani, pervenute a Capodimonte, probabilmente tramite donazioni o acquisti.
Dopo il decennio francese, destinata la reggia ad esclusivo uso di residenza della corte, e trasferite tutte le raccolte d'arte nel Real Museo, poi Real Museo Borbonico, si procede a Capodimonte come in altre residenze borboniche, all'incameramento di opere d'arte contemporanee, con preminente funzione di arredo, provenienti sia da doni offerti al sovrano, sia da prove eseguite da giovani artisti "pensionati" a Roma, sia ancora da acquisti operati dalla stessa Corte borbonica durante le periodiche esposizioni del Real Istituto di Belle Arti. Queste acquisizioni andranno a confluire nella Galleria d'Arte Moderna che Annibale Sacco, Direttore della Real Casa Savoia, istituirà nel Palazzo di Capodimonte tra il 1864 ed il 1884.
Con l'Unità d'Italia le collezioni d'arte medioevale e moderna dell'antico Regno delle due Sicilie, sono di fatto divise in due tronconi e separatamente amministrate.
Da una parte la Reggia di Capodimonte, destinata a residenza di Casa Savoia, dove si andava costituendo ad opera della amministratore della Real Casa, Annibale Sacco, un vero e proprio Museo costituito da tutta la suppellettile (armi, biscuits, porcellane, arazzi) proveniente dalle dismesse regge borboniche, e da una Galleria d'Arte Moderna, formata da opere di artisti viventi, di prevalenza napoletani.
Dall'altra parte il Museo Nazionale, ex Real Museo Borbonico, alle dipendenze del Ministero della Pubblica Istruzione, dove vengono incrementate le raccolte promuovendo acquisti e donazioni. Il trasferimento di tutte le collezioni d'arte medioevale e moderna nel Museo e Gallerie Nazionali di Capodimonte ripristina di fatto l'unità delle raccolte. Dopo l'Unità le collezioni farnesiane e Borboniche acquisite allo stato italiano vengono ulteriormente incrementate, favorendo donazioni, come quello del legato d'Avalos, e procedendo ad una oculata politica di acquisti, seppur ridotti all'essenziale per privilegiare la qualità piuttosto che la quantità.
E' con quest'ottica che vengono acquistati per la Pinacoteca di Napoli, nel 1901, la celebre "Crocefissione" di Masaccio e, nel 1903, lo splendido "Ritratto di Luca Pacioli", attribuito a Jacopo de' Barbari.
Mentre si registra nel 1927 l'immissione del "San Ludovico di Tolosa", capolavoro di Simone Martini proveniente dalla chiesa di San Lorenzo, si avvia anche un sistematico processo di spoliazione delle raccolte, prelevando opere destinate ad arredare sedi istituzionali e di rappresentanza della nuova capitale del Regno d'Italia e delle delegazioni italiane all'estero o per decorare chiese, uffici e caserme napoletane. Nel 1926 vengono trasferite a Parma 138 dipinti farnesiani, come risarcimento delle presunte "usurpazioni" operate da Carlo di Borbone due secoli prima. Più decisi e sostanziali incrementi avvennero dopo il secondo conflitto mondiale quando si attuò il progetto di Bruno Molajoli di creare il Museo e Gallerie Nazionali di Capodimonte. Nel 1862 Alfonso d'Avalos, ultimo esponente del ramo di Vasto, Pescara, Francavilla, Troia e Montesarchio, lascia la sua raccolta alla Pinacoteca Nazionale di Napoli. Legato contestato dagli eredi, per molti anni oggetto di una vertenza giudiziaria, conclusasi nel 1882 con il trasferimento a titolo provvisorio della collezione nel Museo Nazionale di Napoli, all'epoca sede della Pinacoteca.
ezzo pregiato della raccolta è la serie di sette arazzi di manifattura fiamminga del Cinquecento, eseguiti su cartoni di Bernard van Orley, conservati al Louvre. Raffigurano episodi della "Battaglia di Pavia" del 1525, con le truppe imperiali di Carlo V, comandate da Ferrante d'Avalos, vittoriose sull'esercito francese di Francesco I.
Il resto della donazione d'Avalos comprende dipinti, ricami, miniature, stampe, armi; un insieme non omogeneo né per qualità né per orientamento di gusto, che spazia dai modesti paesaggi fiamminghi e dalle tele di devozione privata, alle opere di grandi seicentisti napoletani (Ribera, Pacecco, Vaccaro, Giordano), fino alle nature morte di Recco, Ruoppolo e Abraham Brueghel oltre alla consueta collezione dei ritratti di famiglia.Con la fine del secondo conflitto mondiale si avvia un programma di complessiva ridefinizione del patrimonio museale napoletano, imperniato principalmente sull'ambizioso progetto di Bruno Molajoli di trasferire la Pinacoteca con tutte le collezioni d'arte medioevale e moderna dalla sede del Museo Nazionale al palazzo di Capodimonte in uso fino al 1926 alla Real Casa di Savoia. Inaugurato il nuovo Museo nel 1957, già in quell'anno vengono immessi nelle collezioni quadri di Bernardo Cavallino donati da Giuseppe Cenzato e un centinaio di dipinti dell'Ottocento provenienti dalle raccolte di Alfonso Marino. L'anno dopo Mario De Ciccio dona oltre 1300 opere, per lo più oggetti d'arte applicata, in gran parte porcellane e maioliche, raccolti in oltre cinquant'anni di attività antiquariale e di appassionato, competente collezionismo. Nel 1960 viene trasferita a Capodimonte, a titolo di deposito, la ricca raccolta del Banco di Napoli, articolata nei due nuclei principali di dipinti dal Cinquecento al Settecento, con la presenza di alcuni dei maggiori artisti meridionali (Andrea da Salerno, Cavallino, Guarino, De Mura, Solimena), e di opere dell'Ottocento napoletano. Fra le numerose acquisizioni avvenute in seguito da segnalare quella proveniente dalla donazione, del 1971, di Angelo e Mario Astarita composta da più di quattrocento oli, acquerelli e disegni di Giacinto Gigante e della Scuola di Posillipo. A titolo di deposito cautelativo sono pure presenti nelle raccolte di Capodimonte la "Flagellazione" di Caravaggio e l'"Annunciazione" di Tiziano entrambe provenienti dalla chiesa di San Domenico Maggiore.

 
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