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Como
Como è una splendida località adagiata in una piccola e suggestiva conca circondata dalle grandi montagne della Valtellina e bagnata dal famoso lago di Como. E’ considerata un’ottima meta per i turisti amanti delle belle città , infatti, Como è in grado di unire in modo armonioso gli ingredienti che la rendono particolarmente affascinante; la modernità delle strutture non danneggia le numerose opere antiche che ornano questa città, le caratteristiche case sotto la maestosità delle alte vette, lo splendido lago, tra i più suggestivi laghi prealpini, è questo e altro ancora che rende Como una graziosa e particolare città.
Storia
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Il primo nucleo della città sorse sul luogo di un insediamento celtico del VI-V secolo a.C. dove i romani, al comando di Claudio Marcello, sconfitti i Celti nel 196 a.C. formarono una "castrum" (accampamento fortificato), dal nome di Comum Oppidum, che nel 59 a.C., sotto Cesare, divenne municipio con il nome di Novum Comum ed ebbe una cinta rettangolare difensiva, seguita da una seconda, più ampia, in età imperiale (nel I secolo d.C. vi nacquero Plinio il Vecchio e Plinio il Giovane). Sede vescovile dal IV secolo, devastata da invasioni barbariche e conquistata nel 569 dai longobardi, nel periodo di dominazione franca fu contea governata dai vescovi, quindi libero Comune dall'XI secolo.
L'episodio cruciale della sua storia è il decennio (1118-1127) di lotta con Milano per motivi territoriali; fu sconfitta e distrutta, ma venne ricostruita e nuovamente fortificata; le mura comunali e le rovine del castello sul colle del Baradello furono ricostruite con l'aiuto di Federico I di Svevia detto il Barbarossa ("sta Federico imperator in Como...", Carducci). Indebolita dalle contese interne, nel 1335 divenne infine una signoria dei Visconti, e da allora la sua storia politica coincise con quella di Milano; signoria degli Sforza, dominii spagnolo, austriaco, napoleonico e ancora austriaco, fino al 27 maggio 1859, quando Garibaldi la liberò nella battaglia del colle di S. Fermo. L'epoca neoclassica diede alla città l'impronta che Stendhal amava e la si ritrova nelle ville ville patrizie sulla riva occidentale del lago. Divenuta un notevole centro produttivo e commerciale, noto soprattutto per la lavorazione della seta (descritta nel Museo della seta), diede i natali al fisico Alessandro Volta (1745-1827), ricordato nel Tempio voltiano (1927), in riva al lago.
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Monumenti principali
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Duomo |
La costruzione, su progetto dell'intelvese Lorenzo degli Spazzi, ebbe inizio nel 1396 sull'area della basilica romanica di Santa Maria Maggiore. Il marmo grigiastro già impiegato in epoca romana, proviene dalle cave di Musso. I lavori durati oltre trecento anni, finirono nel 1740. Pietro da Breggia vi lavorò tra il 1426 e il 1453, dal 1457 Florio da Bontà e Luchino Scarabota - autore del rosone - costruirono la facciata che concepirono in tre parti. I cicli di edificazione della cattedrale sono sostanzialmente due: il periodo di convivenza del complesso di S. Maria Maggiore, la cui sucessiva demolizione permise al cantiere di inglobare l'area liberata; e il periodo che dal XV secolo procede fino ai giorni nostri, in cui si vide la demolizione di S. Maria Maggiore salvo il fianco meridionale elemento portante e condiviso dal corpo parzialmente abbattuto del Broletto. L'avvio dei lavori, con i quattro pilastri orientali eseguiti dallo Spazzi, prese piede da spunti gotici e fu limitato dall'edificio preesistente; la fase successiva sospinse il complesso a uno sviluppo orientato verso est con elementi barocchi e rinascimentali. L'edificio è a croce latina, ripartito in tre navate da pilastri cruciformi su cui poggiano archi ogivali. Del XVII secolo sono le ali del transetto e le relative absidi: Filippo Maria Richini dal 1627 al 1633 realizzò il lato destro, e Carlo Buzzi dal 1653 al 1669 quello sinistro. Ai lati del portale principale, una posizione privilegiata venne riservata ai due grandi comaschi pagani: Plinio il Vecchio e Plinio il Giovane. Le due statue, opere del Rodari, si aggiungono ad altre dello stesso artista, presenti sia in facciata sia negli interni. Lo scultore Tommaso Rodari da Maroggia progettò, dal 1484, le fiancate e i portali laterali, il sinistro dei quali viene detto "porta della rana". Anche Amuzio da Lurago lavorò ai complessi decorativi, contribuendo soprattutto nel sistema della facciata.
All'interno sono ammirevoli il monumentale altare ligneo dedicato a Sant'Abbondio del XVI secolo - nella quarta campata della navata destra -, gli arazzi del XVI-XVII secolo su cartoni di Giuseppe Arcimboldi, l'Adorazione dei Magi del Luini di scuola lombarda bergognonesca, con influssi del Bramantino e, ancora, la Fuga in Egitto di Gaudenzio Ferrari. I due organi della quinta campata risalgono al seicento, mentre i due leoni del sec. XII, che reggono le acquasantiere, provengono dalla diroccata chiesa di Santa Maria Maggiore.
Il Duomo fonde armonicamente in sé vari stili, dominanti sono però il gotico della facciata del piedicroce e delle navate, e il rinascimentale delle fiancate e delle absidi esterne. La cupola che si innalza per 75 metri, fu rivisitata nel 1770, ma l'opera dello Juvara, che preannunciò nella nitida misura delle parti le norme del successivo neoclassicismo, mantiene ancora i larghi effetti prospettici voluti dall'autore.
Il tipico orientamento est-ovest viene internamente sfruttato nel gioco di riverberi che si dipana dal rosone, alla cupola del transetto, dalle vetrate opera della famiglia Bertini, all'abside e al coro, gioco che dagli albori prosegue fino alle luci serotine. |
S. Abbondio |
Sorge dove si trovava la chiesa paleocristiana dei SS. Pietro e Paolo che fu la cattedrale della città sino al 1013 quando lo divenne S. Maria Maggiore, poi demolita per far luogo al Duomo. La chiesa che vediamo fu costruita fra il 1050 e il 1085 e consacrata da Urbano II nel 1095.
Per il suo sviluppo in verticale, la copertura in tavolato e capriate e le due torri campanarie gemelle, costituisce un tipico caso di romanico comasco. Fu consacrata nel 1095 da papa Urbano II ma la sua storia è più antica. I restauri ottocenteschi riesumarono i tratti più antichi della sua vicenda, senza cancellare tracce di modifiche più recenti. Il sasso di Moltrasio, con cui fu quasi interamente costruita, ha assunto nel tempo i toni del grigio pallido. Da abbazia benedettina fu trasformata in nel 1458 in commenda e nel 1616 fu divisa tra le monache agostiniane e gli affidatari. Gli interventi che la modificarono nel sec. XVI, verranno eliminati con i restauri ottocenteschi.
L'occhio attento, scorrendo sulle murature esterne, ammirerà il sapiente inserto del cotto negli archetti pensili e l'uso dei blocchi di sarizzo. Presso il grande altare, un quadro seicentesco probabilmente di Giovan Battista Recchi, rappresenta il miracolo di S. Abbondio che, con la resurrezione di un bambino, avrebbe indotto molti pagani alla conversione. La scena si inserisce prospetticamente sullo sfondo con le navate del Duomo.
Ancora prima, nel trecento, un ciclo di affreschi decorò la allora chiesa benedettina: episodi della vita di Cristo si susseguono nell'abside lasciando spazio ai dettagli tipici di una descrittività tutta lombarda: il catino presenta Cristo affiancato da Maria e Giovanni e nel coro tra lesene sono ritratti i re della stirpe davidica. Gli autori, anonimi, sono probabilmente gli stessi degli affreschi di S. Margherita, ora esposti alla Pinacoteca civica. S. Abbondio, fondata da una comunità di monaci benedettini nel sec. XI, si erige su cinque navate: la centrale è sorretta da piloni circolari in muratura; le laterali da colonne in pietra, molte delle quali di epoca romana. Da tanta rigorosa semplicità si distingue il corredo scultoreo che orna il coro.
I due campanili risalgono allo stesso periodo ma uno dei due venne ristrutturato nell'ottocento. Liste di pietra più chiara tracciano sul pavimento le linee di una storia non ancora finita. Un luogo precedette l'abbazia e il monastero, anch'esso sacro, era dedicato ai santi Pietro e Paolo. Su questo, una basilica paleocristiana a navata unica, probabilmente del sec. V, fu edificata seguendo l'orientamento originario, la prima S. Abbondio: qui venne sepolto il patrono. |
S. Fedele |
Fu costruita intorno al 1120 su un'insolita pianta trilobata, su fondamenta altomedioevali di pianta centrale, da cui si sviluppò il corpo longitudinale. La piazza prospiciente ha cambiato nel tempo forma e dimensioni, e i tracciati ancora visibili manifestano le successive appropriazioni dell'area pubblica posteriori all'epoca di impianto. Per quanto latente, si intuisce tuttora l'originario dialogo spaziale tra la basilica e il battistero di S. Giovanni in Atrio del V-VI secolo, i cui resti sono custoditi ora nel cortile di una delle case che profilano la piazza, e la chiesa di S. Pietro in Atrio nella vicina Via Odescalchi, ora adibita a spazio espositivo.
La facciata ha subito rifacimenti anche nel nostro secolo, e del 1968 sono i mosaici di Elena Mazzari nelle lunette dei due portali che con il grande rosone e gli archetti pensili, inscrivono la sobria superficie in un ritmo neoromanico mosso più in là, nella zona absidale, da una teoria di lesene e da un elegante loggiato; qui il rapporto architettonico si articola nell'incontro con l'esedra laterale. La torre campanaria del sec. XI crollò parzialmente nel terremoto del 1117. Pericolosamente inclinatasi, fu demolita e ricostruita tra il 1903 e il 1907 sotto la supervisione dell'ingegnere Giussani. D'impronta romanica, di sezione quadrangolare, si erige oggi come un corpo isolato dalla basilica, ritmato in quattro ordini di archetti con aperture a trifore, bifore e monofore. Due delle tre campane vennero fuse nel 1842 la terza nel 1962. Celebre è la porta istoriata della porta di S. Fedele
All'interno, nell'area absidale, il clima romanico si stempera nella luce che dalle logge si stende fra i sei candelieri lignei barocchi, sui quattro mosaici settecenteschi e di scuola veneziana sul pavimento presbiteriale, e sull'altare composto da parti originarie di varie epoche. In realtà il corpo che si sviluppa da questa zona oltre i pilastri cruciformi, mostra minore perizia nei criteri costruttivi. Nel settore absidale che si apre su Via Vittorio Emanuele, osservando le commessure, i conci, i singoli corsi e l'ordine diverso del sistema a incastro, è stato possibile con una certa sicurezza, collocare in fasi costruttive diverse la muratura dell'abside settentrionale, quella di raccordo con lo stipite della porta istoriata, e il cosiddetto "muro di sbieco". Le storie della porta sono incise su diverse lastre e lo stipite di sinistra rende asimmetrica la struttura poiché affiancato dal concio in cui è rappresentata la scena di Daniele nella fossa dei leoni.
La casa che crea sulla sinistra una parte aggettante del complesso di S. Fedele, ha con l'edificio sacro un rapporto saldatosi lungo i secoli dal sec. XVI. Il fregio, che svolge in prossimità del tetto motivi floreali, è datato 1582. |
s. Agostino |
Fondata dagli Eremitani del Convento di San Tommaso presso Cipiglio nei primi del '300, costituisce l'unico esempio di architettura ogivale cistercense a Como. All'interno, ampie cappelle e qualche brano sia dell'antica decorazione a fresco sia della prima metà del '600. In uno dei due chiostri compaiono figure di santi affrescate nel primo '400.
Risalente al XIV secolo, ampliata successivamente nei secoli XVII e XVIII, fu radicalmente ripristinata nel novecento. Nella facciata a cuspide vi sono il portale, il rosone e le finestre; nella lunetta appare un affresco della prima metà del cinquecento. L'interno, a tre navate e dominato da un arco trionfale che precede il presbiterio, presenta una copertura a travature lignee sulla navata centrale e a volte costolonate in quelle laterali. La basilica custodisce affreschi quattrocenteschi e tele del Morazzone (XVII secolo).
Nell'attiguo chiostro, parte dell'ex convento degli Eremitani di Sant'Agostino, ripristinato di recente dopo un lungo restauro, si conserva un affresco del XV secolo. Strutturalmente venne modificata e abbellita nel 1773, allorché vi vennero trasferiti i diritti e le funzioni della scomparsa chiesa di Sant'Antonio. Oggi, in parte riportata alle linee originarie, costituisce il solo esempio di architettura ogivale cistercense di Como. Nell'interno, diviso da tre navate ad archi ogivali poggianti su pilastri, sono conservate numerose tele e affreschi. Sulla parete destra è affrescata una "Madonna col Bambino e santi" di Simone Peterzano e, una "Madonna col Bambino, San Fermo e San Lorenzo" opera attribuita al Coronaro. Nella navata sinistra, composta di cinque cappelle ornate con pregevoli stucchi seicenteschi, da luminosi affreschi entrambi del Morazzone e munite d'altari lignei barocchi. Anche la serie di tele seicentesche delle "storie della Vergine" portano la firma del Morazzone.
Nell'ultimo restauro, avvenuto negli anni 60, sono stati riscoperti altri notevoli affreschi del '400, una "Annunciazione" sull'arcone e una "Madonna con Bambino e Sant'Agostino" sul pilastro a sinistra.
Della fine del '400 è "la Crocifissione" dipinta nell'abside. Nel refettorio del convento si trova un affresco di Gian Paolo Recchi del XVII secolo che rappresenta la cena di Sant'Agostino. |
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Broletto |
Il Broletto di Como, edificio con facciata gotica a fasce marmoree bianche, grigie e rosse di cave lariane, fiancheggiato dalla torre civica a bugnato, fu eretto nel 1215 dal podestà Bonardo da Codazzo e modificato in forme gotico-rinascimentale nel 1477.
L'edificio oggi visibile è quello che resta, dopo estese mutilazioni e restauri, di un palazzo a corte. Sede originaria del Palazzo Comunale di Como sorse accanto all'antica Cattedrale che studi recenti concordano nel proporre non come un'unica chiesa, ma come un complesso a cattedrale doppia, costituito dalle basiliche di S. Maria e S. Giacomo. L'area racchiusa tra i due templi, che in altri casi viene occupata dal battistero e che viceversa a Como rimarrà quella antistante la cattedrale antica di S. Eufemia - S. Fedele, era comunque uno spazio di particolare rilevanza; la scelta di insediare il Palazzo Comunale lì, e non di fronte, appare quale chiarissimo e deliberato segno della continuità fra l'autorità civile del Vescovo e il potere del Comune, che aveva avocato a sé il controllo sul territorio diocesano. In tale area il Palazzo Comunale si configurò con due corpi di fabbrica contrapposti, uniti da portici almeno sul lato meridionale. Le evidenze materiali ma anche le testimonianze grafiche suggeriscono che il complesso fosse alquanto omogeneo sotto il profilo stilistico e cronologico. L'esistenza del portico sul lato sud - quello addossato all'antica S. Maria Maggiore - è comprovato sia dalla testimonianza storica di Benedetto Giovio, fratello di Paolo Giovio - cui è dedicato il Civico Museo di Como -, sia da rinvenimenti archeologici.
Ma questo portico sparì ai primi del cinquecento, con il progredire della costruzione della nuova Cattedrale. Vi è infatti un dispaccio del 1514 in cui Massimiliano Sforza concedeva la licenza di demolire parte dell'atrio del Broletto per consentire la prosecuzione della costruzione del Duomo. Questa demolizione ottenne come risultato che il Palazzo Comunale apparisse ai comaschi composto di due distinte unità, chiamate rispettivamente "Pretorio" e "Broletto".
Il corpo orientale, il cosiddetto Pretorio, aveva una configurazione planimetrica tale da comprendere altri due cortiletti al suo interno e presentava una facciata posteriore verso l'attuale Via Rodari, con un grande portale archiacuto. La facciata verso la corte interna del Palazzo presentava un portico con arcate a sesto acuto sormontate da due ordini di trifore. I caratteri stilistici di questa parte erano tanto simili a quelli del Broletto, che pare verosimile la notizia secondo cui i pezzi superstiti della demolizione del Pretorio siano stati utilizzati per reintegrare il Broletto durante i restauri del 1896-1898. Il Pretorio venne demolito in piccola parte nel secondo decennio del 1500 e poi più ampiamente nel 1653, per far posto all'abside settentrionale del Duomo; la demolizione totale avvenne poi nel 1846-1847 per la costruzione dell'edificio porticato tuttora esistente. Il corpo occidentale superstite, era stretto fra la Torre Civica, che costituisce probabilmente il più antico segno tangibile dell'insediamento del Comune, e il campanile di S. Maria Maggiore.
La perdita di due campate del Broletto a causa dell'espansione della Cattedrale verso la piazza, sembra sia più leggenda che realtà. La lieve asimmetria della facciata del Duomo si spiega infatti con la necessità di mantenere il Broletto inglobando solo una parete nel muro della Cattedrale. Del resto la facciata del Broletto su piazza del Duomo è sostanzialmente priva di mutilazioni, e le spalle di muro ai lati non presentano segni di rimaneggiamento. In fine, proprio il muro del Broletto verso il Duomo recava affreschi datati al primo trecento, il che non consente di pensare alla parete meridionale del salone come al tamponamento di un edificio mutilato. Il Broletto svolgeva la funzione di diaframma tra la piazza del Duomo e la corte interna. Un tempo il porticato terreno era tagliato longitudinalmente da un muro con ampio portone. La parte inferiore di tale muro, abbattuto per essere sostituito dall'attuale sequenza centrale di arcate, è stata messa in vista nei lavori effettuati nel 1973. Per inciso, si può ritenere che tale muro facesse parte del recinto della Cittadella Viscontea, immaginata in forme militaresche, ma da intendere soprattutto come ridotto sufficiente a proteggere il contatto tra Castello e darsena in caso di sommossa.
Dal XV secolo appaiono poco chiare le vicende del Broletto. Le notizie di incendi e riparazioni quattrocentesche sono probabilmente da reinterpretare, mentre manca una vera e propria disamina delle vicende edilizie fino al 1764, quando si operò la trasformazione in teatro. In seguito invece risulta ben documentato l'intervento di restauro del 1896-1899 e la successiva costruzione della scala del 1904-1905, così come la demolizione e la ricostruzione della parte superiore della torre. Nel 1973 si decise la demolizione della scala posta in opera dal Linati nel corso dell'intervento del 1904. L'uso che si faceva del Broletto (sala per conferenze), non corrispondeva infatti alle normative vigenti di sicurezza. La scala venne sostituita da una nuova struttura metallica, affiancata da un'altra scala all'interno della torre. A questa scelta si giunse non senza problemi poiché le normative prevedevano la presenza di almeno tre uscite di sicurezza, mentre sembrava impossibile aprire nel salone altre vie con nuove scale. Si riuscì ad aprire una seconda porta, sul medesimo pianerottolo, e a costruire una scala metallica all'interno della torre; ma la mancanza della terza via di fuga comportò la classificazione delle attività praticabili all'interno del salone come attività culturali a limitato affollamento. |
Villa Olmo |
Villa Olmo deve il suo nome a un magnifico olmo più che centenario oggi non più esistente. Di stile neoclassico, venne fatta edificare dal marchese Innocenzo Odescalchi, la cui famiglia aveva dato i natali a Papa Innocenzo XI (1676-1689).
La costruzione iniziò nel 1797. Direttore dei lavori fu l'insigne architetto ticinese Simone Cantoni che elaborò il progetto originale stilato dal suo coetaneo Innocenzo Regazzoni. Con Cantoni collaborarono Domenico, Carlo, Luca e Giuseppe Pozzi e lo scultore Francesco Carabelli. Poco dopo il termine dei lavori iniziò la serie di visite storiche.
Fra gli ospiti illustri sono da segnalare Napoleone Bonaparte nel 1797, e Ugo Foscolo nel 1808. Nel 1824, con la morte di Innocenzo Odescalchi, la villa passò alla famiglia Raimondi, che si incaricò di sistemare il piazzale antistante il fabbricato.
La villa fu testimone di altre storiche visite e incontri: nel 1835 la regina delle due Sicilie e la regina di Sardegna, ospiti dei Raimondi, gli imperatori d'Austria Francesco Ferdinando I e Maria Carolina, il principe di Metternich, il maresciallo Radetzsky e Giuseppe Garibaldi. Quest'ultimo fu protagonista di una discussa storia d'amore con Giuseppina Raimondi, vicenda che si concluse in un matrimonio subito interrotto con gravi e reciproche accuse .
Il passaggio di Garibaldi da Villa Olmo è segnato da un piccolo medaglione su un caminetto di uno dei salotti del piano terreno.
Nel 1883 gli eredi del marchese Raimondi vendettero la villa al duca Guido Visconti di Vimodrone, che decise di effettuare un intervento di restauro e di miglioramento anche dell'intero fabbricato. Sotto la guida dell'architetto Emilio Alemagna furono abbattuti le scuderie e il portico che si protendevano verso il lago, sistemato l'accesso e costruito il teatrino. Lo scalone acquistò maggior pregio poiché sfondato il soffitto dell'atrio, risultò coronato da una duplice balconata, si migliorarono inoltre con decorazioni e stucchi tutti i locali al primo piano della villa. Nel 1924 la villa passò dai Visconti di Modrone al Comune di Como. Ebbe così inizio il quarto periodo della sua esistenza, tutto sotto il segno della scienza e dell'arte. Nel 1927 la villa ospitò l'Esposizione Internazionale, nel primo centenario della morte di Alessandro Volta e, in seguito, numerose manifestazioni locali, congressi, convegni, simposi, spettacoli. Dal 1982 essa ospita il Centro di Cultura Scientifica "Alessandro Volta", che vi organizza le sue manifestazioni internazionali.
Parco: orario invernale 9.00/19.00 - orario estivo 8.00/23.00 - Ingresso gratuito. |
Tempio Voltiano |
Già nel 1899 si aveva la possibilità di visitare l’Esposizione Voltiana colma di manoscritti e di strumenti di altissima importanza scientifica, lasciataci in eredità dallo scienziato.
Purtroppo questa raccolta venne distrutta da un furioso incendio e le preziosissime testimonianze ne uscirono ridotte di numero e malconce. Ciò che era rimasto fu temporaneamente raccolto in una sala del Museo Civico intanto, sotto la guida di collaboratori e consulenti esperti in materia, si giunse a comporre la serie distrutta degli strumenti da affiancare a quelli originali.
La nuova elegante costruzione, in stile neoclassico, fu commissionata dall’industriale comasco F. Somaini all’architetto Federico Frigerio e fu eretta nel 1927, in occasione del primo centenario della morte di Alessandro Volta.
Al Tempio si conserva la pagina con gli autografi di quei sommi fisici che lo visitarono prima della sua inaugurazione ufficiale avvenuta il 15 luglio 1928. |
Casa del fascio |
Disegnata da Giuseppe Terragni e costruita nel 1936, è considerata l'esempio più chiaro dell'architettura razionalista. |
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